Recensione: Thin, documentario

Quante volte ho guardato Thin? Troppe. E questo significa che quell’ammasso di anoressiche/bulimiche piagnucolose è terribilmente attraente. Mi sento un po’ in colpa a chiamarle piagnucolose – in fondo sono/erano (già, anorexia is the deadliest mental disease) persone vere.

Per chi non lo sapesse, Thin è un documentario in stile cinema verité diretto da Lauren Greenfield e prodotto dalla HBO, 2006, che segue un gruppo di donne in cura presso la clinica per disturbi alimentari di Renfrew, Florida. Terapia individuale, terapia di gruppo, problematici momenti dei pasti, crisi esistenziali, perfino i commenti derisori degli inservienti sovrappeso: a prima vista, tutto quello che ruota attorno ad un gruppo di anoressiche internate.

Non dirò subito troppo male di questo documentario. Se dovessi dargli un numero di stelline direi: il numero di stelline che significa “vale la pena guardarlo”. Per una semplice ragione: perché le donne in cura sono rappresentate quali persone, non quali malate, o perlomeno le due cose non sono scisse.

Personalmente mi incazzo tantissimo quando vedo in tivù giovani anoressiche incapaci di parlare, che non aspettano altro che qualcuno le nutra, che non esistono al di fuori dell’anoressia. Come se nel momento in cui una diventa anoressica, tutto il resto della sua vita scomparisse. Diventa meno importante, ma non scompare; anzi, crea non pochi problemi, a parer mio.

Certo, le protagoniste di Thin sono un po’ delle imbecilli, o perlomeno lo è l’indiscussa protagonista, tale Shelly, che alla veneranda età di non-mi-ricordo-quanti anni si comporta come una bambina delle elementari. Che sia il disturbo alimentare? Troppo facile. Non è che perché hai un disturbo alimentare allora puoi regredire ai dodici anni e non essere giudicato per questo. (E’ un argomento che affronterò in seguito: si può essere giudicati – soprattutto da me – anche se si hanno dei disturbi alimentari, non si diventa immuni dalla morale comune). Polly, invece, la adoriamo tutte noi che abbiamo guardato il documentario e abbiamo una personalità. (Deceduta nel 2008, poveretta).

C’è una su cui Thin mi ha fatto particolarmente pensare: come cazzo pensano di curarli i disturbi alimentari. Io spero che l’idea che si fa qualcuno di sano (uhu, che locuzione simpatica) è che in quel Renfrew Centre l’ultima cosa che sanno fare è curare dei disturbi alimentari, non tanto che le ragazze siano tutte indistintamente delle stupide. Un posto dove ti danno della pizza a pranzo per riabituarti a mangiare – come cazzo pretendi che mi mangi della pizza se fino ad una settimana fa avevo paura delle carote perchè sono una verdura ipercalorica. E dove non si può fumare quanto si vuole – again, tecnica migliore per vincere le dipendenze, si sa. E dove ti controllano come se fossi un pluri-omicida.

Più vedo queste cose più mi viene da pensare che l’unico modo per guarire/stare un pochino meglio è quello di trovare altre cose nella vita, per quanto impossibile sembri. Chiudersi in un posto dove pensi tutto il giorno al cibo non mi sembra esattamente la strada migliore.

Comunque, visto che vi ho consigliato di guardarlo, guardatelo, è tutto in streaming su YouTube.

Annunci

4 thoughts on “Recensione: Thin, documentario

  1. Non conoscevo questo documentario – e ti ringrazio per avermi dato modo di darci un’occhiata… Il mio primo pensiero dopo averlo visto è stato: “Okay, è completamente diverso dal centro specializzato per DCA in cui sono stata io…!”. Cioè, per certe cose c’è somiglianza, per esempio per la psicoterapia individuale e di gruppo, però i momenti dei pasti sono organizzati in maniera completamente differente dal modo in cui l’ho vissuta io… E, è verissimo, se cominci a schiaffare pizze e a fare focus solo su ciò che è prettamente alimentare, si rischia di mettere legna sul fuoco… Sacrosanto quando dici che per quanto sia difficile, quel che bisogenerebbe cercare di fare per stare meglio è allargare la visuale, contemplare che là fuori c’è anche qualche altra cosuccia oltre all’anoressia/alla bulimia. Perchè “chiodo schiaccia chiodo” può veramente rivelarsi una strategia vincente. Del resto, si sa che il nostro cervello è un organo estremamente reiterativo: più ci si flasha su una cosa, più i pensieri ruoteranno solo ed esclusivamente intorno a quella… e avremo costruito la frusta per il nostro culo. Più si cerca di allontanarci da quei pensieri, invece (per quanto sia mooooolto difficile), più si riesce ad allargare la mente al altro, a cose che stanno oltre, e più si riesce a ricacciare indietro il disturbo alimentare…

    • Infatti! Sono perfettamente d’accordo. Certo, non e’ cosi’ semplice, visto che anche se si cerca di pensare ad altro bisogna continuare a mangiare lo stesso, ma meno tempo ci si dedica meno si rischia di cadere nell’ossessione, ne sono convinta.

  2. Ti ringrazio per aver informato anche a me !!
    Non sapevo di questo documentario, però, mi ricordo di aver visto qualche anno fa un documentario simile che hanno trasmesso alle iene, e vorrei capire se è lo stesso tradotto in italiano.
    Grazie per la info 😉
    Un abbraccio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...