Quando non si vuole guarire

Voglio innanzitutto mettere in chiaro una cosa: io non sono ne’ pro ne’ contro la guarigione (esattamente come non sono ne’ pro ne’ contro i disturbi alimentari).

Cosa?! Non sei pro-guarigione?!

No. Cioe’, perlomeno, non in questo blog. Nella vita reale, cambio opinione piu’ o meno tredici volte al giorno: voglio guarire, non vale la pena guarire, non riusciro’ mai a guarire, e via dicendo. Quello che conta e’ che credo che non per forza bisogna essere pro-guarigione, e se non lo si e’ non significa necessariamente che si e’ stupidi: puo’ semplicemente significare che si ha un disturbo alimentare.

Per quanto strano possa sembrare, una persona intelligente con un disturbo alimentare puo’ non voler guarire. Non si tratta di essere pro-ana. Una persona intelligente puo’ capire benissimo perche’ gli altri, le persone senza un disturbo alimentare, vorrebbero che lei guarisse. Puo’ poi soppesare i pro e i contro ed arrivare alla conclusione che non vuole guarire, che preferisce continuare a vomitare/digiunare/uccidersi piuttosto che essere sana.

Sara’ difficile da spiegare ma ci voglio provare lo stesso. I disturbi alimentari non provocano solo sofferenza: possono constituire uno sfogo, dare una sensazione di controllo, dare un senso alle proprie giornate. Vi assicuro che quando non mangio raggiungo livelli di felicita’ ed autostima che la maggior parte della popolazione riesce solo ad immaginarsi. E vi assicuro che abbuffarmi/vomitare mi libera per qualche ora dall’ansia. Insomma, ci sono dei lati positivi. Se devo metterla in percentuale, sono un 80% sofferenza e 20% lati positivi, ma io personalmente a quel 20% ci tengo parecchio.

Quindi fra la persona ed il proprio disturbo si crea un rapporto di odio/amore, gli abissi di sofferenza sono bilanciati da picchi in cui il senso di potere va alle stelle, esattamente come in una dipendenza da cocaina. E cosi’, quando la persona si trova a dover decidere se guarire, puo’ tranquillamente arrivare alla conclusione che non ne vale la pena. Che tiene ai lati positivi piu’ di quanto odi le sofferenze.

(E questo richiama, in parte, anche il mio post sull’auto-compiangimento – che alla luce di queste informazioni e’ ancora piu’ insensato e dannatamente fastidioso)

Senza contare che, detto molto onestamente, i disturbi alimentari danno un senso alla vita di chi ne soffre. Non e’ una cosa cosi’ stupida. Oguno di noi da il senso alla propria vita in maniera arbitraria, in base a quello che gli piace fare, a cosa lo fa stare bene, credo. Per voi, questo e’ fare carriera, fare un lavoro che vi rende felici e realizzati. Per chi soffre di disturbi alimentari, perdere peso rende ugualmente felici e realizzati. Ogni giorno si ha l’obbiettivo di dimagrire, e ogni chilo che si perde ci si sente meglio.

Personalmente, ho passato ore, giorni, anni della mia vita nel disturbo alimentare: e quando mi chiedono se voglio guarire, mi trovo spesso a pensare che non posso, perche’ non saprei che altro fare. O meglio, non c’e’ nient’altro che dia senso alle mie giornate quanto il disturbo alimentare.

Quindi. La faccenda della guarigione e’ piu’ complessa del previsto. E sorge una domanda: se una persona decide che non vale la pena guarire, cosa si fa? La si lascia morire? O, per evitare ovvie risposte, se una persona non vuole guarire, vuole continuare a vomitare/digiunare/lo-que-sea, come fate a costringerla a smettere e che diritto avete voi di costringerla a smettere?

Non ho una risposta (per ora). E poi questo e’ un altro argomento.

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4 thoughts on “Quando non si vuole guarire

  1. Dato che questo post mi sembra particolarmente attinente al commento che hai lasciato qualche giorno fa sul mio blog, ne approfitto per farti un “copia&incolla” anche qui della risposta che ti avevo scritto sul mio blog…

    “No, allora, aspetta, forse c’è stato un piccolo fraintendimento… nel senso che, in post precedenti a questo che hai commentato, ho scritto più volte che noi stesse siamo il principale motore del nostro miglioramento: se non siamo noi per prime a voler cercare di migliorare la nostra situazione e a voler combattere contro i DCA, sicuramente non si compiccerà nulla. Se una ragazza è fermamente convinta di voler rimanere egosintonicamente legata ad un DCA, in quel momento in cui ne ha la piena convinzione, nessuno dei migliori team medici in campo DCA riuscirà a fare niente per lei. Se non c’è la nostra volontà in prima battuta, è chiaro che non si va da nessuna parte. Il fatto è che, molto spesso, questa egosintonia con il sintomo non è perenne… e arriva un momento in cui balena l’idea che forse ci stiamo lasciando morire, e che si potrebbe anche fare qualcosa per cercare di cambiare il quadro generale. Ecco, è lì che arriva l’appiglio… è lì che si può cominciare a lottare, quando arriva anche una minima consapevolezza, si apre uno spiraglio. E’ lì che il supporto medico adeguato diventa d’importanza fondamentale. E alla seconda parte del tuo commento, perciò, rispondo in qualità di protomedico. Io non posso obbligare una persona a non lasciarsi morire. Però posso cercare di fare vedere a quella persona che nella vita c’è qualcosa di meglio. Che la “soluzione” che ha scelto è una soluzione di ripiego, e può affrontare di petto quello che la fa stare male senza più bisogno della “coperta di Linus” che è il DCA. Posso cercare di mostrarle che ci sono alternative ben migliori. E, bada bene, non a scopo di convinzione, ma semplicemente d’illustrazione. Che se una si fa due conti in tasca, poi si convince da sola, non ha bisogno che sia io a farlo. E, soprattutto, cosa più importante, posso starle vicino col mio supporto terapeutico a prescindere da quello che lei decide di fare. Posso starle vicino se decide di combattere, e posso starle vicino comunque fino all’ultimo se decide di lasciarsi morire. Perché fino a che non sarà morta veramente, avrò ancora una possibilità di farle capire che il DCA non vale la pena. “

    • Ho intenzione di scrivere un post del tipo “qualche idea su come aiutare qualcuno con disturbi alimentari”, e quello che hai scritto qui e’ parte di quello che volevo includere. Questo post voleva principalmente spiegare perche’ qualcuno potrebbe non voler guarire, che credo non sia cosi chiaro a chi non ha un disturbo alimentare.
      Non sei la prima persona che mi parla di “un’idea che balena”, una specie di epifania in cui si decide di guarire. E sono convinta che questa epifania sia merito di chi, come dici tu, ha illustrato il mondo al di fuori del disturbo alimentare.

  2. Con mia sorella costringerla funzionato perché grazie a Dio era minorenne. È stata quasi un anno in una casa di cura e per un periodo aveva un sondino che la nutriva. Un’altra persona che conosciamo è stata nel reparto psichiatrico dell’ospedale su decisione del magistrato perché no, tentate il suicidio a 16 anni non é un diritto e in ospedale arriva la polizia a cui bisogna dare spiegazioni. Ma il controllo non si può spostare su altri aspetti della vita? Non si possono trovare altri modi per sfogare l’ansia? Se tanti lo fanno magari dopo anni allora si può!

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