Regola numero uno per guarire dai dca

Ecco a voi la REGOLA NUMERO UNO per uscire dai disturbi alimentari – consigliata, com’è appropriata, da una persona, io, che dai disturbi alimentari non ci è ancora uscita.
Perdonate l’ipocrisia di fondo. Io sono il tipico esempio di predica-bene-razzola-male.

Premesso questo, credo che la regola numero uno per guarire sia… (ooooooh) avere una vita al di fuori del disturbo alimentare.

E’ una cosa che spesso ci si dimentica, quando si imparano le tecniche per evitare le abbuffate (la solita cantilena: fai una passeggiata, chiama un amico, blablabla) o quando ci si convince a seguire il programma affibbiatoci dalla nutrizionista. E’ una cosa che spesso viene definita come l’obbiettivo della guarigione, riavere la propria vita, piuttosto che una sua condizione necessaria.

Il fatto è che il passatempo preferito dei disturbi alimentari è quello di ingoiare qualsiasi aspetto della vita al di fuori di loro stessi. Chi soffre di anoressia/bulimia smette un po’ alla volta di uscire, perde gli amici, da sempre meno importanza a studio e lavoro. Nulla conta quanto il disturbo alimentare e, un po’ alla volta, nulla esiste al di fuori del disturbo alimentare.

E’ il decorso sociale, per così dire, di queste malattia. Ed è assai più pericoloso della perdita di peso. Quando abbandoni qualsiasi cosa tranne la malattia, diventa molto più difficile decidere di guarire: perché, effettivamente, non ti è rimasto niente tranne la malattia. Non hai amici, fai schifo all’università e al lavoro, non hai nessun progetto di vita. Togli la bulimia/anoressia e rimane il vuoto. Allora, pensi, tanto vale lasciarsi morire.

Indi la regola numero uno per guarire: avere una vita, o meglio, ricostruirsela. Superare le proprie ansie sociali prima di quelle legate al cibo: fare un progetto, che sia cercare un nuovo lavoro o iniziare un nuovo corso, rimettersi in contatto con degli amici, programmare una vacanza.

E non è facile. Per chi non soffre di dca è vita di tutti i giorni; per chi ne soffre, è uno sforzo terribile, che contrasta la tendenza naturale ad abbandonarsi alla malattia. Ma è comunque il primo di una serie di sforzi che dovrebbero, almeno mi dicono, portare ad una certa forma di guarigione.

Ovviamente la regola numero uno non è sufficiente, ovviamente, e se non integrato con millemila altre strategie non basta. Diciamo che è più una condizione di base, una motivazione ad applicare le millemila altre strategie. Una specie di programma per essere felici, di spiraglio della luce alla fine del tunnel, se vogliamo usare la metafora più banale della storia.

In questo, lo sottolineo mille volte, hanno un ruolo fondamentale amici e parenti, e tutti coloro che vogliono stare vicini alla persona malata. Come ho scritto in un post precedente, non c’è nulla di più sbagliato di credere di aiutare controllando quello che l’anoressica mangia: quello che si può fare, invece, è mostrare a codesta anoressica che esistono un pacco di altre cose interessanti che si possono fare, e che la vita non è così vuota come può sembrare.

(Ed ecco scritto il mio primo post pro-guarigione. Fatene l’uso che preferite)

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9 thoughts on “Regola numero uno per guarire dai dca

  1. Posso solo dire che sono d’accordo al 100% con quello che hai scritto… anche solo per il banale fatto che l’ho sperimentato sulla mia pelle, quindi è una sorta di “provato&confermato”.
    E’ veramente molto importante la psicoterapia, è veramente molto importante la terapia nutrizionale… ma allla fine la cosa più importante e fondamentale di tutte è riuscire a rifarsi una vita al di là del DCA. E’ tutt’altro che facile, ma è davvero importante.
    In maniera molto terra-terra, io non credo che sarei arrivata dove sono adesso (ed ho ancora un mucchio di strada da fare, lo so benissimo, ma c’è comunque stato ben di peggio rispetto alla mia situazione attuale…) se non avessi conosciuto nel frattempo il mio attuale migliore amico, che mi ha mostrato cosa “altro” ci possa essere nella vita oltre all’anoressia. Perchè il problema prinicipale, quando si è dentro l’anoressia, sta proprio nell’incapacità assoluta di vedere questo “altro”. Dopo anni ed anni ed anni pieni solo di vane ossessioni, la vita si riduce ad un niente. E quelle ossessioni, per quanto devastati, diventano l’unica cosa che sembra dare un senso alla vita… per questo è così difficile staccarsene, perchè sono rimase solo quelle e quindi una pensa: “se me ne separo, la mia vita diventerà un buco vuoto”… senza rendersi conto che questo sarebbe un ottimo punto di partenza, perchè potremmo trovare dei riempitivi a quel vuoto non più patologici.
    Purtroppo l’anoressia è una malattia in cui ci s’identifica. Cosa sare, io, senza anoressia, dopo che per tanti anni questa mi ha dato un’identità?, si pensa… e ci si attacca ancora di più a questa malattia, con l’ostinazione con cui ci si lega solo alle cose che fanno più male.
    Sì, hai ragione, una delle chiavi di volta consiste nel riuscire a vedere che c’è “altro”. E poi ad integrare questo “altro” nella nostra vita. Anche se, dopo anni ed anni in balìa dell’anoressia, questo “altro” fa incredibilmente paura. Epppure, è necessario affrontarla, per non rimanere eternamente nell’impasse. Come dice la canzone: “The only way out is the way through”…

    • Ecco esattamente come dici tu, ci si identifica con la malattia. Ed è molto più pericolo dei sintomi biologici di per sé. E’ una specie di depressione mirata, in cui non c’è nulla che vale la pena vivere tranne la malattia.
      E alla fine credo che si abbia bisogno di un aiuto esterno, quello che per te è stato il tuo amico. Paradossalmente, non un aiuto a guarire ma un aiuto a vivere.
      Sono davvero contenta che tu sia d’accordo. Come ho detto, io non sono molto guarita: quindi una conferma come la tua è importante (e mi da anche un sacco di sollievo, personalmente 🙂

  2. Post veramente molto interessante! As always…

    Sai, quando ero ricoverata ci facevano spesso l’esempio della “torta”, il grafico che rappresenta la nostra vita dovrebbe essere fatto di tanti spicchi: scuola/lavoro, relazioni sociali, hobby, sport, svaghi, internet… e sì, pure una fetta per il famigerato “controllo dell’alimentazione e del peso” che è presente in tutte le persone; chi più chi meno tutti si preoccupano dell’alimentazione e del proprio aspetto fisico, solo che le persone con un da se ne occupano spropositatamente, finendo – come dici tu – per ridurre o azzerare gli altri domini. In poche parole si fa uno spostamento dalle aree che ci fanno paura, e sentiamo di non controllare, al focus sul cibo e sull’alimentazione che invece siamo bravissime, o presunte tali, a gestire.
    Io personalmente ho sempre creduto nell’importanza che avevano i miei interessi, le mie passioni, la mia “fantasia” per arginare il disturbo, ma non era così… Anzi, sviluppavo interessi morbosi sempre legati al disturbo, oppure l’intelligenza mi fregava facendomi “intellettualizzare” la malattia e quindi pensarla in un senso artistico (ho sviluppato quindi un forte immaginario legato alla filosofia del corpo, teatro, film, testi che riguardassero solo certi aspetti). E purtroppo questa cosa se da un lato può essere affascinante dall’altra mi frega tantissimo, perché adesso che in teoria sono riuscita più o meno a interrompere molti comportamenti malati, in un modo molto relativo a “guarire” (qui ci vogliono mille virgolette!) mi restano i miei studi, la mia estetica, i miei libri, che gira o rigira riguardano degli aspetti patologici, perturbanti. Insomma, qui mi si potrebbe dire che nulla m’impedisce di circondarmi di cose diverse, certo, lo potrei fare, ma sento che altro non mi interessano. Quello che voglio fare è scrivere, e per scrivere bisogna essere molto ossessivi e anche un po’ maniaci. Almeno, questa è l’idea che mi sono fatta leggendo gli autori che preferisco. Sono andata un po’ fuori tema dalla regola del tuo post, ma neanche troppo, sono alle prese con il cucire insieme i pezzi. Sapendo che forse il mio destino sarà quello di camminare sempre su un filo…

    • Capisco benissimo, anche io mi rendo conto che molti dei miei interessi sono dirette conseguenze della malattia. Mi dico che in fondo è meglio dedicarsi ad interessi come questi piuttosto che dedicarsi solo alla malattia. Però è vero, in questo modo si continua a rimanere attaccati all’ossessione, e si finisce col camminare sul filo.
      Sempre a proposito, appena sono in Italia mi compro il tuo libro 🙂

  3. Tante volte penso che l unico modo sia quello di rompermi entrambe le braccia.. O come alternativa, la camicia di forza, allora “forse” riuscirei a non farlo più. ho spesso provato odio verso amici e parenti per tutto il tempo che mi hanno lasciato da sola, ma sono pienamente cosciente del fatto che li avrei odiati ancora di più se mi fossero stati vicini. Non esistono logiche in questo mondo a se . Mirtilli

  4. Pingback: Se non fossi bulimica lo farei? Ricostruire una vita senza la Bulimia | Trappola per Topi

  5. Ho letto due tuoi post: questo e quello delle frasi motivazionali. Mi piace moltissimo la schiettezza e condivido molto. Ti dirò anch’io la mia. Io sono convinta diciamo al 90 per cento che le persone che hanno disturbi almentati sono il più delle volte quelle troppo abituate ad avere la pappa pronta. Ovviamente nessuno di loro lo ammette. Io ne ho conosciute anche vicine a me. Beh c’era sempre per loro fortuna qualcuno che doveva stare tutto il santo giorno a pensare a loro benché avessero passatp i 20 anni. Un risucchio continuo di energie altrui per chi non é in grado di usarne di proprie per affrontare la vita. Passare tutto il giorno a pensare al cibo e al corpo è indubbiamente una malattia, ma una malattia di lusso. Perché non tutti a 20 anni o 24 o 29 hanno la mamma che ti cucina ogni pasto e possono stare lì a pensare “come sono brava oggi ho mangiato una focaccia” o “l’olio mi spaventa”. Guarda caso ci sono contesti sociali dove queste malattie non esistono. Io mi riferisco a gente che non ha avuto traumi particolari ma si “ammala e basta”. Gente che a 20 anni é in conflitto con la madre repressiva non di può senrire e il web è pieno di persone così. “Se non faccio l’esame mia mamma mi uccide”. Tanto è ovvio che non può farti niente. Lo vedo spesso un rifiuto di crescere. Mia sorella è stata anoressica per 2 anni il motivo scatenante nemmeno lei lo sa. Io avevo 15 anni ed era un incubo per tutti noi, aveva trovato il modo di tenere la famiglia sotto scacco per non fare la fatica di trovarne uno più sano. Non credo si sia mai accorta che doveva solo dire grazie per tutti i soldi e il tempo speso dietro ai suoi problemi. E per questo è guarita non per via delle frasette rosa sul muro.

    • Rispetto l’opinione ma non mi trovo molto d’accordo. Il mio disturbo é peggiorato quando vivevo da sola e non c’era nessuno a cui rendere conto. Ho sempre pensato che lagnarsi non servisse, e così tiravo avanti, ma non riuscivo a uscirne. Ogni giorno mi dicevo di smetterla, ma é stato solo quando mi sono rivolta a qualcuno che ho appreso gli strumenti per stare un po’ meglio. Ti assicuro che non sono una persona che soffre per madri repressive o che altro. Credo che le esperienze siano molto varie, e non trovo giusto cercare una regola per tutti quelli che hanno un dca

  6. So che questo post è parecchio datato però voglio dire la mia ora. Innanzitutto ti dico Grazie! Adoro la tua schiettezza e la tua profondità di analisi, mi rivedo praticamente ( e purtroppo) in tutto ciò che scrivi. Leggerti mi fa sentire meno sola nei momenti di down e questo è veramente veramente tanto per me, perchè ciò per cui spesso soffro è proprio il non sentirmi capita in questa mia bella palude in cui sguazzo, perche fondamentalmente se l altro non ci è passato o se non ha sofferto di una qualsiasi dipendenza o compulsione non riesce proprio ad immedesimarti e capire cosa provi e cosa vivi, per quanto affetto o amore senta per te. Ma va be piagnucolii a parte, non posso che essere più che d accordo con ciò che hai scritto! Io me le sono fatte tutte, anoressia bulimia e da qualche anno binge eating..yeah! non mi son fatta mancare nulla!:) e posso assicurare che anche il solo uscire per due secondi a firmare la raccomandata del postino, accorgersi che al di fuori delle quattro mura di casa, della tv perennemente accesa così non penso e delle carte e delle briciole sparse in ogni dove… al di fuori dell mio delirio luculliano esiste un mondo, esiste il cielo e la luce, e l aria che non sa di schifo, e le gambe che si muovono e sono ancora capaci di fare le scale, e la vicina che ti guarda male perche sei uscita come una barbona… ebbene accorgersi che la tua vita e che l esistenza in generale è composta da altro, anche dalla piu semplice delle cose, ti scuote e ti fa rinvenire per un momento! Rendersi conto di poter essere altro (anche solo la ragazza che scende a prendere la posta)e di essere già altro oltre al dca è fondamentale! Io sto cercando di trovare le mie sicurezze e di ricostruire la mia vita a partire da me! Non è facile, anzi è maledettissimante difficile e vorrei un cavolo di trofeo e coro di ovazione ogni fine giornata andata decentemente! Perche io mi sento ogni giorno di compiere un’impresa erculea nel tentativo di stare a galla e se ci scappa anche fare un passettino in più verso la guarigione! Tuttavia so per certo che,senza il (teoricamente) continuo sforzo di essere altro, sprofonderei! Metterei in scena per giorni lo stesso lugubre teatrino malsano, allontanandomi sempre di più dal benessere tanto ricercato e soprattutto dalla tanto agognata libertà dal disturbo! Fine.
    Ti ringrazio nuovamente per ogni post che aggiungi! Grazie di cuore

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