Non essere pronti a guarire

Ho pensato/provato varie volte a guarire. Il mio ultimo potenziale psicologo ha ascoltato la lunga lista delle mie terapie fallite e la sua reazione è stata: “Forse non eri pronta a guarire. Adesso sei veramente pronta a guarire?”. E lì sta l’origine di questo post e della mia frustrazione.

Chiariamo una cosa. Nessuna persona che soffre di disturbi alimentari è mai veramente pronta a guarire finché non è guarita (qualora questo magico mito della guarigione sia effettivamente una possibilità, s’intende).

O meglio. Tutti sono sempre pronti a guarire se per guarire s’intende preferire una vita senza disturbo alimentare. Chiedetemi se preferirei una vita senza bulimia: ovvio che sì, mille volte sì, non sono mica un’idiota. La verità è che preferirei non aver mai avuto un disturbo alimentare, non sapere nemmeno cos’è, essere una di quelle persone che scrivono bulemia invece di bulimia. Le cose però non stanno così.

Un decennio di bulimia ha reso il disturbo alimentare una parte fondamentale della mia quotidianità. La bulimia è un meccanismo a cui ho imparato a ricorrere in molte situazioni e che mi aiuta a gestire varie emozioni e stati d’animo. Di conseguenza, l’idea di affrontare queste emozioni senza potermi abbuffare, beh, mi sembra semplicemente inconcepibile – e certo non è una situazione in cui voglio ritrovarmi. Quindi chiedetemi se sono pronta a rinunciare alla bulimia: la risposta è forse, non ancora, dovrei, non so.

Se fosse facile essere pronti a guarire, ciò significherebbe che i disturbi alimentari non hanno poi tutta questa attrattiva. Invece, ammettiamolo tutti in coro, per chi ne soffre più di qualche attrattiva ce l’hanno (ne ho parlato i vari post oramai). E perciò se la metà razionale di ogni bulimica riconosce che la bulimia fa schifo e dichiara di voler guarire, la metà irrazionale avrà sempre il desiderio ed il potere di mandare tutto a fanculo.

Quindi, come decidere quando si è pronti a guarire? Meh. E’ mia personale opinione che, beh, non ci sia affatto bisogno di essere pronti a guarire per cercare di guarire. Bisogna un po’ cogliere l’attimo, mettiamola così: aggrapparsi ad un barlume della propria metà razionale, e buttarsi in una terapia, chiedere aiuto, fare qualcosa – senza necessariamente aspettare che tutto il proprio essere sia unanime nella decisione, e mettendo in preventivo un numero spropositato di rimorsi e pentimenti.

Poi (sarò io una sognatrice, ma perdonatemi, la penso davvero così), deve essere la terapia o il supporto esterno a fare il resto. Quando dicono che una bulimica non può uscirne da sola, è precisamente perché da soli è terribilmente difficile rimanere costanti nella convinzione di voler guarire. E’ il ruolo del supporto esterno quello di rafforzare la convinzione; di insegnare strategie che tengano sotto controllo la metà irrazionale, affinché il meccanismo bulimico perda potere ed il desiderio razionale di guarire ne acquisisca. In poche parole, praticare le tecniche di guarigione spinge a voler stare sempre meglio. Dimostra che è possibile e che ne vale la pena. E’ così che si diventa effettivamente, al cento per cento, pronti a guarire.

Ed ecco spiegato perché non credo che la domanda “Sei veramente pronta a guarire?” sia la più grande cazzata pronunciata da un potenziale psicologo. No, non sono pronta a guarire, ma questa non è una ragione buona per lavarti le mani di me, o un modo per giustificare il fallimento della tua terapia. Se una persona con disturbi alimentari si presenta ad una seduta, credo sia palese che un mezzo piede sulla strada della guarigione ce lo vuole mettere – e sta allo specialista di turno decidere se trascinarla avanti o se lasciarla lì a discutere con la propria malattia.

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10 thoughts on “Non essere pronti a guarire

  1. Premesso che, come ormai ho detto millemila++ volte, io ritengo del tutto improprio parlare di “guarigione” a proposito dei DCA, mentre trovo corretto parlare di remissione, sono sostanzialmente d’accordo con quello che hai scritto.
    Concordo col fatto che la domanda “Sei veramente pronta a guarire?”, pronunciata da chicchessia (e a maggior ragione da uno psicologo, che dovrebbe essere persona professionalmente competente…) sia del tutto fuori luogo, e comunque di base scorretta.
    Di più.
    Fare una domanda del genere pone come presupposto implicito che la remissione (chiedo venia, ma non ce la faccio proprio ad utilizzare la parola “guarigione”…) sia un EVENTO. Il che è, a mio avviso, sbagliatissimo.
    Per come la vedo io, la remissione NON è un evento, bensì è un PROCESSO.
    Non si sceglie un bel mattino di combattere l’anoressia/la bulimia, e così sia nei secoli dei secoli, una decisione che una volta presa è fatta, e non ci si torna più sopra. No. Non funziona così. Bisogna scegliere ogni singolo giorno della propria vita di combattere contro l’anoressia/la bulimia.Ogni singolo giorno bisogna scegliere di non ascoltare quello che la malattia suggerisce. Non è una scelta da “una volta e per sempre”, è la scelta che va rinnovata ogni mattina quando ci si alza e cui bisogna mettercela tutta per tener fede fino al momento in cui si torna a letto. Per cui, fare una domanda del genere, come se tener testa a un DCA fosse una cosa che si fa sul momento e poi va avanti da sola, di default, mi sembra un comportamento quantomeno miope.
    Non metto in dubbio il fatto che per tener testa ad un DCA la volontà individuale sia di fondamentale importanza, altrimenti non si partirebbe neanche, ma occorre tener conto del fatto che questa volontà non è un qualcosa che cade dal cielo, e che quindi ieri non c’era e oggi appare come per magia, nonchè il fatto che è un impegno continuo e costante, non una scelta istantanea e poi viene tutto facile (e magari che fosse così…).
    Sei tu sei una sognatrice, allora io lo sono altrettanto perchè condivido in pieno quello che hai scritto in merito al ruolo della psicoterapia nell’affrontare un DCA. Perchè è proprio così che ha funzionato (e tuttora funziona) per me.
    Certo che un DCA ha attrattiva – è una formidabile strategia di coping, in fin dei conti: come potrebbe perciò non averne? – e, a suo modo, sicuramente ce l’avrà sempre. Quello perciò che secondo me conta in un percorso di ricovero, è il tenere duro per cercare d’individuare nella propria vita tutte quelle cose che hanno più attrattiva dell’anoressia… perchè sono queste, e il rendersi conto che vale la pena di viverle, che permette di mantenere la direzione che allontana dalla mera sopravvivenza del DCA, per avvicinarsi alla vera e propria vita.
    Veggie

  2. Ciao!
    innanzitutto sono felice di leggere di te..
    Condivido pienamente il tuo post e le perplessità che possono derivare da una frase del genere. Da qualche mese anche io ho deciso di farmi aiutare, dopo 18 anni di malattia. E, consapevole del fatto che sarei tornata indietro immediatamente, ho deciso di “incastrarmi” raccontando tutto al mio ragazzo. Si perchè come dici tu, è una parte molto piccola di me che ha deciso di guarire, ma la maggior parte di me non lo viuole e si oppone alla terapia. Anche la mia psy mi ha posto la stessa domanda e anche io le rispondo che un giorno su 10 ragiono razionalmente e neppure per tutte le 24 h. Sicuramente ora il fatto di vedere il mio ragazzo soffrire a causa mia per avergli aperto un mondo che pensava non esistesse, mi spinge a comportarmi bene qualche volta. Ma diciamo che entrambe le stampelle le regge lui. Personalmente digiuno tanto e non seguo la dieta. Diciamo che ho un approccio molto infantile verso la terapia di guarigione: se lui mi controlla e mi interroga, allora faccio i compiti. Ma, essendo lui estremanente discreto e rispettoso, le interrogazioni sono rare e ptraticamente sono quasi sempre in ricreazione. Ragion per cui, non voglio guarire, vorrei guarire ma sono anche terribilmente impaurita dall’idea di abbandonare i miei diguini e il mio controllo che tengono a bada da 18 anni la mia mente.
    Però se ti posso dar un consiglio, prova ad “ingannarti”, prova a farlo per qualcuno a cui vuoi bene, continua a provare, a credere che vuoi guarire, anche se è una credenza sporadica. Purtroppo la malattia è un tarlo, è un cancro..e nessuno è in grado di guarirsi da solo dal cancro. Nessuno

    Sono felice di leggerti

    Sby

    • Okay, forse dovrei cambiare il titolo del post, altrimenti sembra che io stia effettivamente guarendo.

      Grazie mille per il commento. Non credo che riuscirei a guarire per nessuno, sinceramente ho fatto uscire dalla mia vita tutte le persone che soffrivano a causa del mio dca, e quindi adesso non mi sento in dovere verso nessuno.

      Perso forse qualcun altro può usare il consiglio!

  3. Eh già… Non si è mai pronti a guarire.
    Come puoi pensare di sbarazzarti del tuo Dca se è la cosa più importante della tua vita?

    Alla prima seduta psichiatrica (avevo già “battezzato” il bagno) ho affermato che non c’è nulla di meglio del mio Dca e che sarei stata pronta a tutto pur di tenermelo ben stretto.
    Non l’ho mai pensato come una malattia ma come il compagno perfetto! Un compagno sempre presente che placa ansie, gestisce emozioni, distrugge la tua vita ma è terribilmente capace di renderti “viva” in altre forme. Non sarebbe così difficile uscirne se non fosse così intricato e insostituibile! Sbaglio?
    Ogni mattina davanti allo specchio mi sono ripetuta per anni: “Cosa c’è di male… Io sono così. Certe persone vanno a puttane e io mi sfondo di cibo.”
    Diventa del tutto normale attivare certi pensieri e certi comportamenti (e non ci sono limiti).

    Ho esordito alla grande insomma… Nessuna speranza e nessuna aspettativa.

    Nonostante ciò in fondo (ma proprio in fondo…) al mio cervello c’era una vocina che mi diceva: “Tutto questo però non va bene Sara, per niente!”
    Così mi sono messa nelle mani di medici, dietiste, psicoterapeuti… Mi dicevo: “Vediamo se riescono a darmi un assaggio di una vita cosiddetta normale”.

    Non ho fatto altro che portarmi il mio Dca in clinica e modificarlo in base al nuovo ambiente.
    Per mesi ho perpetuato a vomitare, nascondere cibo e quant’altro…

    Nessuno è mai pronto a mollare il proprio Dca… È come se dicessero a un bambino che Babbo Natale è un figlio di puttana; il bambino ci rimane male e ti odia! (mi scuso per il paragone un po’ sempliciotto… Ma forse rende l’idea)
    Così come sentirsi dire che il tuo Dca è male. Non è vero cazzo! È solo perché tu non ce l’hai! Tu non sai cosa mi stai chiedendo di mollare!

    Beh… Il tempo è passato in clinica e (vuoi per la ri-alimentazione, vuoi per le medicine, vuoi per l’uso della parola…) ho cambiato idea. Pensavo in maniera un po’ diversa.
    Mi dicevo: “A furia di insistere prima o poi riuscirò a spezzare questa catena”.
    Probabilmente cadrò mille volte ma io ci provo. Ci provo ogni maledetto giorno. Non ho uno scopo (cioè non lo faccio per nessuno, compresa me, e non lo faccio per la gloria) ma voler sperimentare cosa c’era al di fuori del Dca era sempre più un pensiero vivido e forte.

    Ho chiesto finalmente aiuto. Ho parlato, ho parlato e ancora ho parlato.
    Solo con l’uso della parola ho pian piano (mooooooolto piano e tutt’ora ci sto lavorando) snocciolato il problema. I medici hanno fatto di tutto. È servita molta pazienza e molta costanza. Sono stati loro che hanno ascoltato le mie paturnie, i miei sproloqui e le mie cazzate (perché molto spesso ci si attacca a quelle per rimanere malati). Hanno rafforzato sempre di più quel pensiero “sano” e non smetterò mai di ringraziarli.

    Ora non posso dire di essere guarita. Non si guarisce mai.
    Però la qualità della mia vita è migliorata… Riesco a stare con me e con la mia “cara” malattia che però non ha effetti distruttivi sulla mia vita/salute. Sto assaggiando la pubblicizzata “vita normale” fatta di piccole cose. E ci sto… Beh… Ci sto bene!!!
    Non avrò una vita da superstar né una vita memorabile per i miei posteri… Ma se c’è una cosa che ho imparato è che a me del resto del mondo mi frega assai poco. E quello che conta è rispettare prima di tutto se stessi (che noia le frasi fatte… però è così).

    E con questo ho detto (quasi) tutto.

    Ps: la prima visita psichiatrica è stata un tramaccio di mia madre (probabilmente la causa di tutto… anche della mia guarigione). Io, per me, non avrei mai fatto nulla.

    • In un certo senso la tua storia mi va stare meglio, soprattutto quando dici che te ne frega poco del resto del mondo – io ho un po’ la fissa della vita memorabile, non tanto per i posteri ma più alla nietzsche, e credo che questo desiderio abbia nutrito il senso di incompletezza e vuoto che poi ha portato alla bulimia. Ma queste sono congetture..
      Comunque, nonostante tutta la prima parte della storia, sono contenta per te, e spero tanto di emularti!

  4. Ho passato più di metà della mia vita a trovarmi disgustosa, a lottare con la bilancia, ad avere un rapporto di perenne amore-odio con il cibo, ad allontanare le persone,etc. (in altre parole a rovinarmi la vita). Più ci penso, più mi rendo conto che in realtà i primi segnali li ho manifestati già alle elementari e ora sono prossima alla laurea.
    Ho provato diverse volte ad andare da uno psicoterapeuta, ma con alcun successo. Andavo più volte a settimana, ma la verità è che non volevo guarire.
    Poi, circa un anno fa, ho fatto l’atto di fiducia di cui per anni mi aveva parlato il mio I psicologo: mi sono fidata della preoccupazione di mio fratello e mi sono resa conto che la condizione stava lentamente cronicizzando. La cosa che più mi preoccupava era che ci avevo fatto l’abitudine: non riuscivo ad immaginare una vita senza, non avevo il coraggio di prendermi tutto ciò che stavo allontanando con la scusa del DCA e, più semplicemente, non ero pronta.
    Nonostante ciò mi sono fatta forza e, con ben poca fiducia, ho fatto l’ennesimo tentativo di psicoterapia.
    La vera differenza è che questa volta, il mio obiettivo terapeutico non era guarire (mi rendevo conto che sarebbe stata una presa in giro per entrambe), ma le ho detto che volevo riuscire a desiderare la mia guarigione. Non ci avrei mai nemmeno sperato ma è successo e anche abbastanza all’improvviso. Non dico che ci sia una cura, che si possa guarire del tutto, ma da un paio di mesi a questa parte mi è cambiata la vita, perchè mi sono resa conto di ciò di cui mi stavo privando…e non mi riferisco tanto al cibo (l’ossessione c’è ancora eh), ma a un’uscita tra amici, a un bel vestito, a un sorriso, a due chiacchiere con uno sconosciuto, a non dover inserire una scusa in ogni frase…
    Un’altra cosa bella è che in tutto ciò ti senti responsabile e quindi orgogliosa del cambiamento che sei riuscita a fare. All’inizio è stata molto dura e spesso mi sono costretta in una sorta di terapia comportamentale…
    So che il DCA ti si aggrappa con una forza indicibile, ma a quanto pare avere il coraggio di lasciarlo andare almeno un po’ paga.
    Ti auguro di riuscire a trovare la forza di fare a meno del DCA….a 20/30 anni è troppo tardi per dimenticare, ma è anche decisamente troppo presto per dire ormai.

    • Grazie mille per aver condiviso la tua storia, devo dire che sto imparando moltissime cose dai commenti che ricevo sul blog.
      Mi piace molto l’idea dell’orgoglio nella guarigione, che contrasta molto con la vergogna del dca. E’ un concetto a cui non avevo mai pensato prima. Mi rendo conto che spesso spero guarire equivalga semplicemente a dimenticare, quando non sarà mai così.

  5. NOn ho mai commentato…ma leggo da un anno circa il tuo blog.

    Anche i post passati, i più vecchi, li trovo talmente precisi e lucidi…sembra che hai fotografato la situazione e che poi riesce ad analizzarla in maniera incredibile.

    Io vomito una volta al giorno, ma devo ringraziare il lavoro. Se non lavorassi, anche se il lavoro mi procura un sacco di stress, vomiterei due o tre volte.

    Nei week end infatti succede così.

    Continuerò a leggerti.

    Un abbraccio!

  6. Ciao! Ho letto avida,ente il tuo blog negli ultimi giorni, sono rimasta senza parole, perché sei riuscita a trascrivere le sensazioni, il mondo, la vita che io ho. Soffro di anoressia da ormai più di cinque anni, ci ho provato dall’inizio a guarire: quando mi sono ammalata ero ancora piccola diciamo (15 anni) e con la psicoterapeuta e la dietologa ero riuscita in parte ad uscirne. Il reale problema è che non riesco a fare il passo avanti, non mi stacco e una parte di me non si vuole staccare dal DCA. Quando avevo ripreso peso, per circa un annetto e mezzo ho mantenuto un peso decente, in realtà, anche se tutti mi dicevano quanto stessi bene, riuscivo a essere più autonoma,indipendente e forse anche me stessa, non mi piacevo! Ero e sono continuamente insoddisfatta, voglio essere più magra, poi mi cadono i capelli, arrivo ad un punto che (come spieghi tu in un altro post che rispecchia perfettamente la mia situazione) penso di potermi permettere di mangiare ed essere curata visto che arrivo a pesare 45kg per 1.70.. Ma nel moneto in cui risalgo la china ecco che, arrivata ad un certo punto, come verso la fine di un tunnel quando intravedo la luce, ho paura, non voglio,mi fa schifo sentire il cambiamento,sentire i pantaloni che stringono, mi da fastidio persino sentire i complimenti di quelli che mi dicono “stai meglio ora” perché la mia mente malata lo associa ad un maledetto “sei più grassa ora!” Perché? Come si fa a sbloccarsi, ad andare oltre la china? So che tu, come ribadisci spesso, non sei totalmente fuori dal tuo DCA, ma vorrei chiederti almeno se stai meglio o hai trovato comunque un modo, anche se piccolo, di ripartire piano piano….
    In ultimo, e poi smetto di tediare mezzo blog, sono talmente cronicizzata nei miei digiuni, nelle mie attività fisiche estreme che in realtà non dimagrisco neanche più tantissimo e questo a volte mi fa soffrire, ma sopratutto, cosa ancora più grave, mi fa pensare di stare bene ed essere normale! Ecco io penso di essere una ragazza normale, con il semplice fatto di avere un metabolismo lento e che quindi si deve spaccare di corsa tutti i giorni e mangiare solo nei weeken e anche poco… La cosa più assurda è che ora come ora, da analisi del sangue, hanno rilevato l’emoglobina a 6 (quando il limite è di 12) e il ferro a qualcosa come minimi storici mai visti in ospedale…pensavo che questo “scossone”, segnale forte, mi facesse capire che ciò che la mia mente mi dice non è come realmente sta il mio corpo…eppure ancora sono qui, che assumo la mia pillolina di ferro, con tutte le persone che mi stanno intorno super preoccupate (mezzo ospedale che fa il tifo per me) e io….digiuno e vado a correre. Forse sono una peperonata di merda, che si merita di morire,..non lo so, chiedo solo una parola o un aiuto, anche un insulto, una sgridata, da qualcuno di voi che sa cosa provo. Grazie

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