La normalizzazione di un DCA

Questa riflessione scaturisce dal fatto che fra poco celebrerò un decennio di disturbi alimentari. Ognuno ha i propri traguardi, nella vita.

Mi sono resa conto che – udite, udite – mi sono abituata ad avere un disturbo alimentare. Che forse non è il modo migliore per esprimere quello che intendo, ma lasciate che mi spieghi. Nei primi tempi la bulimia è tutta una scoperta: i pattern della malattia non sono ancora definiti, ogni crisi porta con sé sensazioni che ancora non si sanno gestire, non si sono ancora raggiunti certi estremi o certe bassezze. Con il tempo, però, e per tempo intendo anni, il disturbo diventa parte di una routine strutturata ed abbastanza prevedibile. La persona che ne soffre identifica le fasi del proprio ciclo bulimico, e non solo sa come si alternano i propri comportamenti ma perfino quali sensazioni saranno associate a ciascuna fase.

E questa prevedibilità ha diversi effetti sul modo in cui il disturbo alimentare viene vissuto:

1. L’accettazione delle abbuffate – che smettono di essere lo sgarro ad effetto a sorpresa dei primi tempi. Personalmente, per quanto cerchi continuamente di smetterla, do un po’ per scontato che finirò inevitabilmente per ricaderci. Dopo dieci anni, d’altronde, non posso credere a me stessa quando mi dico “Adesso davvero non lo faccio più”. (Non sapete invece la sorpresa quando riesco a stare più di una settimana senza abbuffarmi).

2. L’assopirsi dei sensi di colpa – che è poi una conseguenza diretta del punto sopra. Non la scomparsa, perché sentirsi un po’ idioti per aver ingoiato 6000 kcal è necessario, ma niente a che vedere con il laceranti sensi di colpa dei primi anni. Il pensiero post-abbuffata è “Meh, devo vomitare” piuttosto che “Dio, sono una merda, mi odio, devo vomitare”.

3. L’indifferenza al corpo. Ovvio, meno si pesa meglio è, ed un corpo gonfio fa sempre un po’ schifo. Ma se all’inizio l’immagine nello specchio equivale ad una sentenza apocalittica, dopo innumerevoli sbalzi di peso si comprende che quel riflesso non è altro che una situazione temporanea, che passerà in un verso o nell’altro, e che sarà la malattia a decidere.

4. La diminuzione della vergogna – o, in altre parole, quello che sembrava molto malato e vergognoso all’inizio diventa la normalità. I comportamenti estremi che ho descritto in uno dei miri primi post non sono più troppo shoccanti: della serie, okay, ho rubato a mia nonna per comprarmi da mangiare, pazienza, l’ho fatto mille altre volte.

5. Lo sfumare delle alternative. La bulimia non è più una cosa che capita quando si avevano altri programmi, ma diventa parte integrante dei programmi. Prima di decidere cosa fare la sera, nel weekend, durante l’estate, si prende in considerazione come si riusciranno a gestire cibo ed eventuali abbuffate. Io ho un numero preciso di giorni che devono passare fra abbuffata e bikini/sesso.

6. La perfetta identificazione dei triggers. Dopo anni, si arriva a sapere quali situazioni, cibi, orari mettono a rischio abbuffata – il che non significa che si impari ad evitare le abbuffate, significa semplicemente che molte volte ci si va incontro in maniera perfettamente cosciente. Trovare soluzioni è d’altronde molto più difficile che identificare i rischi.

In generale, molti di questi punti riconducono ad una generale riduzione dell’intensità delle sensazioni legate al disturbo alimentare. I comportamenti possono essere più o meno estremi di quelli dei primi tempi, dipende dalla fase in cui ci si trova; ma le sensazione che li accompagnano sono state già vissute, metabolizzate, previste e diventano quindi un tantino meno violente.

Non credo che sia una buona cosa. Anzi, credo sia una cosa terribile. Abituarsi in questo modo ad un dca è la dimostrazione che si ha imparato a convivere con la malattia. Il disturbo è diventato parte integrante della propria routine e vita: forse non è un roller coaster emotivo tanto quando lo era ai primi tempi, ma qualora si dovesse guarire lascerebbe ora un vuoto molto più grande. Per questo dicono che “prima cerchi di guarire meglio è”. Non lo dicono è che più passa il tempo più rischi di morire. Più passa il tempo, più ti normalizzi la malattia, ti ci affezioni in un certo senso. Certo, ti fa stare male, ma irrazionalmente credi che ti fa soffrire meno di quanto ti farebbe soffrire non averla.

Viva la sindrome di Stoccolma.

Ora, questa è la mia esperienza, magari per voi è completamente diverso, e più passa il tempo più le cose peggiorano. Pregasi commentare.

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13 thoughts on “La normalizzazione di un DCA

  1. Ciao, è la prima volta che commento ma è da un pò che ti seguo. In realtà mi bevo ogni tuo intervento, sei la prima persona che è riuscita ad esprimere concetti che neanche io riuscivo a spiegarmi, cose che magari ho sempre pensato ma che non ero in grado di definire a parole. E in anche in questo caso hai fatto centro. Sì, ci si abitua. È da 12 anni che vivo con disturbi alimentari, in alcuni momenti sembra quasi che viva PER i dca, in altri potrei dire che vivo NONOSTANTE i dca, in altri ancora potrei dire che conviviamo. La verità è che dopo un pò il confine tra la persona e il disturbo sfuma, e sinceramente io non so chi sarei senza le mie regole, le mie perdite di controllo nascoste al resto del mondo, il tentativo continuo di essere qualcun altro. Come hai scritto tu, sarebbe bella una vita senza aver mai conosciuto tutto questo, ma una volta che cominci non puoi più tornare indietro e far come se niente fosse. Per quanto mi riguarda, all’inizio c’erano solo lati positivi, poi ho cominciato a perdere il controllo e ad avere paura, ma sono andata avanti, ora c’è una sorta di accettazione, cerco di sembrare normale agli occhi degli altri e di far sì che il disturbo intralci il meno possibile l’università, il lavoro, le uscite con gli amici. Ma la testa è sempre lì. È una vita di merda? Forse, e sicuramente lo è se la paragono a quella di chi va al bar e riesce a far colazione senza immaginare di scofanarsi tutte le brioche in esposizione. Ma è comunque meglio rispetto ai primi anni, forse perchè la cronicizzazione di qualunque cosa porta ad un’attenuazione dei sintomi, o forse perchè uno impara a riconoscere la sequenza di eventi che porta ad un’abbuffata, o forse semplicemente perchè si smette di disperarsi e si finisce per assecondare il dca. Magari dico così perchè in questo momento non è così “terribile” e mi permette di fare più cose,mi sembra meno limitante rispetto ad un tempo. Ma è comunque una calma apparente.
    Quello che è certo è che laddove lasci uno spazietto vuoto, il dca ci si infila e lo occupa, si nutre di quel piccolo vuoto e cresce fino ad occupare uno spazio sempre maggiore, e finisce per monopolizzare anche le cose che prima erano piacevoli o (addirittura) entusiasmanti. Per questo è pericoloso l’abituarsi al dca, perchè c’è il rischio di perdere sempre di più il contatto con la realtà “sana” e con la parte “positiva” di noi.
    Scusami per il pippone e se sono andata un pò fuori tema, ma mi sto facendo molte domande ultimamente.
    Complimenti e soprattutto grazie per il blog, mi fai sentire meno sola.

    • Grazie mille per il tuo commento – e sono perfettamente d’accordo, il dca si espande dentro di te. E’ come se, visto che funziona in alcuni ambiti, si comincia a ricadere sul dca quando altri problemi appaiono, e alla fine diventa la soluzione generale a qualsiasi problema. E’ pericoloso abituarsi, perchè un po’ alla volta si mangia la vita, e diventa sempre più importante.

  2. La “normalizzazione” della bulimia credo sia uno dei motivi per i quali ci ho messo tanto prima di riuscire a chidere aiuto. Il che non mi ha certo aiutata.
    Era come se, ad un certo punto, dopo anni di malattia, avessi trovato una sorta di equilibrio tra il dca e la vita: non è che vivessi, effettivamente più che altro sopravvivevo, però mi sembrava un compromesso accettabile, e quindi mi ero assestata su quel binario.
    In fin dei conti, la malattia mi tamponava certe altre problematiche, quindi in quel momento per me andava benissimo che rimanesse ben presente nella mia vita.
    Inoltre, il fatto di aver “normalizzato” la bulimia mi permetteva di mentire a me stessa molto tranquillamente: poichè ero in grado di conviverci, mi convincevo di non essere “abbastanza malata” (mi dicevo: se avessi veramente una malattia, starei proprio male di brutto, così invece è accettabile, quindi non è che io sia proprio così malata”), e quindi mi tenevo lontana da quella cosa che percepivo in quel momento come terrorizzante, ovvero dal chiedere aiuto, perchè questo avrebbe significato la necessità di spezzare quell’equilibrio che, sebbene precario, con la bulimia ero riuscita a costruirmi. E io in quel periodo non avevo proprio nessuna voglia di affrontare quelli che erano i miei problemi che nascondevo dietro al dca, mi facevano troppa paura.
    Poi certamente passa il tempo, succedono cose, si riesce ad aprire gli occhi e ad accorgersi che si è arrivate a un punto in cui non si può più andare avanti: nel mio caso, è successo quando la malattia ha dilagato fin troppo, quando “dovevo” vomitare almeno 5 – 6 volte al giorno, quando quel finto equilibrio che percepivo si è comunque rotto perchè la malattia ha preso il sopravvento. Allora era diventata un tale disagio che, fortunatamente, sono riuscita a trovare quel barlume di lucidità e di coraggio che mi sono serviti per chidere aiuto.
    Ora sto certamente molto megllio rispetto a prima, però m rendo anche conto che, in un certo senso, sto comunque vivendo in uno stato di “normalizzazione” della malattia: accetto come “normali” certi pensieri che mi passano molto spesso per la testa (anche se mi rendo conto che sono pensieri propri della malattia), e anche se non metto più in atto da un po’ certi comportamenti, quella tentazione di fondo c’è sempre, ed è una sensazione che ho “normalizzato”. Così come ho “normalizzato” certi tipi di comportamenti che mi rendo conto essere diretto residuo della bulimia.
    D’altronde, io penso, sulla base della mia esperienza ormai circa tredicennale di dca, che certe cose non se ne andranno mai del tutto, quindi forse certe cose verranno sempre “normalizzate”. A questo punto, quello che a me importa è che la malattia sia solo confinata a determinate cose e pensieri che non compromettono la mia salute e la mia vita, so bene che la vita non è una favola a lieto fine e che certe cose me le porterò dentro per tutta la vita.

    • Sono d’accordo – per quanto sia orribile da dirsi la normalizzazione della malattia ci permette di tirare avanti. Credo che ci sia una linea di divisione sottile fra la normalizzazione e l’accettazione del dca – e se il primo ti fa correre il rischio di rimanere per sempre nel problema, il secondo è forse l’unico modo per capire a che punto si è e riuscire a ripartire da lì.

  3. Ecco, in questo credo ci sia una sorta di differenza tra anoressia e bulimia… Mi spiego.
    Leggere questo post mi ha fatto pensare ad un altro che avevi scritto in precedenza, quelllo sulle bulimiche funzionali: in fin dei conti, puoi normalizzare la bulimia nel momento in cui diventi una bulimica funzionale. Se la malattia compromettesse troppo significativamente incidendo troppo negativamente sulla tua vita, non riusciresti mai ad essere funzionale, ergo non potresti normalizzare la malattia.
    In questo senso, per l’anoressia è un po’ diverso… perchè fintanto che la perdita di peso è contenuta, allora in qualche modo puoi ancora essere funzionale, quindi puoi normalizzare la malattia perchè sei egosintonica con essa… quando però poi il peso scende eccessivamente, la normalizzazione cessa di essere perchè ti ritrovi con un fisico e con una mente che perdono troppi colpi, per cui la malattia diventa assolutamente egodistonica… e, certo, è un bene che sia così, perchè spesso e volentieri è quello che ti dà la spinta per cercare di combattere contro l’anoressia, perchè ti rendi conto che in quel modo non puoi più vivere… anche letteralmente.
    Penso tuttavia che si possa normalizzare anche l’anoressia, ma non quando sei nel pieno del disturbo, bensì quando riesci a recuperare quel tot di peso che ti consente di vivere sul limite… allora sì, ci sono situazioni di equilibrio precario che possono durare per anni ed anni, io stessa in passato mi sono trovata in questa situazione: stavo lì a quel peso che era comunque inferiore al mio set-point fisiologico, ma che però mi consentiva comunque di studiare e lavorare, e non mi dava particolari acciacchi fisici… ero scesa a patti con l’anoressia, in buona sostanza.
    Credo inoltre che esista un altro tipo di normalizzazione nell’anoressia, che non è ovviamente quella comprotamentale (= restrizione alimentare) per i motivi succitati, ma quella della forma mentis… ed io questo io mi trovo. Sono cioè consapevole di avere determinati pensieri – propri di un pattern patologico – che pure non agisco, ed ormai li tollero e li accetto come “normali”, consapevole che staranno sempre in quell’angoletto della mia mente, ed altrettanto consapevole che non li agirò.
    Sono del tutto d’accordo con la frase “prima cerchi di guarire e meglio è”, perchè meno dai tempo al DCA di scavarti dentro, meno la testa si abitua ed il cervello riorganizza le sue sinapsia a favore della reiterazione degli schemi malati, più è facile staccarsene, ed in maniera più rapida, migliore, e più definitiva.
    (Perdona lo spin-off sull’anoressia, mi sa che sono andata vagamente off-topic…)

    P.S.= Auguri al tuo DCA per i suoi 10 anni… La mia anoressia tra poco ne compie 16, quindi a quest’età dovrò insegnarle che se va con un ragazzo deve usare il condom… ^__^”

    • Sì credo che ci sia una distinzione fondamentale, ma cosa ho detto in un altro commento mi sto anche rendendo conto che il termine normalizzazione assomiglia moltissimo a quello accettazione. E a volte l’accettazione è necessaria, perché indietro non si torna, e focalizzandosi sulle vittorie bisogna essere contenti dei comportamenti sani anche se e quando non si accompagnano ad una forma mentis ideale. Un’altra cosa, invece, è perpetuare comportamenti malati e semplicemente prenderli come daily routine.
      Quindi, non so, ovviamente prima si cerca di guarire meglio è, ma una volta che si ha normalizzato serve quasi qualcuno che ti ricorda costantemente che c’è un altro modo per vivere le proprie giornate..

  4. HO letto il tuo post da cima efondo e mi sono identificata totalmente.
    Pensare di vivere senza le quotidiane scofanate di cibo da quattro soldi che ingurgito mi sembra difficlissimo.

  5. ringrazio questo gruppo in anticipo.. e spero di non essere cancellata su una cosa cosi importante..ciao vorrei chiedere aiuta a questa pagina nel poter aiutare milioni di ragazze che lottano contro i disturbi alimentari binge bulimia anoressia ne ho sofferto per 19 anni..quando sono guarita ho deciso di aiutare altre che non hanno il coraggio di chiedere aiuto..con informazioni ascolto andando nelle scuole.. i disturbi alimentari si muovono fino alla morte dell’anima e del corpo..spesso i genitori non lo notano non sanno gestire la cosa.. se mi stai leggendo è hai paura..di quello che ti sta succedendo..cercami!! chiedimi l’amicizia oppure entra nel gruppo che ho creato..è un gruppo chiuso.. nessuno leggerà le tue paure.. scegli di lottare!!

    • Tesoro, non ti censuro il commento e di certo non ti cancello, ma nemmeno mi aggiungo al gruppo visto che la mia vita facebook è abbastanza separata dalla mia vita trappola per topi. E visto che non posso vedere cosa c’è nel gruppo, non posso nemmeno fargli pubblicità.

  6. Pingback: Se non fossi bulimica lo farei? Ricostruire una vita senza la Bulimia | Trappola per Topi

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