Non essere abbastanza malati

“Non sono abbastanza malata per andare in terapia.”

Ah. La mia, e non solo mia, frase preferita. Espressa talvolta nelle sue varianti: non sono abbastanza magra, non vomito abbastanza spesso, io in fondo riesco a condurre una vita normale. Come se per meritarsi una visita settimanale con uno psicologo bisognasse per forza pesare 35 chili, o almeno vomitare sei volte al giorno.

Ora, io lo so che è una stronzata. Lo so io e lo sanno le altre decine di persone con disturbi alimentari che, come me, sono stupidamente convinte di dover raggiungere un certo grado di gravità della malattia prima di poter chiedere legittimamente aiuto. E’ che pur sapendo che è una stronzata, non riusciamo a convincerci altrimenti. E aspettiamo religiosamente di arrivare ad un punto di non ritorno prima di prendere un appuntamento con uno specialista, così che poi siamo abbastanza fottute fisicamente e psicologicamente che, se mai anche guariremo, ci vorrà il triplo del tempo che ci sarebbe voluto se avessimo chiesto aiuto subito. Per la gioia dello psicologo che si intasca 100 euro a sessione.

La domanda che ne scaturisce quindi è: come mai?

Si aprano qui le speculazioni. Io ho visto, nella mia esperienza, che sono fondamentalmente tre i ragionamenti illogici nella mia mente a portarmi alla conclusione del “non sono abbastanza malata”.

1 – mi rifiuto di accettare di essere tanto malata quanto sono effettivamente. A me che ci vivo dentro ogni secondo, i miei comportamenti malati finiscono per non sembrare poi così malati. Penso stupidamente di essere in grado di gestirli da sola. Cioè, adesso non lo penso più, ma per moltissimo tempo ho pensato di essere in grado di gestirli da sola. La sindrome dello “smetto quando voglio”, condivisa con ogni drogato del pianeta. Che poi sta solo ad un passo di distanza da non accettare la propria malattia.

2- l’idea romantica che una volta entrata in terapia poi mi impegnerò davvero e guarirò. E allora aspetta ancora un attimo, fammi dimagrire un altro po’ che poi mi costringeranno ad essere grassa, fammi vomitare un po’ più spesso che ancora non sono arrivata proprio al fondo… Che è poi il modo di pensare più nocivo in assoluto, e completamente sbagliato, visto che entrare in terapia non significa dimenticare improvvisamente tutti i comportamenti disturbati e smettere da un giorno all’altro.

3- la competizione, e la vergogna. Questa non mi fa onore, ma so perfettamente che è la ragione per cui moltissime persone si rifiutano di andare in terapia, e non provatevi a contraddirmi su questa. Quando ti piazzano in uno di quegli stupidi gruppi di auto-aiuto e c’è una tizia che effettivamente pesa 35 chili e una che effettivamente vomita sei volte al giorno, e tu ti dici ” che cazzo ci sono venuta a fare qui, io sono solo una con un problema di peso”.

Perché, non dimentichiamo, anche la persona più decisa a guarire è pur sempre ancora una persona con un disturbo alimentare, il cui cervello è ancora legato a molti meccanismi malati. A volte, quando incontro qualcuno che effettivamente è più malato di me, mi sorprendo a pensare che “neanche la bulimica riesco a fare come si deve”. Che è una stronzata, ma figurati se con quest’idea riesco a prendere un appuntamento da uno specialista.

Il filo in comune fra tutti e tre questi ragionamenti è l’idea di doversi meritare una terapia. E infatti se vogliamo usare un altro modo, più specifico, per esprimere il concetto “essere abbastanza malati da andare in terapia” possiamo semplicemente dire “essere abbastanza malati da meritarsi una terapia”. La terapia come quello che in inglese si chiamerebbe reward, un premio, che bisogna duramente guadagnarsi.

Può darsi che nasca tutto dalla bassa autostima, dalle logiche dell’autolesionismo, dall’idea di non meritarsi di guarire finché non ci si é puniti a sufficienza con i comportamenti disturbati. E che ne so io. Potrei stare tutto il giorno a speculare sui percorsi della mente bulimica – e forse capire qualcosa di me, ma non potrei certo generalizzare a tutte voi.

Comunque, morale della favola, lo so che andare in terapia non è un premio, e che non c’è bisogno di essere abbastanza malate. Non lasciate, vi prego, commenti che sono poi ovvietà. Io sono la prima che consiglia a chiunque ha una relazione combattuta con il cibo di andare a farsi vedere, e poi sarà lo specialista in questione a decidere chi è malato abbastanza e chi no. Poi, fra il dire e il fare, beh, lo sappiamo tutti.

 

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34 thoughts on “Non essere abbastanza malati

  1. Forse il mio commento sarà un’ovvietà, non so. E’ semplicemente la mia esperienza e, essendo io una delle chissà quante persone malate di bulimia al mondo, necessariamente racconterò ovvietà per chi condivide la stessa malattia.
    Comunque, per quello che può valere, effettivamente io ho chiesto aiuto quando ho toccato il fondo. Quando effettivamente vomitavo routinariamente quelle cinque, sei volte al giorno, quando non avevo altra prospettiva di vita che il dca, e non c’era altro nei miei pensieri e nelle mie giornate. Quando infondo mi sono fatta sorprendere da mia mamma mentre stavo vomitando (e anche se dico che è successo per caso, infondo lo so che è stato preterintenzionale da parte mia), perchè se non ci fosse stato qualcuno ad indirizzarmi vero un percorso terapeutico, è probabile che io da sola avrei ancora perseverato nella malattia, anche se non ne potevo veramente più, perchè andare avanti era comunque più facile che cercare di cambiare le cose.
    Se dovessi spiegare perchè non ho chiesto aiuto prima, in effetti, lo riassumerei in questa precisa frase: perchè andare avanti era comunque più facile che cercare di cambiare le cose.
    Personalmente, penso che il principale motivo per cui non ho chiesto aiuto prima sia stato il fatto che AVEVO PAURA. Avevo paura di non farcela. E se non ce l’avessi fatta, mi sarei sentita un fallimento, e sarebbe stato pessimo. E allora, tanto valeva non provarci nemmeno.
    Non pensavo di “non essere abbastanza malata”, perchè infondo lo sapevo che lo ero, però ero bloccata dal terrore che non sarei riuscita a cambiare le cose, e che sarei comunque ritornata alla bulimia, e dunque avrei fatto tanta fatica per niente.
    La bulimia mi faceva paura, perchè comunque iniziavo ad accusarla tanto sia fisicamente che mentalmente, ma il chiedere aiuto mi faceva altrettanta paura, perchè come l’avrei messa se poi avessi chiesto aiuto, ma non fosse cambiato niente comunque?
    E quindi mentivo a me stessa dicendomi che ero comunque in grado di barcamenarmi, e l’ho fatto per moltissimo tempo.
    Guardandomi alle spalle adesso (e sto per scrivere un’altra ovvietà, chiedo scusa in anticipo) io non posso che ringraziare il giorno in cui in qualche modo ho trovato il coraggio (o la disperazione) di chiedere aiuto. E non posso che arrabbiarmi con me stessa per aver gettato via anni della mia vita prima di riuscirci. Ma è andata così, è inutile recriminare. Cercando quindi di vedere l’aspetto positivo, per lo meno ad un certo punto sono riuscita a chiedere aiuto, ed è meglio tardi che mai.
    La mia vita ora è tutt’altro che perfetta, ma se non avessi chiesto aiuto sicuramente sarebbe molto peggio di così. Sarei ancora la ragazza devastata che vomita quelle cinque o sei volte al giorno. O molto più probabilmente non sarei più di questo mondo.
    (Fine della mia marea di ovvietà.)

  2. Il dca e’ un sintomo. Puoi trarre tutti in inganno per oltre vent anni o puoi aver segni indelebili che poi son i soli che gli altri riescono a vedere.La terapia puo’ aiutare a capire qual e’ il problema vero. A volte presupponi di sapere tutto ma chiedere aiuto anche quando poi ti accorgi che eri li per arrivarci anche da sola… Chiedere aiuto quando loro parlano e tu nn trovi il manuale ne’ hai le capacita o le spalle x farlo. Chiedere aiuto e’ l unica via. Poi la salita la devi fare te ma questo e’ il motivo per cui continuo a riempire questo vuoto.

    • Sono d’accordo, per molto tempo ho dato la colpa a chi non riusciva ad aiutarmi, come se solo perché avevo chiesto aiuto allora potessi liberarmi di tutta la responsabilità della guarigione. E invece, a quanto pare, la due cose non si escludono a vicenda.

  3. La stessa identica cosa la penso anche io, cioè quando leggo di certi comportamenti più anormali dei miei arrivo quasi a pensare che non mi merito neanche la malattia quasi come se fosse un premio, il che è sbagliatissimo! Fino a poco tempo fa negavo tutto e da pochissimo ne sono consapevole e riesco a capire che c’è un problema, ma probabilmente non riusciamo a capirne la gravità! Ci si ripete che in realtà stai bene, che nonostante tutto respiri ancora, come se bisognasse arrivare a toccare il fondo(che anche qui il toccare il fondo è soggettivo) per realizzare di dover iniziare una terapia!
    La nostra mente gioca a fare brutti scherzi e prima che il gioco finisca vuoi, anzi ti senti in dovere di sperimentarlo in tutti i modi possibili arrivando al confine tra la vita e la morte! Senti che prima di sbarazzarti del disturbo tu debba “godertelo” ancora un po’, anche se come hai detto tu, ce l’hai sempre a portata di mano!
    Il nostro non è un vivere, è soltanto un sopravvivere!

    • Oddio, capisco benissimo l’idea del goderselo. Che è la cosa più malata che esista. Il fatto poi è che, anche quando si decide di guarire, volenti o nolenti si continuerà a goderselo e soffrirne ancora per un bel po’.

  4. La stessa identica cosa la penso anche io, cioè quando vengo a conoscenza di comportamenti più anormali dei miei arrivo quasi a pensare di non meritarmi neanche la malattia, come se fosse un premio, il che è sbagliatissimo!
    Fino a poco tempo fa negavo tutto e da pochissimo sono consapevole del problema e se questo non basta probabilmente è perché non riusciamo a capirne la gravità! Ci si ripete che comunque stai bene, che nonostante tutto respiri ancora, come se bisognasse toccare il fondo( anche qui il toccare il fondo è soggettivo, per me può significare avere 10 crisi bulimiche alla settimana, per qualcun’altro le stesse crisi in un giorno etc..) per realizzare che è arrivato il momento di affrontare seriamente il problema!
    La nostra mente gioca a fare brutti scherzi, e prima che il gioco finisca(cioè prima che ti decida ad andare in terapia, e sempre che tu lo faccia e lo faccia con la seria intenzione di guarire ) vuoi, anzi ti senti in dovere di sperimentarlo in tutti i modi possibili arrivando a toccare il confine tra la vita e la morte.. in quel caso è già troppo tardi secondo me, anche se si dice che si fa sempre in tempo a guarire! Questo non è un vivere, è soltanto un sopravvivere in una gabbia che non riusciamo o non vogliamo ad abbandonare!

  5. Questo tuo post mi ha fatto pensare ad un altro tuo post: quello che avevi scritto sul Body Dismorphic Disorder. Perchè mi viene da pensare che sia esattamente la stessa cosa. Citando quel tuo vecchio post: “il Body Dismorphic Disorder è solo una bugia perfettamente somatizzata. Chi soffre di disturbi alimentari si illude di avere del peso in eccesso – così ha una ragione simil-logica per rintanarsi ancora di più nella malattia. In pratica: non vuoi perdere peso perchè ti vedi grassa, ma ti vedi grassa perchè vuoi perdere peso. O, per la precisione, perchè inconsciamente vuoi continuare ad avere un disturbo alimentare.”
    Ecco, e non vale forse la stessa cosa in questo caso?… Parafrasandoti, mi verrebbe da dire che: l’idea di non essere abbastanza malata è solo una bugia perfettamente somatizzata. Chi soffre di DCA si illude di non essere abbastanza malata – così ha una ragione simil-logica per non affrontare la difficoltà del chiedere aiuto. In pratica: non eviti di chiedere aiuto perché non ti vedi abbastanza malata, ma non ti vedi abbastanza malata perché vuoi continuare ad evitare di chiedere aiuto. O, per la precisione, perchè inconsciamente vuoi continuare ad avere un disturbo alimentare.
    Oppure – dal basso della mia esperienza personale con tutte le sue ovvietà – perché stagnare nell’anoressia è molto più semplice e rassicurante del trovare il coraggio di saltare nell’ignoto chiedendo aiuto.

    Veggie

    • Questo tuo Blog – personale – ma allo stesso tempo generico su certi comportamenti mi sembra molto semplicistico. Hai tutta la libertà di dire come la pensi ma non puoi descrivere certe cose come patetiche, cercando di invogliare chi si riconosce in ciò a smettere solo perché “patetiche”. Certi ipdisturbi non nascono solo “dall’imitare la magrezza di modelle” ma hanno una complessità dietro che li rende dei veri disturbi. Detto ciò voglio sottolineare un’ultima cosa: il rapporto con il cibo è solo la coda di un un problema più profondo.

      • Beh, diciamo che se leggi altri post sul blog ti renderai conto che questo è esattamente quello che sto cercando di dire. Credo che una buona parte dei post siano molto espliciti contro l’idea che i disturbi alimentari nascano da un tentativo di imitare la magrezza degli altri.
        Senza contare che il mio obbiettivo non è quello di convincere qualcuno a smettere solo perché i dca sono patetici; cerco semplicemente di dire le cose come stanno, e c’è poco da fare, a volte i dca sono patetici.
        Comunque, ognuno ha diritto alla propria opinione. Se soffri di un dca, mi farebbe piacere leggere dei commenti più dettagliati.

    • Ah, quello sicuramente. Soprattutto considerato che la prima cosa che ti dicono quando ti decidi a presentarti da una psicologa è che hai tutto il diritto di essere lì. L’idea di non essere abbastanza malati è sicuramente una bugia che nasce dal desiderio, come scritto in un altro commento, di “godersi” il disturbo alimentare ancora un po’.
      D’altro canto c’è sicuramente del vero anche nel fatto che, almeno per me e credo per molte altre persone con dca, rimane la paura di essere viste come persone che si auto-compiangono. Come se, a meno che tu non pesi venti chili, ti stai lamentando per niente, e la vita in realtà non ti va così male.
      Credo che i due motivi si integrino a vicenda.

  6. Caspita! Posso quotare tutto quello che hai scritto in questo post? E’ tutto quello che penso.. anche se, non so se a differenza tua.. io non mi ci metto minimamente con l’idea di andare in cura e guarire.. e dopo? Se guarisco? Come impiego tutto il tempo che passo adesso tra la cucina e il bagno? Come impegno le giornate libere? Mi rimetto a uscire con gli amici, quindi rimettersi in competizione col mondo, con la gente e i partners con il problema tipo “chiamo io mi chiamano loro?”.. “e perché non mi hanno invitato qua e perché non mi vogliono di la’” .. Oppure riprendere in mano progetti di lavoro importanti (mollati anche quelli perché il tempo prezioso meglio impiegarlo a mangiare e vomitare) e quindi stressarsi il doppio per mettersi a lavorare su cose che magari non andranno in porto e saranno un’ennesima delusione? E poi se mi viene fame ? Non posso mangiare perché altrimenti non potendo vomitare ingrasserei .. Ok io sono una debole pigra golosa mangiona che non ha voglia di guarire . Preferisco crepare così, è meno impegnativo, sono una merda lo so e il peggio è che mi sta bene esserlo. E poi bo io li conosco già tutti i miei problemi del passato presente futuro che mi hanno probabilmente reso quella che sono, ne ho piena coscienza , li ho affrontati, provato a risolverli, ma alla fine non è cambiato una ceppa! anzi sono diventata più bulimica, complessata, autolesionista di prima! ah! E tutto sommato si non abbastanza malata per andare in terapia.

    Ah ci tengo a sottolineare comunque che due volte mi sono rivolta a dei centri di cura per dca in passato ed è stato terribile.. sono fuggita a gambe levate. Assurdo, sembrava che invece di aiutarmi volessero velocemente liberarsi di me in quanto non avevo 15 anni e non pesavo 30 kili, quindi potenzialmente sana secondo loro, forse solo una ventottenne rompipalle, evidentemente non era solo una mia idea quella di non essere abbastanza malata per chiedere aiuto. Eppure il ticket per le visite l’avevo pagato…Probabilmente la scelta giusta sarebbe andare da un bravo terapeuta privato, ma costa troppo e tutti quei soldi li devo investire in cibo per nutrire la mia malattia. E la fogna. Scusate sono di indole un po’ cafona.

  7. Ciao, mi sono appena iscritta leggendo i tuoi post in cui mi rivedo perfettamente, parola per parola. Ho bisogno di aiuto, e spero che una persona con il mio stesso problema sia capace di capirmi e ascoltarmi. Non mi illudo di essere seguita da te però sappi che i tuoi post mi danno forza, so di non essere sola. e questo , credimi, non è poco. Spero di uscire dal tunnel insieme a te. Grazie per ciò che fai.

  8. Non so se saranno ovvietà per quelle che scriverò, però è come vivo io le cose, come sto imparando a guardarle. A me la sensazione di essere malata scompare nel momento esatto in cui devo chiedere aiuto. Ma questo non solo per i DCA, per tutto. Sono da anni in cura con una psicologa e, magari sto malissimo per una settimana, ma i miei problemi paiono quasi sempre alleggerirsi tantissimo il giorno prima della seduta. Magari li ho vissuti come insostenibili per 5 giorni, ma al sesto giorno “forse ce la posso fare anche da sola”. E così, appunto, sono passati anni senza dire niente. Riflettendo un’immagine di quella che non sono io.
    Il tuo primo punto è difficile. Non è immediato percepire la propria malattia come tale. Io ho un DCAnas, “anoressiforme” per lo più, almeno all’inizio. Il fatto di non essere mai scesa troppo come peso mi ha tutelata dalle preoccupazioni di chi mi stava attorno e mi diceva “c’è un problema”. Io rispondevo che il problema lo vedevano loro e in effetti la pensavo anche così. Non avevo grande insight. Nella mia testa volevo solo dimagrire, ma non avevo fatto il passettino oltre che mi avrebbe portato a considerare che “volevo dimagrire per sentirmi meno a disagio” e che, quindi, il problema non era il peso, ma il disagio. Ci ho messo direi 8-9 anni per far questa considerazione, quindi sicuramente è vero che la non percezione della malattia è un elemento importante nel trattenere dal farsi aiutare.
    Per me la competizione non vale tanto. Vomito da poco in realtà e odio vomitare, se qualcuno mi dice che lo fa più di me non provo nessuna spinta. Lo faccio con tutta la consapevolezza del rischio e della dannosità di questo mondo, perché la mia capacità di gestione dell’ansia mi è esplosa tra le mani dopo un periodo di sofferenza. Ma ho chiesto aiuto immediatamente. Non voglio più andare avanti così. Solo che, mi rendo conto, che sul momento non “riesco” a fermarmi, perché se mi fermo l’ansia mi porta a dei livelli così alti che poi è peggio. Però è stata la spinta ad uscire dal guscio. Cosa che non è successa negli anni che ho passato a masticare e a sputare cibo. Forse perché fisicamente più tollerabile, anche se non saprei dire. Ti logora tantissimo anche quello. Un po’ più di competizione ce l’ho sulla restrizione alimentare, ma più che competizione la vivo come un disagio, un disagio che potrei trasporre su qualunque piano di fronte a una persona che reputo migliore di me. Quindi tutte. Non necessariamente alimentare.
    La vergogna. La vergogna è il mio buco nero. E aggiungerei la paura. La paura della solitudine, credo. La paura di ritrovarmi perfettamente sola. Di non aver più nessuno a fianco. Mi fa male ammetterlo e me ne vergogno moltissimo, è una delle cose che sto capendo e che mi rendono ancora peggiore di come sono. Ma ho deciso di non nasconderle più, quindi eccola. Forse ho paura di perdere le persone di cui ho bisogno. Di ritrovarmi capace, sola e insoddisfatta. Di ritrovarmi in grado di camminare, ma non avere una direzione in cui andare. Nè nessuno con cui scambiare due parole. Non è razionale. Non so come sia ben correlato a tutto il resto. Ma so che è una paura che c’è.
    Mary

  9. Ora dico la mia. E poi vediamo se sei d’accordo.
    1. Ovviamente nessuno ha voglia di andare da uno specialista che gli spilla 100€ a settimana per degli anni. Per fare cosa poi? Per spostare il disturbo alimentare a fare qualche cosa di più salutare che mangiare e vomitare? Tipo correre, andare al cinema, fare l’uncinetto? E perché? La malattia mica ci è capitata come le piaghe d’Egitto. Ce la siamo scelta, a nostra immagine e somiglianza. È quella che ci fa andare avanti tutti i giorni, è quella cosa che ci genera l’illusione che se non ci fosse, tutto andrebbe più o meno a posto. Un agorafobico ha la sensazione che la sua vita non vada poi così male, basta solo non stare negli spazi aperti. Ma è davvero così? Non credo. È quello che ti fa circoscrivere il tuo dolore, gli dai un nome, un entità e un confine.
    È ovvio che non la vuoi mollare. I disturbi servono, per fare in modo che il meccanismo inceppato in qualche modo vada avanti. É per questo che non vuoi andare da quello specialista che ti chiede 100€ a botta, per una toppa. Se ti va male la schiena vai al centro estetico e ti fai fare un massaggio rilassante o vai dall’osteopata che ti fa un male della Madonna per varie sessioni?
    La terapia vera è dura, fa male ed è fatica farla. E non si parla certo di una seduta a settimana, ma minimo 3. E ovviamente non a quel prezzo perché nessuno potrebbe permetterselo. Ma si chiama analisi e dura anni e anni. Se hai vissuto 20/30 anni in un modo pretendi di cambiare la tua vita in un anno?
    2. Impegnarsi. Smettila di dire che non vuoi guarire perché non ti impegni. Non ti impegni già abbastanza per svegliarti la mattina dopo una notte passata sul cesso e per andare a lavorare facendo finta di niente? Sei già abbastanza brava a tenere duro così, sii più tenera con te stessa. È che in fondo non pensi di meritarti una vita tranquilla, dove hai lo spazio mentale per costruire delle cose. E invece te le meriti, come se le merita la cinese chiusa in una fabbrica che cuce o la nigeriana costretta a fare la puttana. Perché piangi per loro e per te no? Non abbiamo tutte lo stesso diritto a vivere?
    3. Stai già abbastanza male, credimi. Hai già toccato il fondo quando ti costringi a vomitare nei sacchetti della spesa perché non puoi vomitare in pace nel tuo cesso. Non è forse toccare il fondo quello?
    È che cerchiamo sempre scorciatoie, sempre. E quindi diciamo: non sto abbastanza male. Quando sarò proprio fuori, allora avrò una forza pazzesca per risolvere tutto in poco tempo. Ma risolvere le cose costa fatica e costanza e lavoro duro. Ma non è perché sei una merda che non lo fai. È perché non ci hanno insegnato che la vita era dura, e che le scorciatoie non esistono. Non è colpa tua, e non è manco colpa dei tuoi genitori. Loro hanno cercato di renderti la vita più facile possibile con dei sistemi abbreviati, ma purtroppo si sono sbagliati. Non è così che funziona. Per come la vedo io non vuoi affrontare la cosa perché la prospettiva di anni a spalare merda non alletta nessuno. Ma è l’unico modo per uscirne, ahimè. Perché siamo proprio sepolte sotto alla merda, e da qualche parte, bisognerà pure cominciare.

    • Okay, allora..
      1- Sono d’accordo che i prezzi sono esorbitanti. Io adesso ho avuto la fortuna enorme di essere accettata in un programma gratuito. E’ una volta alla settimana, ma sinceramente non credo che ci vogliano anni e anni di analisi per guarire. Credo che la terapia sia una spinta in più, ti da una validazione e una serie di strumenti per iniziare la guarigione, non servono duecento anni di analisi.
      Ovvio che la malattia ce la siamo scelti, e che è difficile guarire e che una parte di noi non vuole guarire punto. Ci ho scritto altri blog post. Questo voleva avere un focus sulla sensazione di non essere abbastanza malati, so che è simile.
      2- Non mi rispecchio molto nell’idea di non meritarmi una vita tranquilla. Me la merito eccome. E sono d’accordo, un passo importante è quello di essere troppo dure con se stesse. Questo non vuol dire che la guarigione non è difficile e ci vuole impegno, più di quello che serve per andare al lavoro dopo una notte passata a vomitare.
      3 – Ovvio che stiamo tutte già abbastanza male. L’idea di non stare abbastanza male fa parte dei pensieri malati. La prima cosa che ti dicono in terapia è che hai tutto il diritto di essere in terapia. Ma questo non vuol dire che la sensazione di non stare abbastanza male esiste, e dire che è sbagliata non è il modo migliore per spiegarsi da dove viene.
      Che dici?

  10. Complimenti per il blog e ovviamente, di conseguenza, alla persona che ci sta dietro.
    Ti ho trovata stamattina e ho letto tutti i post e i commenti d’un fiato.
    E la tentazione di commentarli uno ad uno è stata veramente forte, ma temo avrei avuto molto poco, di costruttivo quantomeno, da aggiungere.
    Mi sembra quasi uno scherzo del destino, che in un periodo in cui sto risalendo, diciamo pure nolente ma anche volente, su questa giostra da pazzi che sono i dca, sia approdata proprio qui.
    Un grazie di cuore, oltre ai complimenti, mi sembrava dovuto.

    Ho notato che negli ultimi mesi non hai scritto spesso, ma mi auguro comunque di rileggerti presto. E’ incredibile quanto alcune cose possano farti sentire molto più in empatia con persone che probabilmente non vedrai mai, rispetto a quelle che fanno parte del tuo quotidiano.
    Da una parte mi sono sentita quasi a casa leggendoti/vi, dall’altra mi fa capire ancora di più di quanto non sappia già, quanto il disturbo possa allontanare dalla vita reale e da chi ne fa parte.

    Scusami per il mini-sfogo che ne è venuto fuori, nonostante l’intenzione fosse solo farti i complimenti.
    Erika

  11. In quest’ultimo periodo mi assale di continuo il terrore di aver sviluppato un tumore all’esofago. Oltre che bulimica, fumo come un turco, e, soprattutto, fumo dopo ogni inchino al gabinetto. Avverto di frequente dolore alla gola, anche nei giorni in cui mi controllo, e l’idea che il mio corpo possa cedere mi inquieta sempre più.
    Nonostante la paura, non penso affatto di rivelare a qualcuno questo sordido aspetto della mia sporca e menzognera vita e neppure di chiedere aiuto; tuttavia, a volte, mi è più facile sventare le crisi, che schiaccio alla nascita, non cedendo, cioè, alla tentazione di abbuffarmi
    Da quando la convivenza con la bulimia è diventata un’abitudine, inoltre, sono diventata ipocondriaca. Anche un singhiozzo prolungato mi appare foriero di sventure imminenti….
    So bene che questo mio intervento non sia propriamente attinente al post- e chiedo venia per questo- ma volevo sfogarmi.

  12. Ciao a voi,
    Qui porto la mia eaperienza di bulimia da 20 anni. Porca miseria a dirlo cosi -non mi ero resa conto che era passato tutto questo tempo- mi sento una di quelle tipe che osservato con disgusto in un cavolo di gruppo stile alcolisti anonimi di auto-aiuto e stronzate simili. Le guardavo E dicevo: Madonna guarda quella come sta messa male …no vabbè ma io a quarant’anni non sarò così io sono molto meglio, non son mica così alla frutta…’
    Cominciò così con questa spocchia qui, di pensare di essere superiore a qualcuno e pensare che si

  13. Tutto quello che hai scritto è vero, almeno io mi ci ritrovo… prima di fare “il grande passo” dell’autodenuncia alla polizia dei pazzi si aspetta di essere certi di esserlo! Ma d’altro lato devo dire che le cure offerte sono del tutto inadeguate! La maggior parte dei centri offrono “soluzioni” del tutto inadeguate, e a dimostrazione del fatto si trovano sempre le stesse pazienti dentro che ciclicamente si ri-ricoverano perché sono “ricadute”. No, non sono ricadute, non sono mai guarite! Io sono laureata in psicologia, sono bulimica da anni e ho passato quattro anni di psicoterapia alle Freud, ricovero in una delle strutture psichiatriche più rinomate in Italia, e da tre anni mi segue uno psicologo di indirizzo comportamentale. risultato: non è cambiato niente. >E non lo dico solo come paziente, ma non è cambiato nulla nemmeno dall’altra parte! Le terapie sono sempre le stesse, e continuano a propinarle a tutte indistintamente anche se i risultati sono no scadenti, di più. Io con il mio ultimo terapeuta che è anche un caro amico, sto cercando percorsi differenti e personalizzati, ma tutto mi funziona all’inizio e poi il mure cede di nuovo, ogni maledettissima volta.
    Trovare qualcosa che funzioni è difficilissimo, e non ho mai parlato con qualcuno che ce l’abbia fatta sul serio.
    Da parte mia posso dire che la reticenza c’è, ma più che da vergogna, o dal non aver ancora toccato il fondo, è dovuta al fatto che ho poca fiducia negli “aiuti”. ormai non ci credo più ed è la cosa che mi rattrista/spaventa di più. La speranza è l’ultima a morire, si dice, e dopo a chi tocca?

    • Non credo che ci sia ancora una cura accettabile per i dca, ma almeno quello che sto vedendo io è che la terapia è una spinta in più ad uno sforzo che fondamentalmente devo fare io. Parlare con uno psicologo ti può far avere degli strumenti, ma sta a te scegliere quelli giusti ed usarli su te stessa.

    • ciao, se posso..sono andata per un anno da uno psicologo di indirizzo comportamentale e non mi ha aiutato la cosa..sono giunta alla conclusione che per i disturbi alimentari non è la strada giusta..poi non so, è un’opinione personale, dipende di sicuro da persona a persona. però loro lavorano su pensiero-comportamento e tentano di farti cambiare entrambi, ma chi soffre di bulimia è ben consapevole che se si ha in testa di abbuffarsi, non c’è nulla che cambi il corso degli avvenimenti…perdona l’intrusione ma mi sono rivista nella situazione descritta..

      • Non è vero. C’è chi guarisce e anche tanta gente. Quindi imparano a controllare l’abbuffata e a non vomitare. Come esistono drogati o alcolizzati che ne escono. Non è il corso degli “avvevimenti” ma delle proprie azioni. E il corso delle proprie azioni si può sempre sempre cambiare. Anche quando è indotto da sostanza che influiscono sui neuroni.

      • Forse lq conclusione era quella di cambiare terapeuta. Loro lavorano su pensiero e comportamento ma non hanno la bacchetta magica, lo sforzo, il cambiamento, l’imporsi su se stessi dipende solo dal diretto interessato.

  14. adoro questo blog. riesci a dire tutto quello che ho in testa da quando la bulimia mi ha trovato ( o io ho trovato lei boh). grazie che scrivi. grazie davvero è bellissimo leggerti, grazie..

  15. Ho dedotto che tu sia giovane dal fatto che scrivo di essere neolaureata e di aver oassato un periodo di forte depressione mentre scrivevi la tesi. Ho anche letto che hai questa malattia da dieci anni. Quindi ne deduco che è insorta quando era una ragazzina. Non so se siano deduzioni giuste ovviamente. Ma se così mi domando: non sei stata portata in terapia? Perché io conosco più di una ragazza sui 15-17 anni ricoverata senza tanto badare al suo consenso e poi pure guarita. So che ci sono diversi livelli di malattia, alcuni legati a periofo di forte crisi da cui si esce in 1-3 anni, altri livelli che sembrano suggerire una malattia che forse ha sede in aree del cervello o del sistema nervoso o chissà di cosa. Lo penso perché ho avuto un’amica con un carattere già da bambina piccola simile a quello che le ha fatto sviluppare la malattia (anoressia)e senza nessuna causa alla base. Da bambina non aveva problemi con il cibo ma il modo di comportarsi che denotava grande fragilità e disagio c’era. E oggi pur se guarita fisicamente è così. Tu perché hai iniziato? Hai mai fatto un post sui pensieri che avevi quando hai iniziato?

      • Capisco. Credo sia la cosa più importante per chi legge sapere quali sono i motivi scatenanti e a cosa pensa l’interessata/o all’inizio di un dca. Perché le dirette interessate raramente sanno spiegare i motivi e molte volte neppure ammettono di avere un problema. Soprattutto per chi ha a che fare una una di loro sapere quali sono le cause, quali possono essere, che processo mentale c’è dietro sarebbe importantissimo. Anche se è soggettivo e si è tutti diversi.

        • Un dca comunque ha molte cause, ed é spesso inutile cercare un singolo motivo scatenante. Non c’è un momento in cui si cade in un dca, ma una serie di fattori che lentamente spingono al l’ossessione. Per questo le dirette interessate, forse io compresa, spesso non possono esplicitamente indicare quale sia stata la causa

  16. Devo dire che per me è stato il contrario. Sono andata dallo psicologo per evitare di ammalarmi. C’è stato un breve periodo della mia vita (secondo anno di università), durato qualche mese, in cui ho iniziato a vomitare a seguito di forti crisi di rabbia che non sapevo come sfogare. Provavo un forte desiderio di fare del male a chi me le provocava o a me stessa per punirmi della mia incapacità di reazione. Non era bulimia, non era legata al cibo, non mi sentivo grassa, non mi abbuffato e saltavo dei pasti solo quando l’agoscia o la rabbia mi facevano chiudere lo stomaco, non desideravo dimagrire. Forse sarebbe diventato alla lunga un disturbo alimentare, ne dubito fortemente, anzi sono sicura che non lo sarebbe diventato, ma sarebbe diventata depressione, quella vera, non il sinonimo di tristezza. Un giorno in particolare ebbi la sensazione che se avessi fatto un altro passo verso il mio dolore avrei perso il controllo. Capivo che non era sano quello che facevo, che avrei perso tempo, non volevo essere preda di tutte quelle emozioni negative, avere sempre sonno, improvvisa nausea dalla stizza, mal di schiena, mal di stomaco, crisi di pianto. Allora ho deciso di rivolgermi a uno psicologo che mi ha fatto capire molte cose, cose che non dovevo accettare come stavo cercando di fare, ma dovevo reagire, combatterle. Ho accettato una borsa di studio per stare un anno e mezzo all’estero, ma nei 18 mesi che precedevano la partenza dovevo pur sopravvivere. Così ho fatto, ho tagliato i ponti con quasi tutte le persone che avevano contribuito ai miei problemi, ne ho trovate altre eccetera eccetera, poi sono partita. Poi tutto è cambiato in meglio.

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