Bulimia e depressione.

Sono stata una cosiddetta ‘bulimica funzionale‘ per quasi dieci anni. Mi svegliavo, mi pesavo, andavo al lavoro o all’università, e poi dopo una veloce visita al supermercato tornavo a casa per passare la serata a mangiare e vomitare, mangiare e vomitare. Prendevo voti altissimi, il mio curriculum era ineccepibile. Il sabato mattina mi svegliavo presto per andare a fare la spesa, spendevo centinaia di sterline in cibi di ogni genere che poi ingurgitavo e regurgitavo prima che arrivasse sera. Dall’esterno, la mia vita sembrava meravigliosa, ed io personalmente avevo cominciato a farmela andare bene così.

Poi il ‘sogno bulimico’ è finito. Mi si è rivoltato contro. La mia splendida vita di facciata si è rotta, io mi sono rotta.

Nel linguaggio di tutti i giorni usiamo la parola ‘depressione’ con leggerezza, credendo che essere tristi sia uguale ad essere depressi, che essere pessimisti sia uguale ad essere depressi, che una brutta esperienza, la fine di una relazione, un richiamo al lavoro ci spingano tutti automaticamente ad essere depressi. Ci serviamo della depressione come di una giustificazione clinica ad essere semplicemente giù di morale, abituati ad una società in cui l’infelicità deve essere per forza una condizione patologica.

Certo ci sono diversi tipi di depressione, diverse intensità; ma c’è una differenza fondamentale fra l’infelicità e la depressione, e cioè che la prima ti accompagna nella vita, e la seconda ti impedisce di vivere. La depressione è debilitante, è una malattia nel vero senso del termine, spesso con una sintomatologia fisica che va al di là dell’essere pigri, vedere il bicchiere mezzo vuoto o lasciarsi andare.


A Luglio dell’anno scorso stavo iniziando a scrivere la mia tesi di laurea quando ad un certo punto la depressione mi è crollata addosso, e con essa è crollato tutto il mio mondo. Non credo di essere ancora in grado di esprimere bene a parole quello che mi è successo. Ad un tratto, dopo settimane a cercare di tener duro, cercando di far procedere le cose come volevo che procedessero, ad un tratto mi sono rotta, come un ingranaggio che smette di funzionare.

Mi svegliavo presto per poter trascorrere la giornata in biblioteca. Facevo colazione, prendevo l’autobus. Arrivavo in biblioteca, scrivevo.

Ho cominciato a pensare che non sarebbe andata bene. Non riuscivo a mettere in ordine i pensieri. Le parole sulla pagina Word sembravano perdere significato appena le componevo. La rappresentazione dell’altro, la polifonia dei media. Ogni volta che mi sembrava di capire era come se il castello delle mie mi crollasse nella mente. D’accordo, ricominciamo. D’accordo, ricominciamo ancora.

Non mi faccio perdere d’animo e combatto dalla nascita con il mio perfezionismo, con le mie alte aspettative verso me stessa. Ma per la prima volta in vita mia mi sembrava che i pensieri semplicemente mi si ingarbugliassero nella mente. Pensavo in maniera veloce, confusionaria; come se le idee corressero senza che io potessi interpretarle, capirle. Da quando mi svegliavo percepivo il tempestare dei miei pensieri; e poi mentre facevo colazione, prendevo l’autobus.

Era stress, nient’altro. Ma presto ai pensieri della tesi se ne sono aggiunti altri, e davvero non mi capacito da dove siano emersi. Prima la sensazione di aver sbagliato a fare l’università; comprensibile. Poi quella di aver sbagliato ad andare a Londra, quella di aver sbagliato ogni scelta nella mia vita, quella che non si poteva più aggiustare niente. Sapevo di essere stata felice fino a pochi mesi prima; ma ciononostante la mia mente si inerpicava in percorsi illogici che invece suggerivano solo le mie colpe. In ogni istante, che stessi parlando con professori o amici, che stessi guardando la televisione o cercando di scrivere quella dannata tesi, sentivo una voce riecheggiare nella mia mente e convincermi che mi ero rovinata la vita. Che ero sola. Non c’era nulla che mi pareva potesse portarmi felicità. Ero in guerra con la mia mente.

depressione bulimia

Un po’ alla volta i sintomi sono diventati fisici. I pensieri costanti mi impedivano di dormire: non riuscivo ad addormentarmi, e quando cadevo svenuta non dormivo più di un paio d’ore. E, per assurdo, ho smesso di mangiare: dopo dieci anni di bulimia, ho smesso di abbuffarmi, ho smesso di sentirne persino il bisogno. Crediateci o meno, mi dimenticavo dei pasti. Sapevo di dover mangiare, ma il tempo sembrava come scorrere in maniera strana, senza che me ne accorgessi, e saltavo pranzo e cena senza nemmeno sapere che era l’ora dei pasti. Poi, quando invece mangiavo, finivo spesso con il correre in bagno con la diarrea.

Senza cibo e senza sonno, presto ho cominciato a sentirmi strana. Mi sembrava di vivere in un’altra dimensione, il mondo mi pareva ovattato; e soprattutto, non mi sembrava che quella strana vita che stavo vivendo fosse effettivamente la mia.

Non riuscivo più a fare niente. Mi muovevo lentamente e a fatica. Non riuscivo a concentrarmi su nulla per lungo tempo: non riuscivo a leggere, le parole non avevano senso, e non riuscivo nemmeno a parlare in maniera comprensibile. Più di qualche volta mi è capitato di farfugliare frasi sconnesse, e chi mi stava intorno non riusciva a capire cosa dicevo. E poi piangevo. Piangevo sempre, di fronte a tutti, spesso senza un motivo chiaro. Guardavo il vuoto ed iniziavo a piangere, continuamente.

Non riuscivo a credere a quello che mi dicevano i miei amici, e che sarebbe presto passato tutto. Non vedevo alcun modo per stare bene; non c’era niente che mi andasse di fare, e tutto quello che fino a poco tempo prima mi divertiva aveva improvvisamente perso qualsiasi attrattiva. Il teatro, il cinema, i locali. Ero convinta che nulla potesse rattoppare il mio fallimento. Ho cominciato a stare a casa, a chiudermi in casa, semplicemente perché non c’era niente che valesse di più la pena fare. Stavo a letto, immobile. L’unica cosa che desideravo era smettere in qualche modo di pensare.  Se avessi spinto abbastanza la finestra, mi dicevo, forse sarei riuscita a passare e lasciarmi cadere di sotto; dal quarto piano non si muore, ma c’era qualcosa di liberatorio nell’idea di farsi così tanto male.

Tuttora non riesco a spiegarmi cosa sia successo quest’estate. Forse un semplice esaurimento da stress, forse qualcosa che avevo covato in tutti i dieci anni del mio disturbo alimentare, qualcosa che la bulimia aveva fino ad allora soffocato. Non lo so. Mi sono rotta, come un ingranaggio.

I disturbi alimentari e la depressione sono due malattie che spesso si inseguono. Un po’ perché i disturbi alimentari, giocando con la percezione del sé e con le alchimie del cervello, invitano a tendenze depressive; un po’ perché la depressione stessa stravolge il rapporto con il cibo, portando a non mangiare o a mangiare troppo. Hanno in molti casi le stesse radici psicologiche e finiscono con l’essere l’uno il sintomo dell’altro.

Nella mia esperienza, però, nel manifestarsi delle due malattie c’è stata una differenza fondamentale. Come bulimica posso essere funzionale; come bulimica, insomma, posso rassegnarmi alla vita che il disturbo mi concede, e tirare avanti. Nella depressione, in una crisi come quest’estate, no. Non posso fare la depressa funzionale. Altre persone forse possono, in base all’intensità della malattia, e accettando quindi di trascinarsi lungo una vita triste e grigia; ma io no. Nella depressione, la mia disfunzionalità è tale da invadere ogni istante; nella depressione, insomma, non posso e soprattutto non voglio vivere.

E questo è un bene. Perché almeno mi costringe a scegliere fra guarire e morire. Guarire, o cercare di passare attraverso la finestra. Nessuna via di mezzo. Ammetto che, se sto iniziando un percorso di guarigione, è principalmente perché ho una paura folle di ricadere nella depressione di quest’estate: non so se, ricadendoci, sarei in grado di venirne fuori un’altra volta. Ho esplicitamente paura di morire, quindi devo guarire. Un decennio di bulimia, pur essendo svenuta sul pavimento di molti bagni, non mi ha mai fatto così paura; perché la bulimia è una malattia che gode dell’effetto morte a sorpresa, lo scompenso elettrolitico avviene quando meno te l’aspetti. Intanto si può sempre, almeno nel mio caso, tirare avanti.

Mi chiedo se bisogna arrivare a tanto. Mi chiedo se sarei mai guarita comunque. Se quella cazzata romantica del ‘toccare il fondo’ vale davvero qualcosa, oppure se possiamo in qualche altro modo essere convinte a guarire.

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22 thoughts on “Bulimia e depressione.

  1. Ciao, ricordo che la prima volta che andai da uno psichiatra, intorno al 2004, mi chiese cosa sentissi. Quello che provavo era molto simile a quello che scrivi tu nel post, ma io non riuscivo a spiegarlo a parole, allora dicevo “mi sento solo dentro” e tralasciavo tutti gli altri sintomi.
    Qualche anno dopo, durante un ricovero in clinica, il miglior psichiatra che abbia mai conosciuto mi disse quello che io provavo ma non riuscivo a spiegare a parole: “Sig. Diego lei è come se provasse disagio nell’esistere”…questo è quello che ho sempre sentito ma prima non riuscivo a dire a parole.
    Poi io, per “non pensare”, ho scelto delle fughe, che sono state l’abuso di farmaci (tranquillanti, ipnoinducenti, sedativi etc) e talvolta di alcol, cosa che mi ha portato a fare otto ricoveri in clinica psichiatrica per disintossicarmi, e negli ultimi tre anni, sempre per fuggire, sono “arrivate” anoressia e bulimia.
    Io convivo in ogni caso col pensiero che il mio dolore sia una mia scelta,la sensazione di sentirmi solo dentro non me la toglie niente e nessuno, ma credo che un modo più sano per convivere con questo dolore ci sia, senza dover per forza autodistruggermi costantemente e lentamente.
    Sto combattendo da quindici anni e non l’ho ancora trovato, ma credo comunque che esista…ho un forte istinto di sopravvivenza altrimenti sarei già morto da tempo, ma facendosi aiutare e “aiutandosi” con la propria volontà si può trovare…
    un abbraccio
    D

  2. Sono felice di tornare a leggere un tuo post. Sono felice che tu abbia scritto qui di nuovo. Non so se sia necessario arrivare al famoso fondo del barile, ma certo, quando ci si arriva, l’istinto di sopravvivenza si sa sentire forte. Scalcia con una forza primigenia e cocciuta. Spero che ci siano altri modi , ma spero di più che tu riesca con il tuo

  3. Le tue parole le ho lette stamattina appena sveglia..ieri ero stata dalla mia terapista, avevo capito un altro nodo difficile da districare ed ero finita con un’abbuffata incontrollabile..stamane ero più ottimista, ma stasera mi sono attaccata al computer e ho ordinato la qualunque col risultato che sto ancora provando a vomitare tutto quello che ho ingurgitato..sono circa 12 anni che sto in questa situazione, sono un’eternità..sono così stanca eppure il tuo blog mi aiuta a riflettere e da voce al mio disagio, al mio male..la mia famiglia non mi può aiutare come vorrei e così mi sono aggrappato a quella magica funzionalità che sembra mettere le giornate in ordine. Ma non è così, una dello cose più stramaledettamente false che la malattia ti fa pensare. Ogni giorno mi sento un pochino più forte, ogni sera mi sento una perdente..ma forse perdere delle battaglie non significa perdere la guerra e come dice il detto “finché c’è vita c’è speranza”. Però voglio vivere in maniera un po’ diversa e ti scrivo perché volevo ringraziarti per le parole che scrivi su questo blog, servono a focalizzare il problema, a dargli un nome, a comprenderlo, probabilmente solo se si conosce il nemico si può sconfiggerlo e seppure il nemico sono io stessa, una parte di me mi è amica e vuole arrivare alla pace. Sono stata un po’ sconclusionata, ma è stato il meglio che sono riuscita a scrivere in queste condizioni..a presto..spero di poterti scrivere presto che sto meglio e spero di vederlo scritto presto anche da te! Un abbraccione

    • Esatto, perdere una battaglia non è perdere la guerra. Io spero di riuscire semplicemente a non affidarmi più esclusivamente alla bulimia e riuscire lentamente a trovare un altro modo di vivere.. Un abbraccio!

  4. Non ho mai sperimentato la “depressione” nella maniera e con le modalità con cui la descrivi tu, però sono d’accordo comunque con te quando scrivi che la depressione è una malattia concreta, e che non sia semplicemente un sinonimo di “sentirsi tristi”. Questo è un parallelo che stabiliscono piuttosto le persone che non hanno mai sperimentato questa condizione, ed in un certo senso è molto simile al discorso dei dca, nel senso che le persone che non hanno mai sperimentato un dca spesso pensano che tutto il problema stia nell’alimentazione e che quindi basta “mangiare normalmente” per guarire. Io vorrei tanto che fosse così semplice, sia per i dca, sia per la depressione, sia per ogni qualsiasi malattia mentale, ma la verità non è così.
    Sul discorso del toccare il fondo non ne ho idea, mi viene sempre da sperare che sia possibile provare a cambiare le cose anche prima di toccare il fondo, ma forse è solo una speranza vana: infondo, se penso a quello che mi è successo, anch’io mi sono “rialzata” solo quando cadere ancora più in basso era impossibile, solo quando la mia vita si era ridotta a niente altro che un susseguirsi senza interruzioni di pasti e corse in bagno dopo di essi, la mia mente incastrata in pensieri ossesivi che non si distaccavano dalla bulimia e non contemplavano niente altro che la bulimia stessa. Si potrebbe dire che, come scrivi all’inizio dell’articolo, fin tanto che sono stata una “bulimica funzionale” ho comunque continuato ad andare avanti in quel modo, e che poi tutto è crollato nel momento in cui la bulimia ha iniziato a diventare disfunzionale perchè chiedeva troppo della mia vita; il che mi riporta di fatto al dire che, per quanto brutto sia da dire, forse in un certo senso c’è davvero un fondo che bisogna toccare per dire “basta”.
    Sulla correlazione tra dca e depressione non saprei dire: come scrivevo prima, non penso di essere mai stata realmente depressa, più che altro ero molto più ossessionata e la bulimia era il mio centro di gravità. Per quel poco (o forse nulla) che m’intendo di scienza, anch’io ho sentito dire che c’è relazione tra dca e depressione per gli squilibri alimentari che il dca provoca e si riflettono sulla mente, e sicuramente c’è anche una relazione tra depressione e stress, e forse nel tuo caso hanno giocato entrambe le cose. Però è anche vero che ho conosciuto persone con un dca che non avevano proprio niente della depressione, quindi su questo non saprei dare un giudizio.

    • Credo che alla fine i dca possano essere un sintomo di diverse patologie psicologiche che finiscono con il prendere forma attraverso il cibo. Non so dirti nemmeno io se io tengo a bada la depressione con la bulimia o se la bulimia mi ha spinto alla depressione. Forse entrambe..
      Per quanto riguarda il toccare il fondo.. Beh, io come tutte le veterane dei dca so che se avessi affrontato la questione seriamente qualche anno fa sarebbe stato molto più facile venirne fuori. Con il tempo il dca si è sedimentato diventando parte più integrante di me. Quindi certo, toccare il fondo se fa bene lo fa solo in casi già abbastanza malmessi..

  5. Ciao, leggo il tuo blog da qualche anno, trovo interessanti gli argomenti che tratti, ammiro la schiettezza e l’anticonformismo con cui ti esprimi.
    Ho deciso di commentare quest’ultimo post perché il tema mi sta particolarmente a cuore.
    Ho sempre invidiato tantissimo le ‘anoressiche e le bulimiche funzionali’, ho potuto constatare che è possibile nonostante la malattia, anzi spesso proprio grazie all’ossessività che questa comporta, primeggiare nel campo scolastico e nel campo artistico. Mi sono trovata durante gli ultimi anni del liceo gomito a gomito con una compagna ‘anoressica funzionale’, agli occhi di qualcuno saremo forse parse in competizione, mentre io ho sempre trovato questa situazione solo estremamente frustrante, mentre le mie prestazioni intellettuali calavano proporzionalmente al peso, quelle di lei sembravano esasperarsi nella loro dannata perfezione mentre dimagriva a vista d’occhio.
    Un piccolo passo indietro… il mio disturbo alimentare (anoressia restrittiva) mi tiene compagnia da ben 2/3 della mia vita (sono all’alba dei 29 anni) e sono abituata a farci i conti, ma se fino a una decina di anni fa la mia vita scorreva nonostante il mio (a seconda dei periodi più o meno latente) sintomo alimentare, quando la depressione ha fatto il suo ingresso trionfale è iniziato il lungo inverno.
    “Mamma mi dispiace ma mi sa che oggi devi fare a meno di me, quasi non mi reggo in piedi, non so cosa mi sia successo”, mattino di Pasqua 2007, mi sveglio con la sensazione di avere la testa rinchiusa in un elmo gelido, le vertigini, la nausea. Da un paio di settimane avevo iniziato una terapia con Paroxetina, lo psichiatra che me la prescrisse sosteneva che la mia anoressia (e connessa iperattività) fosse solo la copertura di una grave depressione, che questo farmaco avrebbe smascherato e curato. Nonostante la mia pessima reazione al farmaco lo psichiatra di allora mi consigliò di tollerare gli effetti collaterali e di aumentare gradualmente il dosaggio… poiché le crisi depressive come quella di Pasqua si susseguivano con frequenza e intensità crescenti e gli effetti collaterali erano diventati praticamente costanti comunicai allo psichiatra la mia decisione d’interrompere la terapia con Paroxetina. Quel medico evidentemente aveva centrato il problema (infatti la diagnosi di depressione maggiore e la terapia con antidepressivi sono stati confermati da tutti gli psichiatri che mi hanno avuta in cura dopo di lui).
    So che non ha senso ma io lo maledico, lui, la sua maledetta Paroxetina e la depressione smascherata, ci sarà stato un motivo se il mio cervello aveva deciso di proteggermi da questo schifo ingestibile con un dannatissimo disturbo alimentare, no?
    Con il mio DCA avrei probabilmente continuato a convivere ma da quando è entrata in scena la depressione è esso stesso molto più difficile da gestire… è come se sentissi di aver perso il controllo sulla capacità di restringere l’alimentazione nell’immediato ed eventualmente di compensare con digiuno o attività fisica (ho la fobia del vomito, ho vomitato cinque o sei volte in vita mia, l’ultima volta avevo 8/9 anni) e la forza di volontà (sia nevrotica che sana) sono state rimpiazzate dal senso d’impotenza e di soffocamento tipiche della depressione.
    Forse è vero, a volte, soprattutto quando ci si impara a convivere, i DCA possono essere la maschera che con annessi e connessi (abbuffate, restrizione ecc.) cela i veri volti di persone depresse, il loro problema di fondo.

    Ti ringrazio per il tuo impegno nell’attività di blogger e ti auguro di smettere di sopravvivere e iniziare a vivere.

    • Grazie davvero per il commento, scusa per il ritardo nella risposta. Purtroppo devo essere d’accordo, la depressione è peggio dei dca; molto più debilitante, impossibile conviverci. Anche se nel mio caso, forse al contrario del tuo, invece di spingermi nei dca mi ha invece costretto ad affrontarli, facendomi temere tantissimo il rischio di lasciare di nuovo le cose in sospeso come nelle mie terapie precendenti e ricadere nella depressione.
      Io sono convinta che i dca siano una facciata a problemi più profondi, forse non esclusivamente la depressione ma molti altri,e quindi una terapia debba prendere in considerazione molti aspetti allo stesso tempo. E ora spero sinceramente di essere incappata in quella che mi aiuterà a rimettermi a posto un po’ con tutto.
      Buona fortuna anche a te, spero davvero tanto che troverai il coraggio e un modo per uccidere la depressione e i dca, una volta per tutte. Un abbraccio

      • ciao,
        io, come scritto nel mio commento più su, credo invece che un modo per convivere anche con la depressione ci sia…solo bisogna trovarne uno più sano e meno, anzi, per nulla distruttivo…ma forse lo dico perchè ci sopravvivo da 15 anni, e a 34 anni ogni tanto penso che avrò queste ali spezzate e nere per il resto dei miei giorni…
        un abbraccio
        Diego

  6. É cosi un controsenso vivere con un dca… La mia vita da fuori sembra se non perfetta almeno buona! Nessuno tranne chi sa dei miei problemi direbbe che sono in continua lotta contro il frigo e il cesso! …sembro cosi un’allegra giovane ragazza ingenua e sempre col sorriso e la risata facile! E il bello é che mi diverto davvero , a volte ho davvero delle buone giornate e sono felice ad esempio di un turno di lavoro passato bene, oppure di un uscita o qualsiasi cosa… Eppure non centra niente, faccio poi quel che faccio quasi come un abitudine, tanto che mi sono domandata tante volte se in realtà non voglia stare male.. io sono solo leggermente sottopeso adesso e quindi non do più nell occhio da anni ormai, so che non devo scendere di tanto o saranno cazzi, ma non riesco nello stesso tempo a rinunciare a tutto questo… E nessuno lo direbbe mai… io sono stata realmente depressa 3 anni fa, e per me il dca in quel periodo era passato in seconda base… Se prima mi spaccavo per dimagrire, 3 anni fa ho iniziato a non fare più niente, a non dire più niente…ero un automa che si alzava dal letto per vagare x le stanze e poi tornare a dormire con la speranza di non risvegliarmi per davvero… Anch’io piangevo x qualsiasi cosa, e al cibo non ci pensavo nemmeno.. Pensiero fisso che invece anche nelle mie crisi anoressiche più forti é sempre stato mio compagno fedele… Posso immaginare la tua sofferenza perché anch’io non vorrei mai tornare a quel periodo così mortale x me…non vivevo per davvero e forse per la prima volta… Perché non avevo e non volevo niente.. Almeno col dca vuoi fare qualcosa (almeno parlo per me, che le mie giornate sono sempre state piene di “lui”) …in quel periodo mi sembrava che niente avrebbe avuto un senso e quindi aspettavo solo che tutto finisse….io avevo 18-19 anni e vivevo ancora con i miei k hanno visto quasi subito quanto fossi diversa e quindi preoccupati , sono stata ripresa in cura e tutto …poi sono stata meglio anche se dal dca non sono mai guarita… io le chance continuo a darmele e mollarle, e ho toccato il mio fondo già…. Eppure per ora (i miei famosi “per ora va bene così” x’D) mi accontento di questa esistenza “falsa” perché almeno questo mi permette di vivere…. Sai, penso che sia diverso per ognuno, spero solo che riuscirai anche tu a stare meglio! Sai, purtroppo io sono una che molla in fretta, quindi passato quel periodo poi ho mollato e preferito andare avanti con l’unica cosa stabile che mi resta nella vita… .ma so che prima o dopo dovrò affrontare veramente il tutto… Ovvio, sto solo scappando adesso come sempre… Però vorrei dirti di tener duro, che se riuscirai a stare bene io credo che veramente la vita possa essere bella… Anche se io la mia non riesco a volerla vivere davvero… E a volte sono così contenta da star male ahahah… Boh, “qualunque cosa accada va sempre meglio di come sarebbe andata se andasse peggio.” x’D e questo sarebbe il mio in bocca al lupo per tutto quanto! 🙂

    • Mi sono accontentata di un’esistenza falsa per tantssimo tempo, con l’idea di fondo che questa era la vita che mi era toccata, e poteva andare peggio, e in fondo vomitare non è come avere la leucemia e quindi basta lamentarsi. E ho provato e mollato migliaia di terapie. Anche adesso dopo ogni seduta dalla psicologa penso di mollare tutto. Ma credo che quella di prendersi un anni di tempo, in cui ho messo in stallo tutto, mi aiuti a costringermi a fare questo tentativo fino alla fine. Non semplicemente una seduta ogni tanto nella mia vita di tutti i giorni, ma un periodo di vita fatto per stare meglio.
      Grazie per gli auguri comunque! Un abbraccio!

  7. Hai detto bene. E’ una cazzata romantica in cui purtroppo cadiamo tutti prima o poi… in vari campi. Io sono risalito prima di toccare il fondo, ma ho il sospetto che un vero fondo non vi sia, se non forse la morte… ma da quel fondo non si risale più…. riguardati. Un abbraccio.

  8. Mi chiedo perchè per le persone cosiddette normale sia tutto così difficile da capire.. Io mi sento un giocoliere ho fatto girare mille palline da una mano all’altra e poi una ad una sono cadute a terra.. E quando a cadere è la pallina “disturbo alimentare”… Scusa il francesismo.. Sono cazzi nostri
    Sii forte ce la faremo

  9. Grazie per il tuo blog e per ciò che scrivi
    già passare da una dipendenza ad un altra…io penso che tutti siamo soggetti a dipendenze varie forse alcune sane altre meno sane…cioè possiamo nella nostra società non avere nessuna dipendenza?

  10. Ciao,
    non ho mai scritto nemmeno un commento. Ho letto i tuoi post in passato e non mi aspettavo di ritrovarti nuovamente a scrivere.

    Un mese fa ho sentito anche io rompersi qualcosa dentro di me e mi ha rassicurato capire che non sono sola.

    Io ultimamente mi dico spesso che la bulimia, l’apatia, i comportamenti autolesionisti e i pensieri folli non reggono il confronto con le emozioni ed i rapporti veri. Adoro i momenti in cui sono completamente me, quando corpo e mente si uniscono e parlano all’unisono.

    Ho deciso di concentrarmi sullo stare bene e non sulla prestazione (cioè essere perfetti a lavoro, a scuola, nelle situazioni sociali, etc.).

    Comunque grazie e non mollare mai !

    • Ahah neanche io mi aspettavo ricominciare a scrivere, ma eccomi qui, una fabbrica di post.
      Buona fortuna per il tuo percorso. Capisco perfettamente cosa intendi con ‘concentrarsi sullo stare bene e non sulla prestazione’, in effetti ho un problema molto simile. Voglio la vita perfetta ‘on paper’, come dicono gli inglesi, anche se poi odio le mie giornate. Voglio la vita da raccontare, non quella da vivere. Che senso ha, non lo so.
      Quindi in bocca al lupo anche a te! Un abbraccio.

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