Cosa serve per guarire dai disturbi alimentari: aspetti chiave

Ci sono quattro aspetti complementari nel processo di guarigione da un disturbo alimentare:

  • quello prettamente fisico ed alimentare, ovvero imparare un poco alla volta a nutrirsi in maniera normale, stabilizzare il peso, abbandonare le pratiche disturbate quali il vomito, i lunghi digiuni, le giornate sul tapis roulant;
  • poi c’è quello psicologico, ma ugualmente legato al cibo e al corpo, attraverso il quale si iniziano a superare le ansie verso certe pietanze, a separare il proprio aspetto fisico e la propria identità, a dominare e poi cancellare la compulsione;
  • poi, a mio parere, ce n’è uno psicologico nel senso più ampio del termine, che dovrebbe andare a sviscerare ed affrontare tutte quelle problematiche che hanno causato il disturbo alimentare oppure che l’hanno mantenuto vivo nel corso degli anni;
  • infine, volendo, se ne potrebbe aggiungere perfino un altro, che si può quasi definire come la riscoperta della vita al di là della malattia, la ricostruzione degli affetti, degli hobby, e di tutto quello che il disturbo alimentare aveva ingoiato.

Come vedete, i primi due agiscono sulla sintomatologia del disturbo, e sul gestire i pensieri e i modi di fare evidentemente malati; e gli altri si occupano invece della salute mentale al di là del legame con il cibo.

Mi rendo conto che questi quattro aspetti spesso si mescolano, diventando uno la causa e la conseguenza dell’altro; ma credo comunque che la suddivisione sia importante. E sia importante sottolineare che, sebbene sì, questi aspetti si mescolino, vadano tutti e quattro presi in considerazione singolarmente nel corso della terapia. Mi sto approcciando in questo momento ad un percorso di cura, e non solo vedo queste come le mie principali necessità, ma credo anche fermamente che la mia guarigione non sarà che parziale e temporanea se non riuscirò ad affrontare tutti questi aspetti.

Ho delle aspettative molto alte, lo so. La mia psicologa sostiene che il mio approccio alla terapia riflette la mia mentalità in bianco e nero, ovvero che se non risolverò ogni mia problematica pregressa e sarò eternamente felice, allora non mi riterrò guarita. E, senza accettare vie di mezzo, tornerò alla mia bulimia giornaliera.

Ma io non credo sia esattamente così. Non chiedo di guarire dall’oggi al domani, sono pronta ad un lungo periodo di semi-malattia, sono pronta perfino a rimanere in semi-malattia tutta la vita, ma a due condizioni: per prima cosa voglio poter vivere una vita ricca e soddisfacente, non dominata dal disturbo; e poi voglio essere abbastanza forte nella mia semi-guarigione da non correre costantemente il rischio di ricaderci, o peggio ancora ricadere nella depressione. La crisi depressiva di quest’estate mi ha spaventato moltissimo, e se ora affronto questo percorso terapeutico è principalmente perché voglio avere gli strumenti per non crollare di nuovo allo stesso modo.

Ed è  proprio per questa ragione che ci tengo a tutti e quattro gli aspetti citati sopra, e ci tengo individualmente. Sono assolutamente e profondamente contraria all’idea che risolvendo uno o due poi gli altri vengano da sé.

Il disturbo alimentare è come un problema di tossicodipendenza, io credo: nasce spesso da un disagio pregresso, si mantiene nel tempo come l’unica ed immediata soluzione a qualsiasi nuovo malessere, ma poi prende vita propria, dando da una parte una fortissima dipendenza fisica, e dall’altra finendo coll’ingoiare qualsiasi altro aspetto della vita.

Di conseguenza, risolvere il disagio ed affrontare problematiche pregresse non porta a risolvere il disturbo alimentare; per assurdo, io credo, si può essere mediamente felici nella vita di tutti i giorni e continuare a vomitare tutte le notti. Ma d’altro canto non si può nemmeno pensare di agire sulla sintomatologia, pur alleviando pure tutte le ansie da alimentazione, e avere così guarito la malattia. Anzi, questa è la mia paura maggiore: riuscire a sradicare la dipendenza dalla bulimia, e trovarmi improvvisamente di fronte ad un male di vivere che non posso in alcun modo frenare, ad un’ondata di pensieri e di ansie senza l’aiuto della bulimia per zittirle. Perché, purtroppo, la bulimia ha sempre svolto nella mia vita un ruolo psicologico importante. E ora come ora, se qualcuno con una bacchetta magica mi liberasse dai sintomi domani, non sarei in grado di vivere: ci ricadrei subito, come è successo in passato, oppure cadrei in qualcos’altro. E a volte temo davvero che la crisi depressiva di quest’estate sia stata anche il risultato di essere riuscita a gestire la bulimia senza aver trovato una valvola di sfogo alternativa.

Forse, come sostiene la mia psicologa, fra i quattro aspetti della guarigione l’eliminazione del sintomo deve avere la priorità. Certamente per chi è molto anoressico, visto che non si può pensare di fare percorsi terapeutici se si sta lottando fra la vita e la morte; ma anche per chi ha un peso più normale, visto che sono la stessa malnutrizione e la fame a togliere la forza di guarire. Però d’altro canto è così difficile trovare veramente la forza e la motivazione di gestire il sintomo, di assumere quelle dannate calorie e di resistere quell’abbuffata, se allo stesso tempo non si acquisisce anche una migliore condizione psicologica e, in un certo senso, una fiducia nella felicità. Non è facile eliminare qualcosa che è stato, pur nel male, una compagna di vita e la soluzione di tanti malesseri, senza vedere un’alternativa. La mia più grande paura è dover vivere la stessa vita, con le stesse sensazioni, ma senza la bulimia.

Ma, come mi dicono tutti, abbi un attimo di pazienza. La terapia si chiamerà pure cognitivo-comportamentale per qualcosa.

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9 thoughts on “Cosa serve per guarire dai disturbi alimentari: aspetti chiave

  1. ciao,
    “Il disturbo alimentare è come un problema di tossicodipendenza” è secondo me una chiave molto importante, già solo prenderne consapevolezza…la mia psicologa dice che io ne sono consapevole solo sul piano razionale, anche se io non sono troppo d’accordo.
    Fatto sta che le dipendenze sono a mio parere tutte “totalizzanti”, ti occupano ogni istante della tua vita, anche mentre ti stai vestendo!. e tu sparisci, non gestisci più nulla perchè sei gestito dalla dipendenza, semplicemente sparisci, e io contro questo fattore non voglio smettere di lottare, perchè credo di avere una forte identità e integrità anche al di fuori della dipendenza.
    Riguardo la “felicità”: io ho deciso di abortire questo termine, mi accontenterei di un po’ di pace e serenità, forse perchè non punto in alto come te…
    un abbraccio
    Diego

    • Ciao Diego, io uso da sempre il paragone con la tossicodipendenza, in particolare quando devo spiegare la mia malattia a qualcuno. E quindi si, assolutamente totalizzante, anche quando magari ci sembra di no.. Io me ne accorgo molto nelle mie relazioni: mi sembra di gestire le mie amicizie come una persona sana, e poi mi rendo conto che anche le mie amicizie vengono dopo il disturbo.
      La felicità… eeeeh punto in alto, lo so. Ma che ci vuoi fare, io sono una persona che vive di emozioni forti. La grande tristezza, la grande rabbia, ma anche la grande felicità; che forse è una caratteristica che ha contribuito al mio dca, non so. Io non pretendo di essere felice sempre, per carità; anzi, non credo affatto che la guarigione mi assicurerà la felicità, ma almeno di imparare a gestire meglio le altre emozioni… Vedremo.
      Grazie tantissime per il commento, un abbraccio!

  2. Tesoro leggo sempre con interesse quanto scrivi e mi ritrovo molto in ciò che dici. questa primavera anche io ho cominciato un percorso di psicoterapia, l’ennesimo, perchè bisogna avere anche tanta fortuna a trovare il giusto psicoterapeuta e per noi che siamo così esigenti con noi stesse e con gli altri , già trovare la persona giusta è un vero casino. Perchè, come dice giustamente la tua dottoressa, non bisogna avere fretta e per noi che vorremmo raggiungere il più perfetto dei risultati in tempo zero, già diventa un altro casino. Sarà molto facile che tu ti senta fragile spaesata e depressa, ma non perchè non sei una persona forte ed in gamba ( e per noi che ci consideriamo la maggior parte del tempo delle super merde, anche questo diventa un gran casino!), ma perchè voler rinunciare alla bulimia è come voler rinunciare ad una parte di noi se non a noi stesse in toto. Guardarsi dentro e vedere il vuoto oltre il sintomo fa male, molto male, ed allora si ricorre al sintomo per non pensare ed alleviare quel dolore. Spero che sia chiaro che scrivo queste cose non per scoraggiarti, assolutamente no…ma per dirti che sarà dura soprattutto perchè le nostre aspettative sono sempre talmente alte mentre noi pensiamo che siano talmente basse, perchè la psicoterapia ti smuove tante emozioni e noi le emozioni le soffochiamo con il cibo…insomma di ostacoli lungo il cammino ne troverai a iosa e ti ritroverai stanca. Io stessa dopo quasi un anno di “cura” a volte mi ritrovo stanca, scoraggiata e mi sembra di non aver combinato nulla, di non aver fatto nessun passo in avanti…e anche se la mia psicoterapeuta continua a ripetermi che non è così, io continuo a non vedere il miglioramento. Ma questa volta non mollo perchè tanto neanche mollare serve. Sappi che non sei sola in questo percorso. Non lo sono neanche io perchè ci sei tu e chissà quante altre ragazze come noi. In fondo è questa la cosa che ti volevo dire. Non avrà il potere consolatorio di un’abbuffata purtroppo..non ancora …anche perchè credo che quando davvero cominceremo a sentirci meno sole saremo guarite almeno un pochino 🙂

  3. Io sono davvero d’accordo con quello che hai scritto, in tutto e per tutto. E’ come se questo post riassumesse in maniera molto più concreta e netta di quanto io non riuscirei mai a fare a parole, quello che è stato il mio percorso, e quello che è ancora il percorso che sto facendo. Penso che tutti e quattro gli aspetti che hai citato debbano essere trattati in contemporanea e, allo stesso tempo, dedicare cura a ciascuno di essi, perché sono interdipendenti: non si può pensare di agire su un solo frangente, perchè se facessimo così quello che si tampona da una parte ri-scappa fuori d un altra parte, e non si arriva a niente. Quindi secondo me è fondamentale agire su tutti i parametri, dando la priorità alle cose che sono più urgenti al momento. Nel mio caso, per esempio, all’inizio del mio percorso la cosa più urgente era darci un taglio col circolo vizioso abbuffata-vomito-abbuffata-vomito perchè ero arrivata a farlo anche più volte in una stessa giornata, quindi era proprio pericoloso per la mia salute fisica (oltre che mentale), e bisognava che arginassi questo aspetto quanto prima. Poi sono venute le altre cose, perchè comunque anche le altre tre cose sono aspetti su cui ho dovuto lavorare, e su cui sto ancora lavorando.
    Io non credo che il tuo avere delle alte aspettative sia sbagliato o sia necessariamente legato alla malattia: è vero che se hai alte aspettative puoi correre di più il rischio di rimanere delusa, ma credo anche vero che tu sia una persona intelligente da distinguere un risultato accettabile anche se non “perfetto”, e da riuscire ad apprezzare comunque i progressi che farai.
    In tutti i casi, mi viene da dirti che non sarà mai facile, non voglio fare il festival del pessimismo, ma nemmeno dirti “stai tranquilla, che dopo un pochino va tutto rose e fiori” perchè sulla base della mia esperienza purtroppo non è così. Ti posso dire che le cose migliorano, dopo che ci hai lavorato tanto e costantemente, e che una vita migliore rispetto a quella che ci dava il disturbo alimentare è del tutto possibile, ma certamente c’è da lavorare su tutti gli aspetti che hai elencato.
    Un abbraccione!!!!!!!!!!!!!

    • Grazie cara! Io sono abbastanza ottimista, non mi aspetto il miracolo ma so di poter stare molto meglio, e sinceramente ho bisogno di certe minime aspettative per convincermi che vale la pena fare tutta questa fatica. Alla fine con l’eterno pessimismo si finisce col vivere la vita a mangiare e vomitare, io credo.

  4. Come sempre mi ritrovo moltissimo in quello che hai scritto. Credo che ogni storia sia a sè, ed ho realizzato che per me l’anoressia e la bulimia, così come tanti altri modelli comportamentali estremi in cui mi sono infilata, se così possiamo definirli, hanno svolto un ruolo di identificazione del dolore. In altre parole, avevo bisogno di dare un nome e un “aspetto” ad un male che non riuscivo a descrivere, e mi rassicurava l’idea che il problema fosse tutto lì, nel non essere abbastanza magra o disciplinata. E me lo sono ripetuta talmente tanto da crederci.
    Avevo, e ho tutt’ora,una paura fottuta del tempo che passa, di non stare vivendo al meglio ogni mio singolo minuto da sveglia, e la sensazione di stare facendo qualcosa per dimagrire mi calmava: non stavo perdendo il mio tempo, era tutto in divenire, ogni mio gesto aveva un fine. Per questo sforare le calorie della giornata significava averla buttata via, a non esistere. A volte penso a come sarei ora se non avessi speso tutte le mie energie nel tentativo di essere una buona malata. E provo rabbia, ma dovrei provarne molta di più.
    Anche io ho sempre vissuto di emozioni estreme e a volte difficili da gestire, e i disturbi alimentari sono stati il mio calmante, la mia balia in un certo senso. Ma ci sono dei bisogni che premono e il dolore puro, quello che sembra aprirti in due e che ti obbliga ad accucciarti, beh quello a un certo punto l’ho dovuto affrontare, perchè non c’era abbuffata che potesse funzionare, e ho dovuto lasciarmi inondare. E dopo ero ancora lì, integra e lucida, e non c’erano i cocci di me stessa da raccogliere, cosa che invece ha sempre caratterizzato i post abbuffata.
    È vero, non si risolve un aspetto della malattia senza risolvere anche gli altri, e credo che per stare meglio bisogni accettare tante cose che prima non volevamo vedere, cose tristi e cose mediocri che hanno poco a che vedere con l’idea di perfezione nella nostra testa. E ognuno ha un traguardo diverso che lo spinge a cercare di guarire, e per ognuno è diverso: nel tuo caso è essere felice, per me è il poter contare su me stessa.
    Buona lotta.

    • Mi ritrovo tantissimo nella paura del tempo che passa, come se per qualche ragione ogni momento debba essere intenso ed estremo, o altrimenti tanto vale lasciarsi morire… Ma in realtà ci sono alcuni giorni che vanno vissuti al meglio, e altri che vanno semplicemente sopravvissuti, e a sopravvivere non c’è niente di male. Sto cercando di convincermene, un poco alla volta.

  5. Ciao, ho trovato il tuo blog per caso, poco dopo aver pubblicato la mia storia sul mio.
    Lo sto leggendo con avidità. Mi piace il tuo modo di esprimerti e di catturare la realtà, senza filtri, luoghi comuni. Ti mando un caloroso abbraccio.

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