Dedicato ai genitori, agli amici, ai fidanzati di chi soffre di un disturbo alimentare

Se fra i miei lettori c’è qualcuno che non soffre di un disturbo alimentare, ma è amico di qualcuno che ne soffre, o ne é famigliare, collega, compagno, questo post è per voi. E non per darvi dei consigli su come comportarvi con la persona malata in questione (questo l’ho fatto in un altro post, che comunque andrò presto ad aggiornare), ma per cercare di vedere il disturbo dal vostro punto di vista, e chiedere in qualche modo scusa.

I disturbi alimentari sono malattie terribilmente egoiste, malattie egocentriche che spesso impediscono a chi ne soffre di vedere al di là del proprio peso e del proprio conteggio calorico. Malattie a causa delle quali tutto passa in secondo piano all’ossessione, comprese purtroppo le persone più care.

Dovendo scegliere fra un appuntamento con un amico e rimanere a casa a vomitare, ho sempre scelto la seconda. Ho cancellato appuntamenti, inventato scuse e bugie; non mi sono presentata in molte occasioni in cui sapevo che la mia presenza era importante. Spesso, me ne rendo conto, non sono riuscita a stare vicino a chi ne aveva bisogno, a vedere le sofferenze dei miei amici e dei miei famigliari, perché ero troppo intrigata a pensare a come condurre la mia prossima abbuffata. Non riuscivo quasi a provare empatia, non perché credessi che la mia malattia era peggiore di qualsiasi cosa, non perché volessi essere compianta, ma semplicemente perché davvero non riuscivo a vedere nient’altro che la mia ossessione.

E poi, oltre all’egocentrismo, c’è la pura cattiveria del disturbo alimentare. La cattiveria che, quando i succhi gastrici ti vanno al cervello, quando qualcuno cerca di mettersi fra te e la tua prossima abbuffata, ti fa sbottare contro chiunque, dire le peggiori crudeltà, ti fa comportare come una creatura posseduta in cui amici e famigliare stentano a riconoscere colei che una volta gli voleva bene.

Ma questo è il minimo. Credo che la cattiveria più grande, l’egocentrismo più grande, sia quello di torturarsi, lasciarsi morire, di fronte agli occhi delle persone che ci vogliono bene e farli soffrire terribilmente, perché noi ci staremo pure facendo del male, ma loro sono costretti a guardarci mentre mi distruggiamo. E la cosa peggiore, io credo, è che non possono nemmeno fare molto, perché non si può costringere una bulimica a guarire, e non si può mettersi fra lei e il cibo, perché non sarebbe che un modo per allontanarla, nel tentativo di trovare altri modi per abbandonarsi alla sua compulsione. Non riesco nemmeno ad immaginarlo. Non riesco ad immaginare come mi sentirei se a fare quello che faccio io fosse mia sorella. Non riesco a immaginare la straziante sensazione di impotenza e di dolore.

Certo, la malattia giustifica, almeno fino ad un certo punto, tutti questi comportamenti. Avere un disturbo alimentare è spesso come essere posseduti da un demone; non sempre, sia chiaro, io personalmente ho fatto soffrire moltissime persone ma sono anche riuscita a mantenere delle splendide amiche che certo non mi descriverebbero come il mostro che ho delineato. Nelle sue fasi peggiori, però, il disturbo alimentare è anche tutto questo.

Ma che sia tutta colpa del disturbo alimentare non significa che sia più facile conviverci. Una lettrice qualche tempo fa mi faceva notare (commentando questo post) che si parla sempre di cosa devono fare amici e famigliari per stare vicino all’anoressica o bulimica in questione; e nei nostri blog, noi anoressiche e bulimiche non facciamo che lamentarsi del fatto che alla fine amici e famigliari non sono capaci di starci vicini, non ci fanno abbastanza domande, non ci fanno le domande giuste. Come se a codesta anoressica o bulimica sia tutto dovuto, solo per il fatto che è malata, e che tutti gli altri non debbano che prostrarsi al suo servizio per cercare disperatamente di impedirle di uccidersi.

Ma non è così. Se è vero che chi è malato va aiutato, sono anche convinta che chi aiuta debba per prima cosa salvaguardare se stesso; e no, non è costretto a lasciarsi ingoiare nella sofferenza del malato. Io capisco profondamente gli amici che scompaiono, i fidanzati che interrompono storie, e perfino genitori che cacciano via di casa. Non sono affatto persone che ‘non ci capiscono’, come si tende a dire nei blog di chi soffre di dca: sono persone a cui, che ci capiscano o meno, stiamo facendo del male. E loro hanno tutto il diritto di stare bene.

Non farei quindi una colpa a chi getta la spugna, per così dire; e allo stesso mi rendo anche conto che, per molti genitori, fratelli e amici, gettare la spugna proprio non si può, perché l’amore rimane più forte di qualsiasi sofferenza. E quindi, niente, ammiro queste persone davvero moltissimo. Ringrazio quelle che non hanno mai gettato la spugna con me, chiedo tremendamente scusa per tutto quello che ho fatto loro passare, anche se è colpa della malattia. Nel mio egoismo, sono io che non capisco loro.

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11 thoughts on “Dedicato ai genitori, agli amici, ai fidanzati di chi soffre di un disturbo alimentare

  1. Posso solo essere d’accordo con quello che scrivi. Anch’io sono grata ai miei genitori e al mio fidanzato e alle mie pochissima amiche (perché con la bulimia le ho allontanate e così perse quasi tutte) che mi sono rimaste vicine e hanno cercato di aiutarmi anche nei miei momenti peggiori della bulimia.
    Quello che tu chiami “egocentrismo” penso che sia una caratteristica comune non solo ai dca ma anche a tutte le altre malattie, e penso che sia in un certo senso una forma di auto-conservazione, anche se può sembrare un paradosso parlare di ciò per la bulimia, ma del resto i dca sono malattie paradossali.
    In ogni caso, anch’io dico grazie e chiedo scusa a chi mi é stato vicino nelle maggiori difficoltà, e tutt’ora lo é nonostante ancora abbia le mie défaillances.

  2. Ho realizzato solamente un anno fa quanto i DCA siano malattie “egoistiche” (passami il termine). Ma mi hai fatto aprire gli occhi anche un altro aspetto: le persone che ci vogliono bene e che perdiamo per colpa della malattia forse non se ne vanno perché non capiscono, ma perché noi facciamo loro del male. Quanta verità. Devo imparare a mettermi nei panni di chi mi è vicino e smettere di pretendere che siano loro a doversi mettere nei miei panni.

    A.

    • Anche io ci ho messo tanto a capirlo, se devo essere onesta l’ho capito solo quando una mia amica ha cominciato a soffrire di anoressia. E io proprio non ce la facevo, a finire nel suo vortice, nonostante forse fra tutti fossi quella che la capiva di più. Mi sono sentita orribile, e ho capito tutti quelli che si erano allontanati da me

  3. Mi rendo conto solo da poco di quanto sto facendo soffrire i miei genitori, mia madre ha iniziato una terapia familiare con me è tutte le volte che la vedo distrutta mi sento in colpa e questo sentirmi in colpa alimenta solo il sintomo in un circolo vizioso…..

    • Anche io mi sono sentita in colpa per molto tempo, e quando me ne sono andata di casa è stato un sollievo: almeno la smettevo di distruggergli la vita.
      Ma poi sinceramente ho capito che invece di sentirmi male e stare più lontana possibile, che poi faceva stare male anche loro, bastava riconoscere le loro sofferenze, e ringraziare e dimostrare lo stesso affetto che loro dimostrano a noi. E questo la malattia non ci impedisce di farlo.
      Il disturbo alimentare rimane, chiaro, e non c’è amore che lo può far scomparire con la bacchetta male, ma almeno stiamo dando qualcosa indietro, stiamo rendendo la relazione buona anche nel contesto del problema, e valida.
      Questo, credo, sia il miglior consiglio che posso dare. Invece di sentirti in colpa, ringrazia. Invece di alimentare il sintomo, avvicinati alla tua famiglia.
      Certo, facile da dirsi..Ma per me un po’ ha funzionato.

  4. Bentornata carissima!mi sei mancata molto!!hai ragione da vendere…!non e’ affatto facile stare vicino ad una persona “malata”o in qualche modo.disturbata….ci si prova ma poi puo scattare l’istinto di sopravvivenza.Capisco entrambe le posizioni avendo sofferto di un dca che ancora adesso non ho del tutto sconfitto….Ti abbraccio.

    • Grazie 🙂 credo che alla fine ci voglia solo tanta comprensione da entrambe le parti. Noi spesso ci nascondiamo dietro al fatto che la malattia rende egoisti, ma questo non ci impedisce di essere riconoscenti verso chi continua ad amarci..

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