Fiori e farfalle e guarire dai disturbi alimentari

Guarire significa ricominciare ad amare noi stesse. Ad amare chi ci sta intorno. Significa ritrovare la gioia nelle piccole cose: il sole che sorge all’alba, il sorriso di un bambino, il profumo di un fiore. Grazie alla guarigione, possiamo uccidere il mostro che si era impossessato di noi, possiamo uccidere quel sarcasmo che usavamo per proteggerci; possiamo tornare a ridere, a scrivere poesie d’amore, ad essere gioiose, altruiste, ragazzine bionde su Tumblr che coccolano orsacchiotti e mangiano tazze di muesli.

Cristo Santo. Se questo è ciò che significa guarire, allora vi prego fatemi rimanere nel mio inferno di cibo e vomito e sarcasmo e poesie decadenti. Che se sono costretta a scegliere fra coccolare un orsacchiotto e tenermi la bulimia, va a finire che per dispetto mi tengo la bulimia.

La mia paura più grande è che la guarigione porti via tutto quello che amo di più in me; ovvero la mia spigliatezza, il mio dark humour, la mia tendenza a fare talvolta certe cazzate. Il sarcasmo. Tutte quelle caratteristiche della mia personalità che a qualsiasi psicologo da quattro soldi apparirebbero immediatamente come una maschera, una corazza, non troppo diversa da quella del mio disturbo alimentare. Avere la risposta pronta? Una forma di difesa. Razionalizzare qualsiasi cosa? Lo fa per non abbandonarsi alle proprie emozioni. Bere e andare a ballare? Quello è per evadere.

E quindi guarire deve per forza significare abbandonare tutti questi comportamenti e modi di essere. Per diventare cosa? La ragazzina bionda che coccola orsacchiotti e mangia tazze di muesli.

Certo, sto esagerando. Nessuno mi ha mai chiesto di comprare un orsacchiotto. Però rimane il fatto che, nella mia testa, l’idea di guarigione continua ad essere associata ad un determinato tipo di immagini, in cui sinceramente non riesco a riflettermi, e a cui non riesco ad ambire. Immagino la guarigione come un percorso verso una blanda serenità; immagino di dover diventare una di quelle persone buone, felici, quelle persone che sono circondate di affetti e di gioia e di giornate solari, ma che sono anche persone terribilmente semplici, quel tipo di persone che mi ha sempre tanto annoiato. E sinceramente, questo mi terrorizza.

Credo sia una paura comune a chi ha vissuto per tanti anni con un disturbo alimentare. Il disturbo alimentare ormai fa parte del proprio essere, e sembra che rinunciandovi si finirà col perdere una parte fondamentale del sé. E quindi si teme che una vita senza disturbo alimentare non possa che alienare la propria identità, rendendoci ciò che più temiamo. Nel mio caso, una persona semplice e noiosa.

Ma d’altro canto, è anche vero che la mia idea di guarigione si riflette in un repertorio di immagini e luoghi comuni sulla ‘recovery’ piuttosto diffusi sia in Internet, che nelle varie rappresentazioni mediatiche dei disturbi alimentari. La persona guarita, ditemi se sbaglio, non è mai una ragazza con la battuta pronta, divisa fra la carriera e mille storie da una notte via. Quando mai l’avete vista, su qualche blog sui dca, o qualche testimonial, una persona guarita così. Mai. La persona guarita è una farfalla sbocciata dal baco, che blatera frasi sdolcinate di auto-aiuto, che ha riscoperto l’amore, la vita serena, i disegni ad acquerello.

Prendete qualsiasi blog pro-recovery, da quelli più famosi delle testimonial all’ultimo Tumblr. E ditemi se, nove volte su dieci, la guarita non sembra essere diventata l’ultima Madre Teresa, tutta riconoscente e piena d’ammore. ‘Dopo la bulimia si trovano la luce e la pace e l’amicizia’ e siamo tutti dei buoni chierichetti sulla strada verso la santità. O prendete quegli account Instagram con l’hashtag #edrecovery e le ragazze che fanno la boccuccia a cuore di fronte ad un barattolo di Nutella.

E io cerco di non farmi influenzare troppo dallo stupido mondo dei social, da Internet in generale; non sono un’idiota, so distinguere cosa è vero e cosa è una messinscena per il vasto pubblico digitale. Ma poi lo stereotipo mi insegue offline, nel centro presso il quale sono attualmente il terapia, dove le ragazze in cura devono parlare del valore dell’amore e fare lavoretti di cartapesta. Cristo Santo. Sul valore dell’amore ancora ancora posso contribuire, ma i lavoretti di cartapesta proprio no; la mia anima sarcastica proprio non ce la fa; piuttosto la bulimia, piuttosto la morte.

E non è che non voglia guarire. Semplicemente non voglio guarire in quel modo, trasformandomi nel genere di persona che emana radiosità e che fa i lavoretti di cartapesta; e non credo, non voglio affatto credere, che quello sia l’unico modo di guarire. Io penso che si possa guarire senza perdere il proprio sarcasmo, e senza rinunciare all’intensità del proprio essere e delle proprie emozioni, anche negative, in nome di una blanda serenità. Continuando ad essere delle stronze, se si vuole, continuando a fare un’infinità di cazzate una dietro l’altra, purché queste cazzate non siano mangiare e vomitare.

E penso che tirare una linea così netta fra l’essere malati e l’essere sani sia quantomeno dannoso. Per prima cosa perché essere sani non vuol dire affatto liberarsi da tutte le difficoltà della vita; e a volte è molto più difficile che essere malati (come spiega eloquentemente Veggie). Ma anche perché suggerire che la guarigione sia una cambiamento così radicale, attraverso il quale quest’ondata di amore e self-respect generano una metamorfosi della persona, fa apparire il processo molto più pericoloso e meno invitante.

E’ quindi necessario, a mio parere, diffondere un’altra idea di guarigione; una forma di guarigione femminista e con le palle. Che se bisogna trovarsi un nuovo hobby, per distrarsi dal disturbo alimentare, magari si può andare in barca a vela piuttosto che fare un lavoretto di cartapesta. Che invece di fondarsi sulle frasi sdolcinati d’auto-aiuto, usi una valanga di parolacce e insulti contro quei cazzo di disturbi alimentari di merda. Che permetta di andare a ballare, a bere, a scalare le montagne, a fare le gattemorte con dei tizi al bar, a fare a pugni. Che non insegni solo ad amare, ma anche ad avere i controcoglioni.

Ecco. Questa è la guarigione a cui punto io.

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31 thoughts on “Fiori e farfalle e guarire dai disturbi alimentari

  1. Mi sembra più che giusto che tu voglia guarire e non essere riformata. Hai una malattia, non sei sbagliata.
    Puoi mettere nell’angolo la malattia a modo tuo, mantenendo la te stessa intelligente, cinica, che non sopporta i palliativi, che è allergica agli orsacchiotti, ma non ai maschi, e che ama andare a ballare. Non te lo dico con alcuna lucidità, ma da fan. Perché, cazzomerda, non puoi togliermi una delle poche parentesi di intelligenza e sarcasmo e palle quadrate in cui sono inciampata online. Guai a te se diventi tutta cuoriciosa, ti strappo gli angioletti in cartapesta :op

  2. Io non sono guarita (o per lo meno non mi considero guarita) quindi forse non sono molto adatta a rispondere a questo post. Certamente non coccolo orsacchiotti, non mangio tazze di muesli, non tengo un blog pro-recovery, quindi se è questo che significa essere guarite, allora no, non ci sono proprio!!!!!!!!!!!
    No, a parte le battute sciocche, posso solo dirti che io la vivo diversamente. Io parto dal punto di vista che quello che mi preme è cercare di tenere a bada quei sintomi della bulimia che sono obbiettivamente limitanti, e cercare di fare quelle cose che mi fa piacere fare, e stare con le persone con cui mi fa piacere stare. Questo è, perlomeno teoricamente, l’obiettivo a cui aspiro (che in determinati momenti mi riesce meglio, ed in altri mi riesce peggio). Se poi da un punto di vista mediatico o clinico questo si possa associare a un concetto di “guarigione”, francamente è un interrogativo che mi lascia il tempo che trova.
    Condivido a pieno la tua paura, perchè so bene avendolo vissuto che dopo tanti anni immersa in una malattia il pensare di poterla lasciare alle spalle fa paura, perchè ci sembra quasi di lasciare alle spalle “un pezzo di noi stesse”, però poi in realtà avendo ora già passato questa fase, mi sono accorta che io sono io, aldilà della bulimia. Più che il mio carattere, ad essere influenzati dalla bulimia erano i miei comportamenti e le mie relazioni nei confronti degli altri (ed erano influenzati in peggio), però il mio carattere di base resta comunque lo stesso. Quindi sento di poterti dire che la tua paura è del tutto lecita, legittima, ed anche inevitabile, ma che, allo stesso tempo, il tuo carattere è quello che definisce chi sei veramente, e rimarrà comunque tale perchè te sei te: la bulimia è una malattia, non è un tratto di personalità (anche se magari quando si vive per tanti anni con la malattia, ci sembra che le due cose si fondano, ma non è così), quindi non c’è ragione che ti cambi carattere di base solo perchè magari un domani stai meglio. Poi sono anche dell’idea che un po’ di questo timore rimarrà sempre, si avrà sempre (perlomeno, io ce l’ho) un po’ di timore che guarendo dal dca si perda qualcosa di noi, e che ci si trasformi in qualcosa che non vorremmo essere. Ma a tale proposito, visto che hai citato un post di Veggie, te la ri-cito a mia volta: a me lei ha sempre dato l’idea di essere, per utilizzare le tue parole, una “con i controcoglioni”. Non certo una che si metterebbe a coccolare gli orsacchiotti o a bere tazze di muesli, e non è neanche bionda. Eppure mi è sempre sembrato che riuscisse a gestire l’anoressia, e anche a farsi la sua vita. Quando mi assalgono certi timori, perciò, più che leggere frasi pro-recovery o affidarmi a testimonial “guarite” tutte amore-cuore-radiosità-positività, penso a lei. Mi pare più rassicurante di tutte le testimonial da televisione, francamente.

    • Boh ognuno ha la propria tecnica per guarire, la mia è una critica ad uno stereotipo, non alle opinioni e le strategie dei singoli individui. Ho paura di dove finisco io e dove inizia la bulimia, quello sì. Ma proprio per questo spero che il bulimia-free sia un po’ più eccitante di quello che vedo in rete 🙂

  3. Sono perfettamente d’accordo con te! La vera guarigione consiste nel trovare te stessa , non nel nascondersi dietro un altro stereotipo! Trovare chi sei tu senza il disturbo alimentare, la vera te! Non diventerai una persona santa e sdolcinata se non lo sei! Buona fortuna! 😉

  4. Ciao, ti leggo da un po’ perché nonostante mi reputi “guarita” (però certo, i pensieri merdosi non se ne sono andati del tutto, si sono solo ridimensionati e col tempo si ridimensioneranno sempre di più) voglio stare costantemente attenta a me stessa e al dca e le tue riflessioni mi fanno riflettere sul mio passato decennale da disturbata alimentare.
    Ti dico la mia. Nessuna di noi fa lo stesso percorso di guarigione perché non tutte siamo partite dallo stesso punto (o forse si? Il fondo?). Personalmente ci ho messo anni per poter dire di essere guarita e ti dico questo perché non si può passare da “ho un dca” a “non ho un dca” nel giro di un anno. O almeno, per me non è funzionato così. Allo stesso modo non puoi passare da essere una cinica stronza ad essere una cuori e orsacchiotti e questo neanche nel corso di una vita! Ma certo, devi cosiderare che col passare degli anni magari ci distanziamo dall’essere quegli “emo-adolescenti-la vita fa schifo” che tutti siamo stati prima o dopo.
    Per quanto mi riguarda la guarigione mi ha portato all’essere senza dubbio più equilibrata (e cavolo, adesso ti sembrerà di perdere qualcosa ma non è così, è solo un arrivare agli “estremi” con più consapevolezza) ma non mi ha tolto il carattere deciso che mi ha sempre portato ad arrampicare su roccia e ghiaccio, a correre, ad ascoltare metal, a lavorare sull’alpe, in montagna, a decidere di cambiare stato per essere indipendente e studiare quello che è diventato il mio lavoro. Mi ha tolto invece il fatto di buttarmi via, fisicamente, e mentalmente. Mi ha dato quella forza per dire “porca puttana guarda che il tuo corpo vale qualcosa, non puoi barattarlo, non puoi buttarlo via, non per degli uomini così”. Si, la guarigione mi ha dato molto più carattere, mi ha dato la sicurezza in me stessa, mi ha dato la sicurezza di non abbassare la testa ma anzi di guardare negli occhi una persona, un capo e dirgli “ecco, così per me non va, o cambia o tanti saluti”.
    Guarda, la vita senza dca è davvero più bella. Non più facile, anzi, se è questo che pensi, se non credi di avere la forza di affrontare quello che il dca ti fa nascondere beh, allora lascia perdere perché dovrai affrontare le persone direttamente, guardandole negli occhi come forse non hai mai fatto.
    Ma davvero, è un enorme peso in meno. Che ti permetterà di arrampicare (ballare, studiare, lavorare…) molto più leggera.
    Scusa lo sproloquio, chissà che non ti faccia venire voglia di guarire (ma ce l’hai la voglia, si legge!).

    • Grazie per il commento!
      NOn dubito assolutamente che la vita senza dca sia migliore, la critica non era assolutamente a quello e il titolo era una provocazione. Io non vedo l’ora di guarire, o stare meglio, e so che manterrò la mia personalità. E grazie a dio il mio momento emo-adolescente l’ho già superato!
      Il commento era semplicemente a quella che è l’immagine diffusa della recovery, provando magari a compararla con una recovery un po’ più ‘femminista’. Come dici tu, una guarigione con carattere. Che io sono sicura che esista già, quello che critico è lo stereotipo, non il percorso di guarigione dei singoli individui.
      E ripeto, ce l’ho eccome la voglia di guarire 🙂

    • Ne ho parlato giusto oggi con la mia psicologa, lei dice che devo semplicemente procedere per step e vedere cosa voglio o non voglio fare. Che nessuno mi costringe a diventare in un certo modo, è sempre una mia scelta.
      Comunque, si vedrà con il tempo!

  5. Ti leggo da un bel pezzo, da anni azzarderei, ma oggi ti scrivo per la prima volta.
    Ho avuto le tue stesse paure a lungo, sai? Per anni mi sono chiesta se, tolta la bulimia, sarebbe rimasto qualcosa di me che avesse senso.
    Mi sono chiesta se avrei ancora saputo scrivere, se avrei avuto qualcosa di cui scrivere e se non mi sarei trasformata in una sorta di Pollyanna tutta cuori e amore, una volta “guarita”.
    Guarita ancora non lo sono, ma va meglio e senza smancerie oscene.. mi spaventerebbe a morte.
    Penso che accada questo tipo di pucciosità di massa a chi cerca disperatamente un’etichetta, un gruppo, per qualsiasi momento della propria vita. Ad un certo tipo di comportamenti e community (passami il termine) di chi vive con i disturbi alimentari ne può corrispondere per pura simmetria una serie valida per chi ne sta guarendo.
    Ma forse accade perché molte di queste ragazze sono disperatamente alla ricerca di sé stesse, di un sé stesse fuori dai problemi con il cibo.
    Non sarai mai una sdolcinata e melensa coccola orsacchiotti altrimenti ce ne sarebbero già grandi avvisaglie, ed io non ne ho mai trovata traccia.
    Esisti, esisto, al di là della bulimia, e ugualmente stronze.
    Almeno ci consoleremo.

    • Ciao cara, grazie tantissimo per il commento, mi fa davvero piacere che tu abbia finalmente voluto scrivere!
      Sono d’accordo, credo che sia la maledizione delle etichette, quelle della recovery esattamente come quelle dei dca.
      Non so quanto sia reale e quanto sia un’impressione, in ogni caso mi rassicuro nella consapevolezza che la mia individualità non potrà mai essere negata, e che ogni passo della recovery sarà nei miei termini.
      La stronzaggine per me è una costante non negoziabile :))

  6. Sono d’accordo, anche per me la comunità online del recovery è tremenda. Tutte le buone intenzioni del mondo, ma sembra un gioco a chi urla più forte i mantra positivi di turno o fotografa colazioni impiattate alla perfezione. Se non ti riconosci in quello stile di pensiero, in quell’estetica, è davvero una sensazione alienante. Questa cosa ha fatto rodere anche a me a suo tempo, quando cercavo supporto nella guarigione che andasse un minimo oltre gli unicorni e arcobaleni di una maggioranza molto giovane e molto privilegiata. Cercavo una prospettiva femminista seria, no “real women have curves”; cercavo esperienze di vita diverse, visioni nuove e ardite dei DCA, informazioni scientifiche con un po’ più di contenuto di “i DCA sono malattie complesse e multifattoriali” (grazie al ca**o, quando mai le cose sono semplici).

    Penso che dobbiamo costruircela questa alternativa. Non perché un modo di vivere la guarigione sia meglio o peggio di un altro, ma perché l’ombrello dei DCA comprende persone di tutte le età, generi, background, personalità e interessi (e senso dell’umorismo, dio lo benedica), e per forza non possiamo tutti essere in sintonia con la narrativa dominante.

    Quindi GRAZIE perché per me il tuo blog è parte di questa preziosa alternativa. Spero che nel tempo toni simili ai tuoi trovino sempre più spazio nel mondo pro-recovery online, per accomodare il bisogno di supporto di noi allergici alla “dolce semplicità” per costituzione.

    Un abbraccio, e un augurio grande per il tuo impegno nella psicoterapia and beyond 🙂

    K.

    • Lo so! E’ da un po’ che penso come supplire a questa mancanza, perché io stessa avrei bisogno di qualcuno con cui parlare e che mi supporti, ma non posso sopportare la mielosità. Il blog è un tentativo ma non basta.

  7. Mi fai pensare al mio compagno. Conosciuto dodici anni fa appena uscito da una comunità. Ti dico spaesato e impaurito. La sua persona, la grinta, la sua simpatia messa sempre a freno dal percorso terapeutico affrontato..fatto di regole precise incontri dalla psicologa gite da boy scout allevare animali. Tutto importante tutto e’ servito. Ma sai quando davvero e’ tornato a vivere? Quando e’ finalmente guarito? Quando non ha più sognato la droga di notte? Dopo che e’ tornato a fare la sua vita. Ad essere lui a smettere di avere limiti, doveri e schemi da seguire perché un tossico può cadere nuovamente se non è super controllato. Abbiamo la nostra storia cazzuta alle spalle e ci viviamo senza più paura. Senza che un litigio possa scaturire in lui sfoghi diversi. Si che si può guarire lui ne e’ l’esempio. Senza fingersi diversi e santificarsi a salvatori degli altri. Su instangram tocchiamo proprio il fondo. Per quanto riguarda me si io la vita la voglio prendere con le palle e so anche di esserlo caxxo.. Solo che quei momenti di merda io li subisco nel mio modo e forse proprio perché sono talmente cosi stronza e spesso disinteressata del bene nel mondo che non ci penso proprio a guarire dispensando amore per gli altri. Io voglio essere cosi. Rimanere cosi. Imparare a cadere e ricordarmi che si puo’ anche piangere senza mettere a tacere ciò che provo e vivo dentro me dietro lo stordimento del cibo. Hai il dono di affrontare il problema con realtà disarmante. Altro che cuoricini. Grazie!

    • Infatti! Io voglio che la mia recovery porti ad una vita con sensazioni tanto intense e tanto pazze quanto quelle con il disturbo alimentare. Non voglio rinunciare al carisma e alla mia personalità, e non mi piace l’idea che questa mia opinione sia vista come una resistenza al percorso di recovery. Però poi magari non è così. Magari è slo uno stereotipo, poi la comunità è effettivamente più complessa della sua immagine. Non so. Solo io credo che un po’ più di personalità vada iniettata in tutto quello che riguarda i dca.

  8. Ciao, mi piace un sacco questo blog, che affronta i dca da un punto di vista nient’affatto scontato. Ti leggo da tempo, ma oggi commento per la prima volta.
    Anch’io, quando ho deciso di intraprendere la via della guarigione dal disturbo alimentare, temevo più di ogni altra cosa che questo mi avrebbe portato via una fetta di personalità, che mi avrebbe lasciata mutilata di qualcosa per farmi piombare nella banalità. Nell’essere una persona “normale”, stupida, piatta, indistinta dalle altre diecimila banalissime persone che esistono al mondo. Questo anche a causa del modo in cui il percorso di guarigione è presentato, con tutte quelle sdolcinate frasi motivazionali e cose carine e foto di piatti sani e completi presentati in modo cool e hashtag bimbominchiosi. Roba che con me non attacca manco per il cazzo.
    Ma adesso che mi considero “guarita”, uscita dalla malattia, mi sono accorta che lo si può essere benissimo anche senza melensaggini. Allontanare la parte malata non lobotomizza, è innegabile che all’inizio si abbia una sensazione di vuoto lasciata dallo sradicamento dei comportamenti malsani (bulimici, anoressici…), ma è l’occasione per riempire quel “vuoto” con quello che piace e che si è veramente, non per forza con orsacchiotti da abbracciare; la nostra personalità si rafforza, non viene distrutta. Ci si mette in discussione, si imparano a gestire meglio le emozioni, a riconoscere i limiti e tutte quelle cose là che fanno parte anche della crescita naturale di una persona, ma fondamentalmente la personalità e il carattere restano.
    Molti mi hanno detto che il mio modo di essere è una maschera, una corazza per nascondere una presunta vera me che dovrebbe essere una specie di Heidi saltellante… Ma questa è l’idea standardizzata che tutti bene o male hanno di una persona che esce da qualche tipo di problema psicologico. Dal buio di un’anima nera e triste alla luce del soleh che fa risplendere il nostro cuoreh. Stereotipi, alla fine.
    Se sono una tipa ombrosa per natura, poco propensa ad esprimere affetto ed esternare cose, insofferente nei confronti del genere umano… va bene così. E senza il fardello della malattia, che in realtà soffoca quello che si è, le sensazioni sono addirittura più intense e più pazze! 😉

    • Sono perfettamente d’accordo, e spero che nel mio percorso di guarigione riuscirò ad affermare me stessa al di là della “Heidi saltellante”. Non credo ci sia bisogno di credere nella metafora buio-luce, persona triste-solare, credo che al di là di una certa immagine della recovery che ha preso piede nei circoli dca e nei media si possa comunque sottolineare la propria personalità, non lobotomizzata, non stereotipata, e magari più incasinata di quando il disturbo alimentare ci nascondesse. Le emozioni serie, incasinate – in fondo è quello che ho scoperto quando ho cercato di resistere la bulimia. come dici tu, sono le sensazioni più intense quelle celate dai dca!
      Un abbraccio, spero di leggerti ancora!

  9. Carissima,quanto ti sento sorella!spesso mentre ti leggo vedo me stessa….stronza cinica sarcastica ribelle anticonformista turbolenta avventurosa…..che si dibatte tra regola e trasgressione piacere e mortificazione……digiuni e abbuffate…..Sto migliorando…..sto facendo l’equilibrista…..xche la vita….la mia vita “e’ tutta un equilibrio sopra la follia”.Ti adoro!!Continua a combattere!

    • Grazie per il commento cara! Anche io sto migliorando, credo, ma sto anche avendo il piacere di scoprire che al di là della bulimia rimango la stessa persona incasinata destinata ad una vita intensa. E questo mi rassicura: vaffanculo la bulimia, ma non devo mica rinunciare a me stessa.
      Un abbraccio!

  10. Ciao Cara,
    beh.. io non sono guarita un cazzo.. ho avuto una bella luna di miele durata qualche anno e poi.. di nuovo tormento… eh vabbè… mi sto rimboccando le maniche per risalire la scarpata ma, sulla soglia dei 30 anni, è ancora più dura.. perchè c’è un certo affetto nei confronti del mostro, perchè senza lui in realtà non sappiamo chi siamo… la mia dott.ssa continuamente mi pone questa domanda… “chi saresti senza il disturbo? non dirmi una persona più serena e bla bla bla… chi saresti senza il disturbo cela in realtà una domanda più profonda… chi hai paura di essere senza il disturbo? perchè te lo tieni stretto questo comportamento visto che non ti fa stare meglio?” ecco… anch’io come te temo di divenire quella che non vorrei essere… eppure questa strada verso il self-respect la si deve fare… e allora???? fanculo… non diventerò una gne-gne tutta rosa e fiorellini… non darò bacini alla nutella… non farò cazzate in cartapesta ma.. sarò semplicemente me stessa solo che poi, a tavola, avrò un comportamento sano… non amo la parola “normale” ma, cavolo… il termine “sano” sì… bene… sarò sempre questa testa e dinnanzi a sua maestà il cibo, sarò sana. Ecco. punto. E’ durissima… veramente tanto… spero di invecchiare, perchè con questa palla al piede non andrò molto avanti ancora… ti ciuccia tutte le forze, ti isola e alla fine è lui che mangia te… e poi ti espelle… non si vive a lungo così. Quindi, per dispetto a tutti i fronzoli, dobbiamo farcela affinchè la nostra testolina tanto stronza vivi e continui a mandare a fanculo tutti, a biascicare parole incomprensibili ai tizi di notte, a farci odiare questo mondo stereotipato e pure.. a diventare skipper per scappare nei caraibi in barca a vela 😉

    • L’affetto verso la bulimia è la cosa con cui sto combattendo di più ultimamente. Cos’altro avrei, se non avessi la bulimia? Riuscirei ad andare avanti? Trovo che molti terapeuti diano per scontato il fatto che, una volta iniziata la terapia, io abbia un minimo di motivazione. O sei motivata o non funziona. Io credo invece che un bravo medico riesca anche a dare un po’ di forza e convincere qualcuno a seguire la strada giusta. O forse chiedo troppo….
      Comunque, si tiene dura… Ti faccio tantissimi auguri, cara, e ti abbracciO!

  11. Ti amo sempre di più!
    Usare una valanga di parolacce contro la bulimia, l’anoressia, le bulimiche e le anoressiche che inizieranno a farci ridere e ci staranno sempre più antipatiche, fare le gatte morte al bar, ubriacarsi, andare a ballare e avere uno scopo nella vita. Gli psicologi diranno quello che vogliono, diranno che:”l’alcool e avere delle relazioni instabili siano una scappatoia”. Credo che saremo “guarite” solo quando decideremo noi di esserlo, quando la vita che avremo e la persona che saremo ci darà davvero soddisfazione, stronze e ciniche o dolci e poetesse.. mancate.
    Chiara

    • Ehe sono d’accordo. Alla fine non può esistere un solo modello di guarigione, e io voglio che il mio rispecchi la persona che sono. Dicono che la bulimia mi ha reso stronza ma io credo che senza bulimia sarei più stronza.

  12. Buongiorno. Non ho potuto leggere tutto, quindi mi scuso se altrove si risponde alla domanda che vorrei fare a chi scrive e a chi commenta… e che spesso mi faccio io per prima. Chi è un ‘funzionale’ (di qualunque tipo) vuole sempre guarire? Me lo chiedo perché io, francamente, voglio guarire solo quando ingrasso, mentre quando sono stabile non mi frega davvero niente di guarire e, oltre che funzionale, sono anche molto meno paranoica. Dopo i primi tempi, ho capito chiaramente che il mio (solo mio, sia chiaro) voler guarire, in realtà era un voler dimagrire. Del tipo: se sono magra non mi serve l’aiuto di nessuno, ma se sono grassa (e di conseguenza depressa e rabbiosa e cupa) prego che qualcuno, da fuori, mi ‘guarisca’, ovvero mi faccia tornare magra). Siccome alla fine a farmi curare non sono mai andata, suppongo una serie di cose, compreso che sono pirla ma, soprattutto, che alla fine la funzionalità raggiunta in anni di allenamento è un discreto compromesso. E se poi ingrasso posso sempre sperare in un deus ex machina come una cretina…

    • Non credo che la voglia o meno di guarire dipenda da quanto si é funzionali, e nemmeno da quanto si é magri. Credo sia tipico di questi disturbi quello di provare una sorta di ambivalenza verso la guarigione: e se é vero che non si può guarire se si vuole restare malati, é anche vero che non bisogna essere sicuri al 100% di guarire per iniziare un percorso. Per me, per esempio, a lungo non era nemmeno possibile immaginare un’alternativa, e voler guarire mi veniva un po difficile.
      Quindi si potresti voler guarire e voler essere magra allo stesso tempo. Però, in un processo di guarigione, piano piano l’ossessione per la magrezza dovrebbe passarti, o almeno non metterti più in pericolo di vita. Ma ogni percorso é alla tua velocità, e funziona finché tu riesci a seguirlo

  13. E d’improvviso, inoltrata nella lettura, ti attraversa una scarica di brividi, dalla capa all’alluce, come quando al metal detector temi che ti requisiscano il rasoio perché la ceretta no, non sei proprio riuscita a farla prima di pigliare l’aereo. E con un sorriso tra il divertito e l’amareggiato non puoi fare a meno di pensare: ” eccheccazzo, questa qui mi ha tolto le parole di bocca, persino le virgole alloggiano dove le avrei messe io” 😉 Thumbs up!

  14. Dice che chi ha disturbi alimentari (era un altro post ma non lo trovo più) dovrebbe essere più indulgente con se stessa. Io credo il contrario. Dovrebbero essere molto MENO indulgenti. Perché chi si ostina ad essere ammalato e far soffrire gli altri è molto indulgente con se stesso. Saper digiunare o rovinarsi l’apoarato digerente e i denti non é sintomo di controllo sulla propria vita. E per avere un po’ di controllo bisogna evitare di essere super indulgenti e crogiolarsi nella malattia. Permettersi di non avere controllo su nulla di nulla e lasciare che un problema diventi una ragione di vita é molto indulgente! Avere un disturbo alimentare fa si che non si è più in grado di controllare nulla

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