Le mille ricadute durante un percorso di guarigione dalla bulimia

Voglio parlare di ricadute. Perché ieri stavo leggendo l’ennesima storia di speranza di una ragazza che è riuscita a sconfiggere la bulimia, e cominciata più o meno così: ‘La sera del mio venticinquesimo compleanno ho detto basta. Basta con la bulimia. Il giorno dopo mi sono recata al centro di cura per disturbi alimentari e così è iniziata la mia rinascita.’.

Beata te. Beata te che ti godi allegramente la tua malattia finché non ti stufi, e poi quando un giorno decidi di guarire, beh, guarisci. La catarsi del compleanno è molto poetica. Il climax discendente nell’angoscia della malattia, fino alla realizzazione, pura ed epifanica, del desiderio di guarigione; e poi, la luce. Beata te che da quel giorno del tuo venticinquesimo compleanno hai avuto tutta la cazzo di strada in salita, perché io no.

Io ho perso il conto di tutte le volte che ho detto ‘basta’ alla bulimia. Poi ho perso il conto di tutte le volte che ho detto ‘basta’ alla bulimia e il giorno dopo, o la settimana dopo, o il mese dopo, ero di nuovo lì ad abbuffarmi. E ci sono state volte in cui ho anche iniziato percorsi di terapia: ma alcuni non hanno funzionato, altri li ho abbandonati. La mia catarsi è quotidiana e inutile.

La realtà è che il percorso di guarigione non è lineare. Altro che lineare, si fanno due passi avanti e uno indietro. A volte tre indietro, e bisogna ricominciare tutto da capo. Si sta in equilibrio su un cazzo di filo, dal quale le ricadute sono ovviamente frequenti e spesso debilitanti. E per ricadute non intendo solamente un’abbuffata a ciel sereno, durante una settimana da perfetto programma nutrizionale. Si ricade per settimane e per mesi. Si ricade fino a stare perfino peggio di quando si aveva cominciato. Fino a non credere quasi più nella terapia. La vera speranza sta proprio nel riuscire a superare queste crisi, senza mandare al fanculo tutto; la catarsi, al confronto, è una passeggiata.

Mi ricordo un percorso iniziato qualche anno fa, che mi aveva portato ad un’alimentazione quasi accettabile dopo pochi mesi. Cristo, avevo veramente preso il toro per le corna, mi sentivo benissimo, piena d’autostima, mentre con attenzione chirurgica raggiungevo le 2,000 kcal indicate dalla mia dietista. Avevo un viso bellissimo, per la prima volta dopo tanto tempo senza i linfonodi gonfi a scoppiare, ed un colorito quasi praticamente rosa. E poi un qualche cambiamento, una nuova ondata depressiva, e via abbuffate giornaliere, vomito, perdita di peso, aumento di peso, il mese più bulimico della mia vita. E come si sopravvive alla frustrazione. Ditemi come cazzo di sopravvive alla frustrazione e ci si convince che vale la pena provare di nuovo.

Bisogna quindi parlare di ricadute, perché quello è il pane quotidiano di chi sta cercando di guarire. Storie di speranza come quella accennata qui sopra sono irreali e controproducenti: presentano un’utopia, e così facendo mettono in evidenza il continuo fallimento di chi non riesce a guarire del tutto. Queste storie rispecchiano e nutrono quella mentalità in bianco e nero ti stampo squisitamente bulimico. Della serie: ti sei abbuffata? Allora vedi che non hai avuto la catarsi seria, vedi che non stai guarendo, molla tutto e torna a rifugiarti nella malattia.

Mi piacerebbe leggere storie che offrono una prospettiva diversa sul percorso di guarigione.

Per prima cosa: storie che parlino delle vittorie microscopiche, piuttosto che della grande vittoria finale. Perché la vittoria finale non è così difficile da immaginare: a me capita fin troppe volte di pensare a quel magico futuro in cui sarò guarita, e intanto, ‘per oggi’, continuare a vomitare. Il difficile è concentrarsi sul presente e, con una buona dose di pazienza, ricominciare a guarire ogni santissimo giorno, invece di vedere il tempo in blocchi: ‘questo periodo bulimico’, ‘questa fase di guarigione’. Se la guarigione va presa a piccoli passi, allora questi passi è necessario apprezzarli come si deve.

Per seconda cosa: storie che ammettano le ricadute e le sconfitte, e così facendo insegnino a superarle. A me neanche interessa sapere che una tipa bulimica, il giorno del suo venticinquesimo compleanno, ha deciso di guarire. Quello per me non fa notizia. Mi interessa sapere, invece, che il giorno del suo ventiseiesimo compleanno si è divorata tutta la torta, l’ha vomitata, e che poi ha ripreso il suo percorso di guarigione. Mi piacerebbe sapere in quale modo ci è riuscita, e sinceramente mi darebbe molta più speranza della storia della sua totale guarigione, perché mi ci potrei un po’ rispecchiare. E allora sì, se lo ha fatto lei lo potrei fare anche io.

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24 thoughts on “Le mille ricadute durante un percorso di guarigione dalla bulimia

  1. Mia cara sorellina,e’ proprio come dici tu.Un’alternanza di piccoli illusori paradisi e terribili discese agli inferi.Forse bisogna iniziare col “limitare i danni”,col controllare un po la malattia xche non ci annienti del tutto.Cio significa abbuffate meno frequenti e piu contenute…piccoli minuscoli importantissimi passi.Una volta ho fatto un gioco con me stessa e dunque con la bulimia:in un momento critico di impulso all’abbuffata sono corsa al.supermercato…ho girato tra gli scaffali….mentre l impulso cresceva dentro di me….e…non ho comprato niente.Mi sentivo come una drogata in astinenza…ma una parte di me se la rideva!!e’ stato uno.dei momenti piu incredibilmente emozionanti della mia vita.Ho pianto.di gioia..io che non piango quasi mai…mentre l’adrenalina saliva.Sapevo che non potevo.sempre vincere…che ci sarebbero state altre abbuffate ma…quel.giorno no.Avevo preso.per il.culo la bulimia.Sorellina,questo solo riesco a dirti con tutta l’energia che ho:non arrenderti mai!!e sappi godere anche di una infinitesimale vittoria…che in realta e’ grandissima!Sappi usare l’inganno!ti abbraccio.

  2. Diceva un filosofo “la vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia”.. la nostra vita pure è un pendolo…che oscilla tra la speranza e la frustrazione… tra la cucina e il bagno… ma… cmq… non dobbiamo illuderci delle fantasie che ci raccontano… non dobbiamo assolutamente perchè, come dici tu, il pensiero del bianco/nero è controproducente per noi che vediamo la vita senza sfumature… non crediamoci, non è possibile… il percorso di guarigione va fatto, ma questo nel pacchetto include tanti scivoloni… chiamiamoli “cadute di stile”… 🙂 di questo dobbiamo prenderne atto… abbiamo impiegato una vita a creare il disturbo… come possiamo pensare che svanisca nel nulla con un semplice gesto della bacchetta magica?? non illudiamoci.. andiamo semplicemente avanti, con il fermo obiettivo che prima o poi ce la faremo… stando però il più possibile tranquille se cadiamo… accettiamoci per ciò che siamo… accettiamo la difficoltà del percorso e non crediamo alle cazzate che ci vengono raccontate… aumentano il senso di depressione che già proviamo… e che poi non sappiamo ben gestire e quindi……. vabbè, si sa come va a finire… forza perchè prima o poi riusciremo… in questo dobbiamo credere, e basta!!
    un grande abbraccio

  3. Ti dico, io ho avuto una marea di ricadute. Mi fa piacere per la ragazza che hai citato nel post, se davvero lei ha iniziato il percorso e non è ricaduta neanche una volta, buon per lei, se è vero è stata molto fortunata, ma anche sulla base della mia esperienza faccio fatica a credere che sia vero. Mi sembra più una storiellina raccontata tipo “favola della buona notte”, buona per imbonire chi non ha mai avuto un dca e pensa che le cose possano andare veramente così, da mondo delle favole; ma nella vita quotidiana io la vorrei conoscere una persona che davvero non è mai ricaduta, giuro che le farei un monumento!!!!!!!!!!!!!!!! Quindi, secondo me, o la ragazza ha mentito ed in realtà ha avuto delle ricadute in cui non ha parlato, o se veramente non ha avuto ricadute allora non aveva neanche la bulimia, ma solo una qualche fissa alimentare come le persone che magari stanno un po’ a dieta per qualche mese per la “prova costume”, e poi si annoiano e la smettono e ricominciano a mangiare come gli va d’istinto.
    Io però non penso che le ricadute siano una cosa negativa da demonizzare, anzi, io per certi versi le ho trovate istruttive. Poi erano anche snervanti, deprimenti, tristi, fallimentari, e tutto quel corteo di sensazioni super-negative che si portavano dietro; però a posteriori mi rendo conto che mi sono servite per vedere cosa non andava, e per cercare così di correggerlo (poi a volte ci sono riuscita a correggerlo, e altre no, ma questa è un’altra storia).
    Io insomma non ho deciso di stare bene da un giorno all’altro e, di punto in bianco, ho cambiato tutto e non ho avuto ricadute, ma proprio per niente (MAGARI!!!!!!!!!!!!); però le cose sono migliorate con il tempo, tra una ricaduta e l’altra, ricadute stesse che col tempo si sono comunque diradate (ma non escludo che potrò averne in futuro, e perciò cerco di stare sempre all’erta).

  4. Credo che sia un percorso duro, fatti di successi e fallimenti. Credo che valga più contare i giorni di successo che sperare nella catarsi e, come dici tu, suddividere il tempo in blocchi compatti.
    Non credo di aver mai avuto un vero DCA, ma talvolta mi ritrovo in qualche schema mentale che tu descrivi. La questione del tempo suddiviso in blocchi mi ha dato un lampo di riconoscimento. Il modo in cui descrivi un periodo di terapia alimentare ben riuscita, sembra fratello di me che salmodio: “quando abitavo da sola a Milano, andavo in palestra ogni mattina e il mio peso non saliva mai oltre i 49 kg…”
    Sì, bisognerebbe raccontare persone e non percorsi di salvezza o perdizione. Raccontando l’esperienza vera di qualcuno o creando un personaggio sfaccettato non avremmo il racconto di una malattia, sarebbe molto più della malattia, la metterebbe in secondo piano. Sarebbe la storia di una meravigliosa, difettosissima e amabile/odiabile persona. E avrebbe vinto.

  5. Quindi eccomi, ci sono io! Sono una ricaduta vivente. Capisco benissimo il tuo punto di vista e lo condivido. Nonostante qualche meraviglioso post su come è figo vivere senza bulimia, su come rialzarsi sia ogni volta più difficile di quella prima ma comunque possibile, sono ricaduta e credo di poterlo definire il peggior episodio di sempre. Può sembrare assurdo ma le più grandi vittorie al momento sono mangiare come le persone vicino a me senza poi mangiare tutta la dispensa o riuscire ad ascoltarmi e mangiare un pezzo di “x” perché ne ho voglia e non di mangiare un pezzo di “y” perché fa bene e e’ in linea con la mia dieta. Questo per dirti che comprendo le mini vittorie di cui parli è purtroppo pure le grandi ricadute inaspettate. Sono anni che al mio compleanno, a capodanno, a Natale o addirittura a inizio mese mi riprometto di non farlo più. Ma non sono ancora riuscita ad arrivare all anno successivo essendoci effettivamente riuscita. L’unica cosa che purtroppo, puntualmente, capita ogni anni e’ il mangiare tutta quella cazzo di torta. Un abbraccio

    • Esatto! Se avessi un euro per ogni promessa al vento. Indi: il cambiamento di filosofia, e il prendere le cose un po’ alla volta. Che alla fine l’importante è anche il presente, non solo il lungo andare

  6. Proprio ieri ho cazzeggiato amaramente su you tube e ho notato per quante persone ci sia la favola del mistico momento di catarsi nel quale improvvisamente si dovrebbe decidere di cambiare vita e, certo, farlo anche.
    Un po’ come i film parrocchiali sulla droga; sei un marcione impenitente ma un giorno ti accorgi dello sguardo di un bambino colmo di rimprovero oppure senti il pianto di tua madre e basta, è un niente che sei pulito per sempre.
    A me piacerebbe crederlo, sarebbe bellissimo portare qualcosa a termine solo perché lo hai pensato, lo hai deciso, ma continua a sapermi di storia da talk show.
    La realtà è immensamente più amara, difficile e tortuosa.
    Io ricado di continuo e mi domando sempre se mi sono effettivamente mai rialzata.
    Buon per la ragazza, ovviamente.

  7. Ma dopo quanto uno può dirsi guarito? A me sinceramente fa paura. Non credo avrò mai la certezza di essere “fuori pericolo”, e non credo neppure di desiderarla. Il momento in cui abbasso le difese, in cui penso che “oramai sono a posto” è sempre seguito, presto o tardi, da uno scivolone. Quante volte mi è capitato di guardare e imitare gli altri, dicendomi che oramai ero al sicuro, che anche io potevo reggere la sensazione di sentirmi piena senza farmi schifo, che “una fetta in più che male può farmi?”. Guardare gli altri, e dimenticarmi di me.
    Credo si possa stare bene, molto bene, che si possa essere estremamente felici e che si possa imparare ad affrontare le proprie sensazioni senza ricorrere al cibo e al suo effetto anestetizzante. Ma guarita non mi considererò mai. Entrare al supermercato, andare a un apericena, stare sola in casa con la dispensa piena, non saranno mai situazioni facili e esenti dal rischio. Già solo a scrivere questa ultima frase c’è qualcosa che scalpita dentro di me. E con questo non voglio dire fare la dark lady, dicendo che sono segnata e il mio futuro è scritto. Semplicemente non credo sia saggio mettere il proprio DCA (così come qualsiasi altra dipendenza) in una scatola a prendere polvere. Almeno non finchè non inventeranno un sistema per cancellare i ricordi indesiderati.

  8. Anche a me fa male leggere di queste magiche guarigioni io sono stata bene 1 anno ed è stato il periodo piu bello della mia vita poi sono ripiombata nella bulimia peggio di prima e ora sono qui in ospedale al sesto ricovero e sono stufa eppure non riesco a dire basta vorrei un miglioramento mi basterebbe quello in questo momento.

  9. Sí, è impossibile non avere ricadute in quanto è impossibile raggiungere un equilibrio alimentare fino a quando non si siano compresi ed eliminati i problemi che stanno al di sotto del disturbo, e questi problemi sono a loro volta più incomprensibili dal momento che sono “coperti” dal disturbo… È una situazione non risolvibile in modo lineare: non riesco a non abbuffarmi finche non risolvo il problema più profondo ma finche non smetto di abbuffarmi non capisco bene il problema. Per mie esperienza, che ci sono ancora dentro, si procede a piccoli passi e ovviamente con l’aiuto di un professionista che ci aiuti a far chiaro dentro di noi e dall’altra con la nostra volontà di non abbuffarsi. Personalmente ho visto che da quando vado dalla psicoterapeuta mi capita ancora di fare scivoloni perché i miei problemi non sono ancora chiari ma le sensazioni che provo sono diverse e sento almeno di essere nelle mani di qualcuno e non fare sempre tutto di testa mia. Poi non so voi ma da quando ho pensato seriamente di mettere a posto questa situazione ad ogni ricaduta che ho mi sembra di capire qualcosa di nuovo, ovviamente ci sto male ma provo seriamente a capire meglio i miei comportamenti ed abbuffarmi con più calma se è possibile per riflettere sulle sensazioni che mi assalgono. Che poi da poco tempo in una delle mie notti inquiete mi sono tornati in mente degli episodi piuttosto agghiaccianti di me da piccolissima che possono essere considerati già dei segni di alimentazione incontrollata… Ho ora la paura di avere qualche disfunzione anche a livello genetico quindi la sensazione che sia tutto inutile e senza certezza a volte mi distrugge ma la speranza è l ultima a morire

  10. Nuova di qui ma non dell’argomento del blog purtroppo. Ormai posso dire che metà della mia vita è stata invasa dalla malattia, quasi 30enne in balia di questo mostro dall’età di 16 anni 😦 sono capitata sul tuo blog settimana scorsa (guarda caso in seguito a una ricaduta), cercavo il modo di intervenire, commentare, per portare la mia esperienza ma anche un po’ egoisticamente per cercare di aiutare me stessa. Ma non ne ho trovato il modo fino ad adesso quando, dopo l’ennesima ricaduta appunto, mi metto a cercare conforto online e trovo finalmente il post che fa per me. Sono alla mia terza terapia, tentativi su tentativi, momenti buoni e momenti pessimi, vittorie e sconfitte. E mi dico, o sono scema e fatta male io, oppure l’iter è questo. Brutto da pensare e difficile da accettare ma io credo che non possa essere altrimenti. Ho letto tante esperienze online, anche libri, cercando di capire cosa porti alla guarigione, quale sia quell’illuminazione finale che ti libera da tutto (magari fosse così) ma niente. Si parla solo dei momenti bui, delle abbuffate, situazioni inimmaginabili tanto che la tua vita a confronto sembra perfetta (e ti senti ancora più idiota) e poi puff basta tutto scomparso, tutti guariti e vissero felici e contenti. Nessuno parla di quanto sia difficile portare avanti una terapia per 7 anni, senza grossi apparenti risultati, di quante ricadute ci siano, di quanto si stia ancora peggio di quando facevi finta di niente pensando (o meglio sperando) di non avere un problema. È davvero dura, ma non bisogna arrendersi, mai mollare (lo sto scrivendo più per me,magari me ne convinco…) quello che succederà poi non lo so, sono ancora alla ricerca di una fine accettabile e compatibile con una vita “normale” in cui, secondo la mia psicologa, qualche ricaduta ci sarà, cambierà solo il modo di vederla. Mah, chissà…

    • Sono d’accordo con il non mollare, non ne vale davvero la pena, a me aiuta tantissimo concentrarmi sul presente piuttosto che aspettare una guarigione completa dalla malattia e sentirmi male se non la raggiungo. Quindi si procede a tentativi, un po alla volta, che magari ci si ricade per tutta la vita ma intanto fra una ricaduta e l’altra un po si ha vissuto

  11. Ho letto il tuo articolo proprio in una crisi di frustrazione post ricaduta.
    Sembrano parole riciclate e banali, ma grazie sinceramente per quello che fai. Metti per iscritto la mia confusione o quello a cui non riesco dare una definizione appropriata.
    E se non riesco a capire io quello che mi passa per la testa o come mi sento, figuriamoci come possono farlo quelli che queste cose le vedono o intendono o fanno finta di non vedere da fuori.

  12. Ti avevo scritto qualche giorno fa..con tutt’altro stato d’animo, nel pieno di una crisi dove buttata sul divano trovavo le forze solo per abbuffarmi. Ennesima ricaduta dove mi passano i peggio pensieri, dove il desiderio di scomparire è l’unico e solo. Poi ho cancellato tutto. Oggi torno perchè i pensieri cambiano come i miei stati d’animo e mentre stamattina guidavo mi sono detta che è grazie alla mie ricadute se torno ad essere più forte. Le ho sempre viste come una sconfitta perchè doveva essere l’ultima volta, perchè da oggi si cambia; perchè presuntuosa ne ero guarita. Come se da un giorno all’altro io potessi uscire dal mondo che mi sono creata anno dopo anno dentro me. Ogni volta capisco un po’ di più. Ti mando un abbraccio e ti ringrazio perchè mi dai molti spunti di rilflessione ogni volta.. è un piacere leggerti e potermi confrontare con te!

  13. Beh fortunata la ragazza che riuscendoci a dire quel “basta” ha effettivamente intrapreso un percorso di guarigione. Se avessi 1 euro per ogni volta che mi sono detto basta a quest’ora avrei un bel gruzzoletto. Come dici te, anche io provo quel pizzico di rabbia quando leggo storie sui DCA del tipo “Un bel giorno mi sono detto basta, ed eccomi qua guarita”… Vorrei perlomeno sapere la scintilla che ha fatto accendere il fuoco della sua guarigione, perché se ci riesce uno, tutti, in un modo o nell’altro, ce la possono, c’è la devono fare! Poi quanto mi rispecchio nel discorso sulla fine di tutto questo come un’utopia nel suo più estremo significato, ormai vedermi guarito lo vivo come immaginazione, ed è una sensazione bruttissima… È come vederti scorrere una vita davanti che tutto sommato potevi avere. Ogni dannato giorno mi dico basta, cerco di portarmi oltre i limiti della mia resistenza, cerco di annientare il craving al costo di sentirmi bruciare l’essere… È astinenza vera e pura, non giriamo intorno, ci sono prove scientifiche a riguardo. Ma qual’è la causa di tutto questo? Io ho capito come funziona e come gestire la cosa, quali sono i meccanismi e i pensieri pre-abbuffata e vorrei riportarne un esempio; il classico pensiero contorto che mi frulla per la testa mentre sto per divorare il mondo è questo:
    “Se mi abbuffo ingrasso, se non mi abbuffo però mica dimagrisco”
    A puttanata chi dice: “Beh ma così ingrassi ed è controproducente”
    A saperlo come un MALATO di DCA ragiona e vede le cose, tutto o niente, bianco o nero. TUTTO È SUBITO. Perché in fondo è come aver perso qualcosa che ti spetta di diritto e tu lo rivuoi subito. A saperlo che per te il cibo è il protagonista assoluto della tua vita.
    Ritornando alle ricadute poi, credo siano dettati da momenti in cui si ha talmente voglia di vivere, di stravivere appieno,che non sai come contenere quelle Nerviano che in un lampo diventa vuoto, tristezza, agonia… Questo perché in fondo la vita che vorresti è a un livello inaccessibile forse, forse perché in quel momento l’unica consolazione è il piacere di mangiare. Forse, forse è ancora forse. Queste situazioni ti negano le certezze e quello che ora è assodato fra un pò è già sfumato.
    Evince dal mio discorso, così come da qualsiasi altro, che il cibo è solo una dipendenza alternativa che sostituisce un vuoto ( non è lo stomaco di un maiale ingordo tale stomaco ), un vuoto che viene percepito come fame perché è un pò come l’unica fonte di piacere che si avvicina a ciò di cui realmente abbiamo bisogno, e io so di cosa avrei bisogno, solo che faccio fatica ad ammetterlo anche a me stesso. Un DCA è un po come mettere della benzina in una macchina diesel

    Ps: la speranza è l’ultima a morire perché in fondo spesso si muore prima di essa.

  14. Cazzo. Per ogni passo avanti c’è un fallimento pronto dietro l’angolo. Per ogni minuto di serenità strappata ad un pasto, che tra i tanti, sembra equilibrato, c’è l’elogio del disgusto a seguire. È una punizione divina, ultraterrena, uterina cristo!
    Ho iniziato un percorso di psycoterapia più di due anni fa ed oggi posso dire, con il piglio saccente e lo sguardo provinciale della media borghesia che ho capito poco meno di un cazzo…ma ne sono uscita.
    La malattia mi ha messa in ginocchio e non solo di fronte al water, ho avuto il distacco del vitreo, un angioma si è spalancato sul viso dopo l’ennesimo vomiting in solitaria, e bla bla, già sai tutto; non rendiamo questo commento il manifesto della carcerazione corporea cui costringi il tuo spirito. Non sublimiamo. Parliamo.
    Ho iniziato ad intravedere il bagliore della coscienza qualche mese fa, quando ho compreso che la bulimia ( o quantomeno la mia) permea gli strati basici della consapevolezza e crea una frattura, una dissociazione tra azione e cervello. Io dovevo dissociarmi per farlo, hai presente accendere una sigiaretta? È un automatismo, non te ne rendi neanche conto, eppure il risultato è lo stesso. Hai fumato. Hai vomitato.
    Quando ti prepari per l’abbuffata c’è una parte di te completamente assente, è quella parte che devi portare alla coscienza, altrimenti continuerai ad “essere agita” e non agire. Non volevo più essere una persona a metà insomma, ho deciso che non poteva esserci qualcosa o qualcuno così in gamba da governarmi (famoso delirio di onnipotenza), allora se dovevo banchettare fino alla morte volevo farlo in grande stile.
    Dapprima ho reso manifesta l’abbuffata, l’ho architettata, progettata e consumata alla luce del giorno.
    Poi ho iniziato a rendermi conto che agivo in altri modi per distogliere l’attenzione da ciò che stavo facendo, guardando un film, leggendo un libro, incanalando il senso della vista su YouTube, quello dell’udito altrove ancora, e quelli del tatto e del gusto, si sa, erano lì a macinare megatoni di calorie stile catena di montaggio. Insomma, ero una macchina perfetta. Peccato che di perfetto in questa vita ci sia solo la morte.
    Molto lentamente ho preso coscienza, sia di tutte le problematiche che evitavo di affrontare consumando la mia vita dietro un gesto mortifero come quello del vomiting, sia del fatto che se proprio dovevo farlo allora volevo decidere di farlo e non subirlo.
    – Respinto il vittimismo, abolita la scusa del ‘mostro più forte di me’, superata la fase del “tormento dell’artista”, cosa ho fatto?
    Semplicemente, ho svuotato la dispensa da tutto ciò che compravo al solo scopo di vomitare ( inutile dire che non c’era più nulla – ma per un periodo si può fare), istituita una regola da asilo nido – mentre mangio, posso solo mangiare, senza poter fare nient’altro – ho ovviamente continuato la terapia e continuato a fare un lavoro su di me che la metà bastava come tesi di laurea.
    Regole sceme. Serve umiltà (una di quelle doti che non mi sono state donate dalla natura) per accogliere un cambiamento, per accettare degli obblighi che sembrano stupidi, ma ti salvano la vita.
    Sai…piacere e disgusto a volte si sovrappongono e non ci rendiamo conto che proviamo un perverso senso di piacere nelle azioni più disgustose, bisogna invertire la rotta e ci si può riuscire. È dura, per strada lasci strati e strati di pelle, il dolore scava così in profondità che ti sembra quasi di averlo nelle viscere, di sentirlo scorrere nelle vene assieme al sangue malato che tu stessa hai contribuito a produrre.
    Non sembri malata, sei malata.
    Spero che tu ne esca. Scrivi da dio e sarebbe un peccato perderti
    Un bacio.

    • Questo commento é meraviglioso. La tua prospettiva sul percorso di guarigione é affascinante, mi fa pensare l’idea di portare alla coscienza la parte di sé che è assente durante le abbuffate. Riprendere piena coscienza in un binge certo smonta il rituale e rovina quello che è alla fine in godimento malsano, come dici tu, visto che piacere e disgusto si mescolano.
      Spero di raccontarti, fra qualche tempo, di essere guarita, e che la bulimia non è più l’unica cosa di cui scrivo.

  15. Molto sinceramente, le ricadute sono le ragioni per cui mi ritrovo periodicamente su questo e altri blog. Adoro leggerti, ma quando sto un pelino meglio è bene per me allontanarmi da certe cose, o ad esempio (sembra stupido, già) non cercare certi hashtag su instagram.
    Non esiste percorso più ingarbugliato di quello di chi prova a risollevarsi da questo schifo.
    Il mio problema, spesso, (oggi) è che quando provo a fare le cose per bene (mangiare come una persona normale, allenarmi come una persona normale) succede che finalmente, piano piano, il numero sulla bilancia scende. Razionalmente dovrei pensare “ehi fighissimo, ci riesco anche senza infilarmi 2/3 dita in gola sistematicamente” ma la mia testa pensa “ehi fighissimo, cerchiamo di velocizzare il processo con 2/3 dita in gola”. E così ogni cazzo di volta. Peccato che la bulimia non è una via a senso unico verso il dimagrire, ma un percorso sempre ingarbugliato che ti fa salire e scendere . E intanto ciao metabolismo.

    • Non so, io credo che finché non si trova un peso stabile non si può pensare di essere guariti. Ti sembra di stare meglio, ma sei solo in una fase diversa del ciclo bulimico. Fondamentalmente, non credo che si possa considerarsi guariti finché non si smette di pensare ‘fighissimo’ quando si vede il numero sulla bilancia scendere..

  16. Anche io ho sempre pensato che la guarigione doveva essere un cambiamento repentino, da un giorno ad un altro, magari in seguito ad un evento che “scuote la coscienza” . Solo adesso mi rendo conto che non può essere così. Anche io avrò detto milioni di volte “da domani smetto”. Ma è sempre stata una presa per il culo, seppur in buona fede.
    Tu descrivi la tua idea molto realistica di guarigione come un percorso tortuoso fatto di ricadute e resilienza. Ti chiedo allora, se ci sono degli evidenti up and down come si fa a parlare di guarigione? Cosa significa quindi GUARIGIONE? Mi interrogo io stessa.

    Grazie mille

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