Le #EDwarriors, che combattono l’anoressia su Instagram

Una volta i social network erano il covo delle pro-ana, che scrivevano diari alimentari minimi su pagine nere di MySpace. E lo sono ancora, in parte, tanto che Tumblr, Pinterest e molti altri fanno comparire un disclaimer appena cerchi la parola ‘magra’.

Ma c’è un’altra tendenza che sta prendendo sempre più piede, in particolare su Instagram: quella delle #EDwarriors, ragazze che stanno guarendo dall’anoressia a furia di hashtag, postando su Instagram foto di ogni loro pasto. Composizioni di verdure, ricordi di colazioni e armonie di pasticcini, ma anche qualche classico slogan e qualche immagine di corpi un po’ meno emaciati di prima. Sempre #prorecovery #beatana #foodisfuel.

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Per queste ragazze la fissazione del XXI secolo di documentare tutto quello che si ingerisce ha un potere terapeutico. Ricalca il diario alimentare, che è una componente fondamentale di ogni terapia, e allo stesso tempo permette di trovare il sostegno di altre persone che stanno attraversando le stesse difficoltà.

Sì perché la comunità delle #EDwarriors è immensa, e adorabile. Le ragazze si fanno coraggio le une con le altre, complimentandosi quando affrontano dei fear foods e ripetendosi a vicenda mantra pro-recovery. “That is delicious, you did so good today love”, “We have faith in you, don’t give up now”; piccole perle d’affetto per prevenire le ricadute. A volte le ragazze si danno perfino consigli comportamentali, presi alla lettera da libri di CBT, e finiscono con l’imitare dei gruppi virtuali di terapia di mutuo aiuto.

Molti psicologi scoraggiano, perché le #EDwarriors sono ad un clic di distanza dalle thinspoMa d’altronde molti psicologi non sono nati negli anni ’90 e non sono abituati a vivere attraverso i social network. Certo, comporre il cibo come un quadro ricorda l’ossessività dell’anoressia; ma ricorda anche il passatempo preferito di tutta una generazione.

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A mio parere, l’unico problema di queste #EDwarriors è che funzionano solo con l’anoressia. Per carità, ci sono degli hashtag che dicono #bulimiafighter, ma con la mia mente bulimica non capisco come imbellettare ogni pasto non sia un trigger enorme per ogni bulimica. Se io perdessi tempo a mettere in posa e fotografare il mio cibo finirei con l’abbuffarmi ogni cinque minuti. Se voglio smettere di abbuffarmi devo stare intorno al cibo solo il minimo indispensabile.

Magari sono io che sbaglio. Instagrammare i propri pasti può essere visto come un esercizio di mindfulness che può aiutare anche le bulimiche a concentrarsi su un regime alimentare sano; e a combattere la mindlessness dell’abbuffata.

A prescindere, le #EDwarriors non funzionerebbero per me, che sono troppo vecchia e troppo acida. Non funzionerebbero per persone che sono ancora in luna di miele con la loro malattia; e certo non possono far guarire dall’anoressia senza un serio percorso terapeutico parallelo. Ma possono essere uno strumento meraviglioso per chi ha bisogno di un sostegno extra, magari dopo un ricovero.

Quindi, mie care fotografe di smoothies e di pastasciutte, buona fortuna e continuate a fotografare.

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17 thoughts on “Le #EDwarriors, che combattono l’anoressia su Instagram

  1. Personalmente le detesto, con tutti quei cuoricini, quelle frasuccie trite e ritrite, e quella (fintissima )mutua commiserazione . Credo che i disturbi alimentari vadano ridimensionati e messi al loro posto, a cuccia, e che questo tipo di coming out così esteticamente perfetto alla fine non faccia che alimentarli (hahaha..), in generale in questi profili c’è troppo poco senso dell’umorismo, poco guardarsi attorno e darsi una svegliata sul mondo. È vero che ognuno trova la propria strada per stare meglio, e se per qualcuno si tratta di ricevere likes per aver mangiato un pasticcino, ben venga. Ma lo considero limitante e il quadro che ne risulta è una comunità di warriors cerebrolese, che non vedono al di là del macaron nel piatto che stanno cercando di fotografare.O forse come dici tu, sono io che sono troppo vecchia e acida.
    Credo, questo sì, che sia importante dare valore alla preparazione del piatto, a cucinare, per non vedere solo il cibo come qualcosa che si compra e si ingurgita, ma che dietro ci sono i singoli ingredienti, la manipolazione, dei tempi da rispettare ecc. È vero che per una bulimica può sembrare difficile se non impossibile stare tanto a contatto con il cibo, mettendoci addirittura le mani dentro, senza perdere il controllo, ma nel processo terapeutico mi sta aiutando moltissimo. Dato che fuggire dal cibo non è possibile, almeno non in questa società, tanto vale capire “come funziona”.

    • Certo non è il mio modo di guarigione, ma se per qualcuno funzionano i cuoricini e le frasette, beh, buon per loro 🙂 a volte io mi devo ricordare che non tutti quelli che soffrono di dca hanno il mio stesso modo di vedere le cose, e a qualcuno fare le foto al melone può fare bene.
      Forse servirebbe anche a me, come dici tu, non sarebbe una cattiva idea per una bulimica imparare a coesistere civilmente con il cibo…

  2. Non pensavo di trovarti così positiva sull’argomento, dopo aver letto nel cappello di cosa trattava questo articolo. Evviva la capacità di apprezzare percorsi diversi dal proprio 🙂 Noto una cosa, bacchettami sulle mani se mi sbaglio: in tutti questi post e commenti su come affrontare il cibo in modo il più possibile sano, il cibo e i pasti restano momenti privati. Fotografare il proprio piatto. Funziona o meno per una bulimica mettere in scena e fotografare il proprio cibo? Non si parla del piacere di mangiare insieme a qualcuno. Forse sono discorsi da affrontare più avanti nel ricovero? Personalmente mi trovo a vivere in modo dicotomico il cibo solo per me e quello che preparo per altri o che condivido con le persone che amo.

    • Credo che si, decisamente è un altro momento nel ricovero; ma comunque non credo che questo metodo funzioni molto per una bulimica, credo che sia più un modo per riapprezzare il cibo dopo lunghi periodi di restrizione, ma non che aiuti con le abbuffate. O forse può aiutare, non lo so, a me sembra difficile.

  3. Mi verrebbe da dire “a ognuno il suo”. Non so se sia la bulimia, l’età, l’acidita, o qualche altra cosa ancora, ma per me personalmente una cosa del genere non sarebbe fattibile per niente. Penso che una cosa del genere non solo non mi porterebbe beneficio ma, anzi, al contrario, sarebbe deleteria perchè mi farebbe concentrare ancora di più sull’alimentazione, e se io mi concentro di più sull’alimentazione ho ben imparato a mie spese che la cosa si traduce matematicamente in una ricaduta. Quindi, no grazie, ma questa è una cosa che proprio non fa per me!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Poi, sono anch’io per la libertà di pensiero: se a queste ragazze fare così gli è utile, allora che lo facciano, è giusto così, io penso che ognuna deve fare quello che è più utile per sè, aldilà che questo possa essere condiviso o meno dalle altre persone che hanno un dca, perchè comunque abbiamo tutte un carattere diverso, quindi non è possibile che certe cose siano utili sempre e comunque per tutte, ed altre cose siano invece totalmente inutili per chiunque; ci saranno sempre cose che funzioneranno per qualcuna si e per qualcun’altra no. Quindi, se per chi sta cercando di uscire dall’anoressia è utile fotografare i propri pasti e condividerli su internet e sentirsi incoraggiate dalle altre, allora fanno bene a fare così.
    Dico solo che questo modo di fare non sarebbe adatto a me, e molto probabilmente al contrario mi farebbe peggio che meglio. Poi, so che dovrei prima provare per poterlo dire con certezza, ma la cosa non mi ispira per nulla, e non vorrei proprio correre il rischio.
    Mi sembra anche una cosa molto superficiale, perchè se anche mangi bene e documenti fotograficamente il modo in cui mangi bene, non è che questo ti farà magicamente guarire da un dca, e comunque io resto dell’idea che il percorso che serve veramente è quello individuale, nella tua vita, che si fa con la nutrizionista e con la psicologa: poi è ottimale affiancare a questo anche cose di auto-aiuto (è quello che infonfo sto facendo anch’io leggendo e commentando questo e altri blog in tema), però queste cose non possono essere sostitutive, e di certo copiare frasi da manuali di CBT non è la stessa cosa che affrontarle in psicoterapia e viverle nella vita quotidiana, o perlomeno secondo me non è così, poi, torno a dire, “a ognuno il suo”.

  4. Mi presento con la frase che usano tutte: ti leggo sempre ma è la prima volta che scrivo 😉
    Sinceramente più che un’altra fase del ricovero/(presunta) guarigione pare un’altra fase della malattia.
    Parlo da anoressica che, porca miseria (!), le sta provando tutte per uscirne ma ogni vola non è che non ce la faccia… direttamente sbatto contro un muro di cemento armato andando a 100 all’ora senza casco (e tuttavia son sempre lì a riprovarci, magari questa volta trovo il buchetto nel muro e ne esco); e anche da anoressica comporre i piatti, pensare così tanto ai pasti… beh mi pare eccessivo, addirittura da diventare pazzi. Son del parere che il cibo debba diventare abitudine, qualche volta momento piacevole ma di certo non oggetto di venerazione come in quelle foto.
    Ovviamente è solo il mio parere, di sicuro sarò io a sbagliare ma… forse anche no

    • Ciao cara, grazie per il commento!
      Forse è solo una fase della guarigione, poi più si è stabili e sani più il cibo smette di essere venerato. O forse è solo una fase della malattia, e hai ragione tu. Forse la malattia viene solo gestita e mai abbandonata, e fare le foto al cibo é il modo meno disfunzionale di viverla.
      Mah… Sicuramente non funzionano per tutti e non funzionerebbero per me!

  5. Personalmente ho sempre trovato curiose queste foto; più che altro ogni volta che guardo quei piatti composti penso che hanno sul serio contato i tre broccoli e le cinque rondelle di zucchina e così via per cuocerli e metterli nel piatto….?? Ho imparato a cucinare quando ero piccola ed è sempre stata una grande passione e vivere con la bulimia sapendo fare torte buone non ha mai aiutato. Non perchè riuscivo a farle ma perchè passavo il tempo a mangiare i singoli ingredienti! E così come una mega torta al cioccolato (teoricamente da smerciare al gruppo di amici) mai esistita, tutti i piatti finiscono in singoli alimenti ingurgitati fino a soffocare. Quello che mi chiedo sempre è perchè troppo spesso le bulimiche tacciono: nel senso che tra mille siti e pagine e video girati ho trovato poche persone che tenessero fede alla realtà di questa malattia. Per quanto riguarda i social poi… a volte ti fanno sentire sola soltanto per non postare foto della fantastica insalata di due ore fa. Quando le guardo mi chiedo solo se sono persone sincere…

    • Sai, io credo che siano persone sincere, ma con un problema un po diverso. Anoressia e bulimia sono sì due facce della stessa medaglia, ma hanno sviluppi e quindi percorsi terapeutici diversi. Per qualcuno è una vittoria arrivare a contare e mangiare le cinque rondelle di zucchine; per te e per me non lo è. Però hai ragione, le bulimiche in generale parlano poco, non spiegano la loro malattia, forse anche perché meno visibile..

  6. Non saprei, sinceramente mi trovo a guardare i profili di queste ragazze con un misto di condiscendenza e sospetto. Non metto in dubbio che per alcune sia effettivamente un esercizio utile, ma d’altro canto sono troppo cinica per credere sul serio che queste persone non facciano tutto questo per un estremo bisogno di approvazione, ma del resto se si riceve approvazione per qualcosa che ci fa stare meglio ok. Certo, forse passare tutta la vita a cercare like da estranei per quello che si è o si fa può essere un attimo alienante…

  7. Obiezione, vostro onore!
    Ma obiezione a bestia, eh.
    “l’unico problema di queste #EDwarriors è che funzionano solo con l’anoressia” (cit.)
    Col cazzo.
    Col cazzo che funzionano con l’anoressia.
    Ti racconto una cosa, che magari non c’incastra una mazza con ‘ste fotine di merda, ma un po’ anche sì.
    Ho un passato di tossicodipendenza. A un certo punto della mia vita m’era saltata in testa la balzana e astrusa idea di poter in qualche modo lavorare o collaborare con qualche comunità (eh sì, incredibile ma vero! – presente i miracoli? Uguale.). Come volontaria o qualcosa del genere, si capisce, perché io e lo studio non ci siamo mai sopportati. Lì per lì mi sembrava l’idea strafiga del secolo, perché mi autoprendevo per il culo dicendomi che volevo dare un senso all’inferno che avevo vissuto per smettere di farmi, e che volevo essere d’aiuto come testimonianza di persona che era riuscita ad uscire dal giro, perché avendo vissuto certe cose sulla mia pelle potevo essere più empatica di quei soliti coglioni che gestiscono le comunità. (Il fatto che mi fossi staccata da una dipendenza per attaccarmi immediatamente ad una peggiore che tuttora persiste – l’anoressia – in quel momento non mi faceva manco vento.)
    Com’è andata a finire? Non ne ho fatto di niente. Perché mi sono guardata allo specchio e mi sono detta la verità. Quelle che mi contavo per giustificare la mia presunta voglia di impiegarmi presso una comunità erano tutte balle. La verità era che la roba era stata per tanto tempo la mia quotidianità, che anche se non mi facevo più, non ero comunque in grado di staccarmici del tutto, perché seppure in modo distorto era stato il centro della mia vita adolescenziale fino a quel momento, e non riuscivo neanche a concepirmi in una vita in cui in qualche modo non ci fosse roba. Volevo solo un modo per rimanere attaccata alla roba, pur non facendomi personalmente. Avevo anche la presunzione di poter riuscire a “curare” gli altri, pur non essendo neanche stata pienamente in grado di curare me stessa, l’ego di ergermi un passo sopra gli altri, perché ero riuscita a fare un passettino in più in avanti, solo per sentirmi un po’ meno feccia di come sempre mi ero sentita. Era solo una scusa ben congegnata per rimanere in un qualche modo entro il problema. Inoltre, conoscendomi, non escludo affatto che, se in qualche modo fosse girata roba, dato l’ambiente, un po’ avrei pure resistito, ma poi avrei ricominciato a farmi – perché la falena può stare 2, 3, 4 volte lontana dalla luce, ma poi se viene costantemente posta di fronte al suo trigger preferito, prima o poi si scotta. E allora mi son detta: Ragazza mia, stai per fare l’ennesima puttanata. E mi son sdata.
    Non sto dicendo che la mia esperienza sia assoluta e che altrettanto lo siano le mie verità, anche perché ognuna di noi è diversa, e il fatto che il mio cervellino sia bacato è cosa nota, però comunque a me mi pare un po’ la stessa cosa di ‘ste #EDwarriors: condividere quelle foto mi sembra una semplice autogiustificazione per poter continuare a vivere nel disturbo alimentare ma in modo legittimo simulando una pseudosanità. Nulla più che un modo come un altro per non staccarsi mai del tutto dall’ossessione per il cibo, per la fisicità, per il controllo.
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano le ragazze che pubblicano quelle foto. Mi piacerebbe che leggessero tutto questo e ci facessero su un pensiero (oppure dicessero: Ma che cazzo vuole ‘sta demente che non sa una sega e si mette a scrivere tutte ‘ste stronzate, ma che vada a fanculo! – il che è più che legittimo, ed è sicuramente quel che farei io a ruoli invertiti.)

    • Ciao cara, certo non penso che le ED warriors siano la via della guarigione per tutti, chiaramente dipende dal problema e dalla tua personalità; e non avrei mai pensato che tu Jonny potessi prendere quella strada :))))
      L’obbiettivo finale di chi posta queste foto, io credo, é quello di stare bene senza aver bisogno di postare queste foto. Di non ossessionarsi più e mangiare liberamente. Ma sappiamo benissimo che quella, se non è un utopia, é perlomeno una meta molto distante nel tempo. Io credo che questa cosa di Instagram possa essere una fase intermedia, per persone che stanno imparando a rialimentarsi, che non possono mangiare spontaneamente ma si stanno impegnando per non restringere. Poi con il tempo, possibilmente, lasciare anche questi account. Ma non illudiamoci che guarire dai dca sia passare dai digiuni ad un’alimentazione spontanea priva di fisse. Un passo alla volta, e per alcuni io credo che le edwarriors possano essere un passo.

  8. Quando lo feci io mi fu molto utile e mi spronó ancora di più nel voler uscire una per tutte dalla malattia. C’è stato un periodo in cui la cucina, quella davvero sana, quella che ti fa avere un corpo sano e ti permette di vivere con il giusto equilibrio, questo mi faceva sentire forte. Quando guardavo i risultati che riuscivo ad ottenere rimanevo stupefatta. Hai scritto in articolo bellissimo e verissimo. Ho tanta stima di quelle persone, sono così coraggiose.

  9. foto di pasti, piattini e pietanze, ricettine, immagini di corpi..a me pare quasi di EDporn
    ma vedo le cose dal mio malsanissimo punto di vista.
    Mi è piaciuto molto il commento di Jonny, mi verrebbe da ringraziare

  10. Sono molto diffidente a riguardo. Ne seguo anche un paio nella speranza che postino foto vecchie dei loro corpi anoressici perché io di guarire proprio zero.
    Mi chiedo quanto di quel cibo mangeranno davvero? Se la composizione è stata fatta unicamente per essere solo fotografata e prendersi like sentendosi solo belle parole? Mi pare di più un feticcio del cibo. Io stessa durante il mio periodo più duro con la malattia fotografavo e proponevo su Instagram colazioni super genuine e pasti con super food costosi a cui davo due forchettate se andava bene e buttavo. Ma forse sto guardando tutto ciò con la connotazione che ho dato io alla malattia.

  11. Dunque; in questi mesi, vuoi per la maternità e la necessità di stare in casa molto tempo, vuoi per il riaffacciarsi bastardo dei miei vecchi disturbi alimentari, ho scoperto anch’io Instagram e le #EDwarriors. Ho iniziato a seguirne alcune per curiosità (vergogna, ho il doppio dei loro anni), poi per l’illusione che quell’ordine riprodotto in foto, quel raccontarsela l’una con l’altra (“dai”, “stai guarendo”, “sei una forza” e varie) mi avrebbero spinto a regolare i miei pasti sconclusionati. Le ho spiate così, vigliaccamente, senza commentare mai. E sono arrivata a queste conclusioni:
    1-in effetti, il vedere svariate volte al giorno immagini di piatti sani, equilibrati e abbondanti, fa venire voglia di assestarsi e iniziare un percorso di normalità, anche per chi come me ha tratti bulimici. Quindi, sì, a mio avviso l’effetto terapeutico c’è, e non solo per chi soffre di anoressia.
    2-per le interessate spesso tutto questo fiorire di post è, se non tutto, quantomeno molto fumo; questi reciproci incoraggiamenti, queste descrizioni di pasti super-buoni e super-goduti, spesso sono solo parole. Altrimenti in poche settimane sarebbero tutte sulla via della guarigione. Ho avuto l’impressione che l’ottimismo fosse troppo, ostentato, perfino ipocrita, a volte, giusto per credere reciprocamente alla storia dello stare andando bene. Certo, anche questo può essere terapeutico, una sorta di autoconvincimento di massa, ma quando rasenta la cecità non è utile per niente. Tutti i piatti sono buoni, tutte le guerriere stanno andando benissimo, non c’è un filo di mutua critica. E alla fine restano tutte nel loro mondo, per mesi. Per questo alla fine ho smesso di seguire chiunque; sentivo che mi stavo appannando anch’io.
    Ecco, forse sono troppo severa, ma questa è la mia personale esperienza. Complimenti per il blog!

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