Come spiegate il vostro disturbo alimentare?

Questo post vuole essere più un sondaggio che altro, vi avverto.

Da quando ho optato per il mollo-tutto-e-vado-in-terapia, mi sono trovata molto spesso a dover spiegare la mia malattia. Amici vari hanno iniziato a chiedere come-mai-a-casa, e io ho scelto di non raccontare balle. “Ho avuto una crisi depressiva grave, e così sono stata costretta a tornare a casa. E visto che sono 10 anni che soffro di disturbi alimentari, adesso sono in terapia per quello”. Papale papale.

E vi dirò, finora le reazioni che ho avuto sono state tutte molto positive, più che positive. Le persone mi chiedono come sto adesso, mi augurano buona fortuna, mi scrivono più spesso nel tentativo di essermi vicini; nessuno, assolutamente nessuno, ha finora sminuito il mio problema o lo ha equiparato a qualche fissa infantile. So di essere fortunata: so che molti di voi hanno esperienze diverse, e so che le opinioni su chi soffre di dca continuano spesso ad essere negative. Io, che volete, ho la fortuna di avere delle persone meravigliose intorno a me (e forse tutte abbastanza avvezze ai problemi di tipo psicologico).

Ciò che spesso mi capita, però, è che il mio interlocutore semplicemente non riesca a capire come funziona il disturbo alimentare. Ma quindi sei sottopeso? Quello non c’entra. Ma non ti senti magra? Non è solo quello. Ma se invece di metterti a dieta fai sport? No ma lo faccio già sport, non è quello. Ma quindi vomiti ogni volta che mangi? No macché.

Come fargliene un torto. Come cazzo si fa a capire in maniera razionale come funziona un disturbo alimentare, quando sembrano delle ossessioni senza perché, e quando i percorsi della mente sono tanto distorti. E quindi, di conseguenza, come si fa a spiegare?

Per un periodo dicevo: a volte mi faccio prendere dall’ansia, mangio tantissimo, e poi vomito. Poi: il cibo è una valvola di sfogo. Infine: il cibo è un’ossessione che domina la mia mente, e così abbuffate e vomito sono compulsioni da cui non mi posso liberare.

Ma vi rendete conto anche voi che nessuna di queste spiegazioni fa giustizia alla realtà del disturbo alimentare. E allora vi chiedo: voi cosa dite? Come spiegate la vostra malattia a chi, anche con tutto l’affetto del mondo, proprio non riesce a capire i corto circuiti del vostro cervello?

La mia spiegazione preferita continua ad essere il paragone con la droga. Sembra che quello sia molto più facilmente comprensibile, anche a chi non ha mai preso una pasticca in vita sua; perché i media ne hanno parlato in tutti i modi possibili e immaginabili, ma anche perché in fondo tutti hanno qualche volta la tentazione di evadere e darsi ad un mondo allucinato.

E quindi: la bulimia è come la tossicodipendenza, hai presente? Ci cadi dentro per qualche ragione, spesso quando sei una bambina, e poi diventa una droga: dimagrire è una droga, le abbuffate e il vomito sono una droga, fisica e psicologica, che per assurdo ti da un temporaneo senso di sollievo e di cui non riesci a fare a meno.

E questo sembra spesso funzionare. Non spiega tutto, chiaro, ma è finora la definizione più razionale che sono riuscita a dare alla malattia; e che giustifica il perché è così difficile guarire, e voler guarire.

Ma vorrei sapere voi come ne parlate, se ne parlate, con chi vi sta attorno. Invece di chiuderci a riccio in una malattia inenarrabile, c’è qualche modo per aprire le porte al mondo esterno, far capire che cosa stiamo passando senza sminuirci nelle solite ragazze che ambiscono al corpo da copertina?

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21 thoughts on “Come spiegate il vostro disturbo alimentare?

  1. In generale si, anche io la paragono ad una dipendenza da droghe, precisando anche che, mentre si può eliminare totalmente le droghe, il cibo è indispensabile per vivere quindi il lavoro mentale da fare è molto particolare. Poi ne parlo di più o di meno in funzione di chi ho davanti cioè: se il mio interlocutore è un conoscente a cui alla fine fine non interessa granché di tutto quello che riguarda la sfera dei DCA mi fermo alla prima sintetica spiegazione; diversamente con amici e/o familiari o comunque persone seriamente interessate approfondisco meglio, cercando di descrivere i problemi alimentari e psicologici sbagliati che stanno dietro ai disturbi alimentari.
    Anyway, per me parlarne è stata una parte fondamentale del percorso, ci sono stati periodi in cui dovevo “vomitare” tutto il disturbo alimentare addosso a chi poteva ascoltarmi (non sempre persone “strette”, possiamo trarre vantaggio da chiunque sia abbastanza open minded da ascoltarci) è davvero ne parlavo moltissimo. Altri periodi in cui me ne stavo molto più per i fatti miei e del DCA.

    • Si è successo anche a me di parlare ad oltranza del mio disturbo. Ormai le persone che mi sono vicine sanno tutto. E concordo, credo sia una parte fondamentale del processo di accettazione del problema..

  2. Personalmente non è che ne parli, non come se fosse davvero qualcosa che vivo sulla mia pelle. Non voglio che la gente sappia, a dire il vero. Però quando devo spiegarla cerco sempre di paragonarla a qualcosa di cui il mio interlocutore è dipendente o ossessionato. La descrivo come un impulso incontrollato o come una specie di possessione: è come se un’altra persona occupasse il mio corpo. È un modo per allontanarmi dalla realtà che mi circonda.
    Anche il paragone con la droga è molto gettonato per me.

    In linea generale preferisco parlarne con estranei e non con famigliari o amici. Credo di non reputarli all’altezza.

  3. Io tendo a parlarne in modo interessato ma distaccato perché non voglio che si sappia che parlo per esperienza diretta. Comunque cerco di paragonarlo ad una qualche dipendenza, mania o ossessione che ha il mio interlocutore, ad esempio la pulizia ossessiva, la televisione o non so che altro. A volte la descrivo come una possessione, come se ci fosse un’altra persona o cosa che si prende il mio corpo e la mia mente. Però così mi contraddico perché so di essere cosciente in ogni momento (tranne nell’abbuffata).
    Anche la droga è più che gettonata come spiegazione ed ha la sua efficacia a volte, perché poi parli con persone che sono così fissate nelle loro idee che nemmeno una prova scientifica gliele farebbe cambiare.
    Ad ogni modo preferisco parlarne ad uno sconosciuto piuttosto che a qualche famigliare o amico, forse perché non mi sento protetta esternando le mie emozioni e la vera me con i conoscienti.
    Comunque penso sia impossibile, o quasi, esprimere davvero il ragionamento, se così si può chiamare.

  4. Io di solito lo paragono alla droga ma con una differenza ben precisa e importante: la droga fa male, lo sanno tutti! per cui nessuno alla luce del sole ti venderà mai qualche grammo di cocaina..se invece entri da un pasticcere e compri 25 Brioches lui supporrà che sono per tutta la famiglia e invece no, per chi ha un DCA possono durare una mezzora al massimo mangiandole da solo. Ecco una delle differenze (a mio avviso quella più pericolosa). In ogni caso anche io come voi con amici magari mi addentro a fondo nell argomento, con chi ho meno confidenza invece mi limito a dire “ho problemi con il cibo”.
    Ciao e Grazie come sempre 😁

  5. Le persone con cui ne ho parlato e tutt’ora ne parlo sono i miei genitori, il mio fidanzato, e le mie amiche più strette. In realtà con loro non c’è bisogno di spiegare tanto, perchè comunque chi più chi meno mi vivono accanto da anni (i miei genitori da una vita, ovviamente!!!!!!), per cui più delle parole, con le quali comunque tento sempre di spiegare come mi sento, infondo credo che loro capiscano già molto di più guardando come mi comporto (nei confronti del cibo o delle attitudini nella mia vita di tutti i giorni, più in generale), perchè credo che sia in fin dei conti il comportamento e le scelte la “spia” che rivela più di tutto, anche proprio a livelo non-verbale, cosa significhi avere un dca. Più che altro loro sono la mia “valvola di sfogo”, quindi ne parlo con loro (oltre che in terapia, naturalmente) se ho qualcosa che non va, e se mi chiedono spiegazioni più approfondite ho sempre cercato di fargli capire che il problema centrale del dca non è proprio il cibo, ma la mentalità, e tutto l’insieme di problemi che ci stanno dietro, e che trovano sfogo nella bulimia.
    Con le persone con cui non ho confidenza invece preferisco non parlarne, e se notano qualcosa di strano e fanno domande, magari rispondo con delle bugie un po’ stereotipate, perchè comunque la bulimia è una mia cosa personale, e non mi sentirei a mio agio a parlarne o a spiegarla a persone con le quali non ho confidenza.

    • Anche io faccio lo stesso, ringraziando amici e familiari per l’ascolto che mi offrono ogni volta che ne ho bisogno, e dicendo qualche ‘bugia bianca’ a conoscenti a cui non ho voglia di spiegare come stanno le cose. Anche le persone che mi stanno più vicine, però, fanno difficoltà a capire; ma ammetto che forse non c’è nemmeno bisogno che capiscano, e mi sono di tremendo aiuto lo stesso.

  6. Nascondo a chiunque la mia malattia, ho fatto alcune eccezioni con delle persone che continuamente mi facevano notare l’esagerato dimagrimento. Pur di non sentire le loro considerazioni, li ho informati su di una mia “fissa” personale. Mai ho confessato loro della gravità della situazione però.

  7. Bella domanda… Difficile trovare la risposta giusta. Per quanto mi riguarda il paragone con la droga non funziona tanto, anche perché io sono favorevole all’uso di droghe (con le dovute eccezioni!) mentre non consiglierei a nessuno un disturbo alimentare. Inoltre, trovo che in più occasioni fumare erba mi abbia aiutato a controllare l’ansia, e infatti da tempo si parla della cannabis a scopo terapeutico nei Dca. Tralasciando le droghe… anoressia, bulimia e binge hanno parecchio in comune con i meccanismi della dipendenza, e quindi anche se un comportamento può apparire all’esterno irrazionale, per la persona che lo attua è una potente valvola di sfogo. Quando si palesano alternative sensate alla restrizione o all’abbuffata, es. fare una passeggiata, chiamare un amico, sistemare l’armadio (!?) quasi mai danno l’effetto che si trova nel sintomo, anzi, spesso aumentano solo la frustrazione di rimandare quello che si vorrebbe realmente fare. Quindi per spiegare in maniera razionale un disturbo alimentare bisogna partire dal presupposto che noi esseri umani non siamo affatto gli animali razionali che pensiamo, ma reggiamo la nostra identità su una serie di contraddizioni e bugie, a volte molto pericolose per noi stessi, e per gli altri.

    • Beh certo per droghe non intendo mica la cannabis!
      Anche io parlo spesso del paradosso dell’irrazionalitá, ma poi spesso mi viene ribattuto che allora basta avere un po di autocontrollo.. Per una persona che non è mai stata in balia della propria irrazionalità, capire come ci si può ridurre in certi stati é davvero difficilw

    • Sono assolutamente d’accordo con te. Sono sempre più convinta che tutta la fiducia che mettiamo alla nostra lungimirante sorprendente empatica inumana testa sia alla base del dca. Ma ossia cambiare la testa?

  8. Bella domanda, che ancora una volta mi dimostra quanto sia “terapeutico” questo blog. In effetti io del mio rapporto disturbato col cibo ne ho parlato fino alla nausea con psicologi e psichiatri, ma con le persone che ho attorno sono uscita allo scoperto, diciamo così, solo da poco, e con persone molto vicine a me, e ciononostante non le più indicate, viste le reazioni che ha suscitato il mio coming out.
    Io ancora fatico a parlarne, e la cosa più assurda (che però temo abbia in comune con molti di voi) è che la cosa che mi fa vergognare di più è il sentirmi una persona incapace di controllarsi, è l’equazione abbuffata=cicciona. Quello che più mi blocca è la paura che la gente mi possa associare con il grasso, ecco, come se tutti i problemi di salute e gli anni di sofferenza fossero cose minime, e gli altri non potessero percepirle. Come se non ci fosse spazio per nessun tipo di tenerezza o compassione, perchè, come mi è stato detto “non ho forza di volontà” e quindi sono cazzi miei.
    Quindi io non so se qualcuno che non ci è passato può capire che non si tratta di golosità o pigrizia ma che è davvero come una droga legalizzata e facilmente reperibile ovunque. Vorrei avere un video di me alla cassa del supermercato quando nel mio cestino ci sono solo schifezze e ho il terrore di incontrare un conoscente, o che la cassiera e tutta la gente in fila capiscano che quella roba è tutta per me e tutta subito.
    Credo che vedere la mia espressione da animale braccato sarebbe più esaustiva di qualsiasi spiegazione verbale, e del fatto che è davvero come essere in uno stato di trance.

  9. Okay, adesso qualcuno deve spiegare a me perché diamine bisogna spiegarlo.
    Io sono sempre stata del partito “nega fino alla morte”, e penso sia meglio non parlarne affatto.
    Lo puoi spiegare come vuoi, ma tanto chi non l’ha vissuto non lo capisce, è un dato di fatto.
    Inutile sprecare tempo ed energie.
    Tra l’altro, son dell’idea che ammettere di avere l’anoressia equivalga a girare in strada con appeso alla schiena un cartello con su scritto: voglio essere pestata a sangue. E’ un’ammissione del cazzo, che chiunque utilizzerà contro di te alla prima occasione. Dichiarare di avere un disturbo alimentare ti fa essere quella diversa, quella matta, quella strana, quella da cui tenersi alla larga, nonché quella che si mette nella posizione di essere ricattabile. Quindi, perché mai conferire alla gente questo potere?

    (Tra questo e il commento al post precedente, per stasera ho veramente cagato il cazzo al mondo, quindi tolgo l’assedio.)

    • Ahhhh Jonny! Non sono d’accordo. Certo che non bisogna spiegarlo ad ogni persona che si incontra, ma a chi ci sta vicino e in prima persona ci vede mentre ci ammaliamo spesso dobbiamo una qualche spiegazione. Certo che non lo capiranno del tutto, ma ci sono persone che ci provano, e nella mia esperienza ci sono anche persone che accettano la malattia senza rinfacciartela e poi riescono a starti vicine. Forse sono stata fortunata, ma su questo proprio non riesco a condividere troppa negatività..

  10. In tutti questi anni, almeno 7 abbondanti, onestamente ne ho parlato solo a due persone. Gli altri che hanno capito mi conoscevano abbastanza da sapere che costringermi a usare parole sarebbe stato come trafiggermi.
    Anyway, la prima volta l’ho spiegato ad una mia amica, ma solo mesi dopo che lei mi aveva confessato di vomitare. Lì è stato semplice, semplicemente le ho detto quanto spesso, le cause scatenanti e quant’altro senA bisogno di alcuna metafora.
    La seconda volta è stata durissima. Era un mio fidanzato. Era pieno zeppo di preconcetti (anche tra loro contrastanti) per cui vedeva la bulimia come una cosa a metà tra il segreto della protagonista di un film adolescenziale e una malattia seria da persone davvero disturbate e pericolose per sé stesse (non che non lo fossi, ma non così tanto). Per tentare di spiegare (ma soprattutto di far capire) una cosa del genere a un ragazzo con un tale setting mentale, ho spiegato tutto più volte (e per me non è una catarsi, per me è masochismo) partendo da un racconto prima lieve e poi aggiungendo nel tempo sempre più dettagli (a un certo punto anche quelli più disgustosi) e implicazioni psicologiche. L’idea era buona, credo. L’esito è stato pessimo. Raccontando la stessa storia progressivamente ho alimentato un circolo vizioso e morboso in cui lui voleva sempre di più sentire le spiegazioni, costringendomi a parlarne, inoltre non penso abbia capito onestamente nulla. Alla fine in me vedeva solo la malattia. Ero diventata per lui la mia malattia, e a volte questo mi convinceva di esserlo.

  11. Purtroppo le volte che ho preso coraggio e l’ho spiegato a chi mi stava attorno mi sono accorta che non ha dato il risultato che speravo.Secondo me proprio perchè chi non ci passa, non puo’ capire.
    La risposta l’ultima volta che ci ho provato con il mio compagno è stata: mangia di più ai pasti e vedrai che poi hai meno fame durante il giorno.
    Come fargli capire che potrei mangiare anche il mondo ma non cambierebbe, perchè non si tratta di fame ma bisogno di riempirmi fino all’orlo e poi svuotarmi?
    Ci ho rinunciato, gliel’ho detto tre anni fa, conviviamo, vede le mie ossessioni per il cibo (a volte non mangio, altre mangio come un camionista) ma credi che mi abbia mai più chiesto qualcosa? Basta, per lui è stata una parentesi in cui poichè non ho sintomi visibili (ed io in effetti nascondo il vomito e tutto il resto) tutto è sicuramente sparito da solo visto che non ne parlo.
    Ho avuto un esperienza simile con un mio ex, mentre con gli amici non dico nulla perchè senno’ iniziano a guardati in modo diverso e se mangi di più sbirciano di sottecchi, se vai in bagno ti guardano storto..insomma alla fine ho deciso di tenermi il problema per me e gestirmelo da sola anche se non con grandi risultati…
    Ma sono pienamente d’accordo con la tesi della droga, io spesso non mi abbuffo per bisogno fisico ma come se ci fosse qualcosa nel cervello che ti spinge verso il cibo.
    Ho letto un libro (brain over binge) che dicevano che resistendo a questi impulsi con il tempo si affievoliscono e spariscono perchè come tutte le dipendenze…ma fin ora non ci sono ancora riuscita,a lla fine cedo al richiamo 😦

    • Potrei aver scritto io questa risposta, è la stessa reazione che ho avuto col mio compagno, solo che è stata anche “colpa” mia: io odio parlarne con chi conosco, infatti non ne ho mai parlato con nessuno e nascondo il tutto molto bene, è uscito il discorso con lui durante una litigata/sfogo e mi ha risposto come il tuo, poi è finito il discorso lì. Però sai cosa? Forse, dicevo, è stata colpa mia perchè non ho spiegato nulla, non ho più ripreso il discorso e chi nonnc’è mai passato non può capire

  12. Dopo aver trovato questo blog ed aver letto i vostri commenti ho capito quanto sbagliavo, quanto la scusa che gli altri non mi avrebbero capito mi metteva anche al sicuro nel continuare a posticipare un vero mettermi in gioco per trovare una via di guarigione. Percio’ l’ho fatto. Ieri mi sono aperta con la mia migliore amica/collega ed oggi con il mio compagno. E stato davvero liberatorio.. grazie davvero per questo blog

  13. Mi limito alla definizione medica e solo con persone veramente vicine da un punto di vista affettivo.Del resto ho passato anni a tentare di spiegare cosa sia un disturbo da attacchi di panico senza mai riuscirci per cui non mi ostino a pretendere di essere perfettamente capita. Ma mediamente le persone sono infastidite dall’essere messe a parte dei problemi altrui, per cui non insistono più di tanto e io non mi devo sforzare.

  14. CIAO, allora una mia amica (di cui ho parlato in un altro commento, quello in cui dicevo che lei è guarita perchè ha deciso di avere un bambino e ha smesso di vomitare qualche mese prima della gravidanza e specifico qui che aveva 24 anni) non mi ha mai spiegato esattamente come funzionava, ma io mi sono fatta l’idea che sia un po’ un tic come mangiarsi le unghie solo che è invalidante de distrugge il fisico, un tic atroce insomma, un’ossessione. Io giuro che non riesco a capire in nessun modo l’anoressia, non riesco a capire come non ci possa prendere la forchetta in mano e ficcarsi il cibo in bocca che per guarire lo devi fare e se la bilancia segna un peso incompatibile con la vita e se magari tua madre ti supplica in ginocchio pingendo. Ma mi rendo conto che abbuffarsi e vomitare è diverso e secondo me più difficile da controllare. Un po’ come il fumo. Com’è possibile non riuscire a smettere di entrare in un negozio a comprare sigarette. Non lo so perchè a un certo punto mi sono detta BASTA FUMARE, BASTA DAVVERO. L’ho fatto anche per lei come dire “anch’io ho una dipendenza, facciamo ognuno il suo”. Non lo so per lei è stato il bambino, per altre potrebbe essere il pensiero di una vita serena senza vomito, la soddisfazione di poter fare tante cose che con un malattia del genere sono impossibili. Io avevo paura di ammalarmi fumando e mi rompeva i coglioni sentire il bisogno di una sigare, cioè un infimo oggetto, ogni 2 ore.

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