Il Minnesota Starvation Experiment e i disturbi alimentari

In questo blog non parlo molto di scienza o di ricerca sui disturbi alimentari. Non è il mio campo – io mi occupo di media, di comunicazioni e delle mie opinioni sulla mia bulimia. (*se qualcuno di voi ne sapesse qualcosa, di scienza o di ricerca, sono ben contenta di accettare proposte per post di quel genere).

C’è però un esperimento scientifico che mi sta particolarmente a cuore, perché emerge in molte discussioni sui disturbi alimentari. E’ il Minnesota Starvation Experiment. Lo conoscete? Quello in cui l’Università del Minnesota ha messo a dieta un gruppo di uomini causandogli così una serie di disturbi alimentari. Ma aspettate che ve lo racconto.

STUDIARE LA MALNUTRIZIONE

Il Minnesota Starvation Experiment è uno studio clinico condotto dall’Università del Minnesota e guidato da un certo fisiologo e scienziato Ancel Keys. Si svolge fra Novembre 1944 e Dicembre 1945, quindi per più di un anno e proprio durante la Seconda Guerra Mondiale. Durante questo periodo, un gruppo di volontari viene sottoposto a un regime alimentare controllato e scarso, monitorandone i sintomi fisiologici, psicologici e comportamentali. In breve, i volontari vengono ridotti alla fame.

Per l’esperimento vengono selezionati 36 uomini fra i 22 e i 33 anni, tutti di sesso maschile, tutti in salute, nessuno con problematiche pregresse legate al cibo; anzi, vengono scelte persone forti e emozionalmente stabili, forse di più di quella che sarebbe la media della popolazione. Nel corso dello studio, i volontari risiedono in una struttura apposita e vengono costantemente monitorati da un team di specialisti.

Gli obbiettivi dello studio sono così riassunti:

  • Osservare gli effetti fisici e psichici di un periodo prolungato di riduzione del cibo;
  • Investigare strategie di riabilitazione.

Da notare che l’esperimento non è stato ideato come studio sui disturbi alimentari, ancora poco conosciuti, ma bensì sulle conseguenze della malnutrizione durante periodi di guerra.

METODO

A seguito di una serie di controlli fisici e psichici, fra cui la misurazione del peso, l’esperimento si componeva di 4 fasi:

  1. Controllo (3 mesi)

Viene somministrata una dieta bilanciata di 3200 kcal al giorno; i volontari in questo modo dovrebbero raggiungere il loro peso ideale e un buono stato di salute;

2. Semi-starvation / Alimentazione ridotta (6 mesi)

L’intake calorico viene ridotto a 1500 kcal; (nb: nonostante la definizione di semi-starvation, questo regime alimentare non è molto diverso da una qualsiasi dieta, e con un intake calorico certamente superiore a qualsiasi regime di una persona con disturbi alimentari); la dieta consiste di cibi tipicamente trovati in Europa in periodi di Guerra, come ad esempio tuberi, pasta e pane, e si suddivide in 2 pasti al giorno;

3. Rialimentazione controllata (3 mesi)

L’intake calorico viene aumentato; i volontari vengono suddivisi in quattro gruppi a cui vengono somministrate quattro diete con diversi apporti nutritivi e generi alimentari;

4. Rialimentazione libera (2 mesi)

Viene lasciata libera scelta ai volontari su come e quanto nutrirsi.

EFFETTI FISICI E COGNITIVI

  • Perdita di peso: in media, i volontari perdono circa il 25% del loro peso corporeo
  • Riduzione del metabolismo basale
  • Problemi gastrointestinali
  • Diminuzione della forza, giramenti di testa, svenimenti
  • Disturbi del sonno
  • Dolori muscolari
  • Mal di testa
  • Ipersensitività alla luce e al rumore, disturbi nelle percezioni visive e uditive anormali
  • Riduzione della temperatura corporea, percezione di freddo costante
  • Difficoltà di concentrazione

EFFETTI COMPORTAMENTALI

  • Preoccupazione generale per il cibo

Nel periodo di alimentazione ridotta, i volontari riportano pensieri e fantasie ricorrenti sull’alimentazione. Il cibo diventa oggetto di un’ossessione: gli uomini hanno fantasie su quello che mangeranno, ne fanno spesso argomento di conversazione.

  • Uso di ritualità legate al cibo e sviluppo di gusti anormali

I volontari iniziano a mangiare lentamente, giocherellare con il cibo, mangiare in privato nelle loro camere piuttosto che nella sala comune di fronte a tutti. Fanno piani precisi su come mangeranno, fanno richieste specifiche su come deve essere cucinato e servito. Le cartelle cliniche riportano che gli uomini impiegano fino a 2 ore per mangiare quantità che all’inizio avrebbero divorato in pochi minuti.

I soggetti iniziano a richiedere ricette particolari, spesso niente più che strane misture che risulterebbero disgustose a chiunque altro. Fanno uso sempre più frequente di sale e spezie, di chewing gum, di caffè e altre bevande, tanto che ad un certo punto dell’esperimento anche il consumo di liquidi deve essere monitorato.

  • Interesse per materiali e situazioni legati al cibo

I soggetti iniziano a collezionare libri di cucina, menu, ricette, libri sulla produzione alimentare; vari possibili materiali riguardanti l’alimentazione a cui prima non erano minimamente interessati (vi ricordate il food porn?). Comprano utensili da cucina che non usano e che tengono in camera, e quando interrogati non riescono a spiegarne chiaramente il motivo. Alcuni addirittura esibiscono un simile atteggiamento verso altri oggetti, collezionano cianfrusaglie vecchie e inutili, si comportano come quelli che comunemente chiameremmo hoarders.

Nonostante gli uomini non cucinassero prima dell’esperimento, molti decidono ci cimentarsi ai fornelli. Tre di loro, quando lo studio finisce, decidono perfino di lasciare il loro lavoro e diventare dei cuochi professionali.

Da notare che la maggior parte di questi comportamenti, iniziati durante il periodo di restrizione, vengono poi mantenuti anche nelle due fasi successive di ri-alimentazione.

  • Abbuffate

Alcuni dei soggetti riescono a sopportare la restrizione alimentare, altri no. Molti infatti riportano episodi di perdita di controllo durante i quali si abbuffano, per poi vergognarsi terribilmente di sé. Uno dei volontari mangia di nascosto una sfilza di gelati, ruba perfino delle caramelle, poi confessa, dilaniato dai sensi di colpa. Un altro si getta su una scatola di biscotti, una di popcorn, due banane quasi marce, e quando torna in struttura corre in bagno a vomitare.

A seguito, durante il periodo di ri-alimentazione, gli uomini fanno fatica a ricominciare a mangiar normalmente. Fanno pasti enormi, raggiungono le 10,000 kcal al giorno, ma poi continuano ad avere fame; fanno fatica a smettere di mangiare prima di stare fisicamente male. Alcuni non fanno altro che mangiare nel corso di tutta la giornata. Diversi riportano nausea e vomitano spesso. Non prima di 5 mesi dall’inizio della ri-alimentazione la maggior parte dei soggetti normalizzano il proprio regime alimentare. Alcuni poi continuano a mangiare in quantità eccessive.

minnesota starvation experiment disturbi alimentari

EFFETTI EMOTIVI, SOCIALI E PSICHICI

  • Cambiamenti emotivi

I soggetti mostrano frequenti cambiamenti di umore. Ci sono casi di depressione, casi di esaurimento nervoso, di ansia e attacchi di panico. Alcuni volontari mostrano un senso di apatia verso attività e persone che prima trovavano interessanti; spesso smettono perfino di prendersi cura di sé, non curano l’igiene personale o del luogo dove vivono. Altri sono irritabili e hanno scatti d’ira. Altri infine passano dalla tristezza ad un’eccessiva euforia, caratterizzata da comportamenti pericolosi. Gli uomini che hanno cambiamenti emotivi più evidenti sono spesso anche quelli che hanno perso meno peso.

Nel corso del periodo di ri-alimentazione, l’umore della maggior parte dei soggetti si ristabilizza. Uno però continua a riportare depressione e perfino tendenze suicide: dopo alcune settimane dalla fine della restrizione, quest’uomo si trancia volontariamente tre dita della mano.

  • Isolamento sociale

Nonostante esibissero normali comportamenti sociali prima dell’esperimento, la maggior parte dei soggetti inizia ad apprezzare sempre di più il tempo in solitudine durante lo studio; molti riportano sensazione di inadeguatezza sociale e preferiscono non sottoporsi al giudizio degli altri.

  • Diminuzione della libido e perdita di interesse verso le attività sessuali

CONCLUSIONI

Il grande valore del Minnesota Starvation Experiment è ovviamente quello di aver cominciato a scoprire le profonde conseguenze della malnutrizione – anche se poi i risultati che riguardano una preferibile ri-alimentazione sono piuttosto inconcludenti.

Da notare come non tutti i soggetti esibiscono gli stessi sintomi; alcuni reagiscono meglio, altri vanno fuori di testa. Questo non dipende dal regime alimentare, simile per tutti, e gli scienziati non riescono a identificare nessuna variabile che sia all’origine di un certo atteggiamento piuttosto che un altro. Ne concludono che la restrizione ha effetti diversi su certi individui piuttosto che su altri, in base a caratteristiche fisiologiche e di temperamento pregresse all’esperimento. In poche parole, ci sono persone predisposte a tagliarsi le dita di una mano dopo una dieta, altre no.

Neanche a dirlo, lo studio è molto più rilevante per comprendere il decorso di un regime nutritivo ipocalorico e di disturbo alimentare piuttosto che di una carestia o un periodo di guerra; e infatti ci permette di trarre diverse conclusioni a questo riguardo:

a. Un regime nutritivo ipocalorico, anche non troppo restrittivo come possono sembrare 1500 kcal, ha profonde implicazioni sul benessere psichico e sul comportamento di una persona;

b. Una dieta quindi non è una questione di forza di volontà; non si può semplicemente decidere quante kcal assumere e quanto pesare aspettandosi che il corpo si adatti; e il fallimento della dieta può essere semplicemente un segnale che era nociva al nostro organismo;

c. Non basta ricominciare a mangiare normalmente dopo una dieta; invece ci vogliono mesi prima di recuperare cicli di fame naturale e un atteggiamento normale nei confronti del cibo;

d. Dulcis in fundo, molti dei sintomi dei disturbi alimentari non sono che un effetto della malnutrizione. In particolare, molti dei sintomi che sembra che causino i disturbi alimentari sono in realtà una loro conseguenza.

Quindi? Cosa significa questo per i nostri disturbi alimentari? E’ la prova che un giorno abbiamo cominciato una dieta a cazzo, e quella è la sola e unica ragione per cui abbiamo un disturbo alimentare?

Il Minnesota Starvation Experiment spiega la nostra fissazione con il cibo, spiega perfettamente le abbuffate, spiega perché è così difficile uscirne. Spiega anche i disturbi dell’umore, porca miseria, riducendoli ad un mero sintomo della fame. Tutte le nostre paranoie filosofiche sul perché siamo depresse, perché abbiamo attacchi di panico, perché siamo incapaci di instaurare delle relazioni sociali, spiegate in un attimo: perché non mangiamo abbastanza. Che patetico.

Cosa invece il Minnesota Starvation Experiment non spiega?

a. Non spiega perché una persona inizi una dieta tanto drastica. I soggetti dello studio avevano ricevuto l’ordine di rimanere a dieta; noi ci auto-imponiamo un regime alimentare tanto ridotto.

b. Non spiega perché una persona mantenga ostinatamente la dieta nonostante il palese malessere fisico. I volontari, appena hanno potuto, hanno ricominciato a mangiare quantità di cibo sufficienti, nonostante le difficoltà nel normalizzare le dosi; noi invece facciamo difficoltà ad uscire dalle nostre fissazioni ipocaloriche.

c. Non spiega la fissazione con il peso e con il corpo, cosa di cui a nessuno dei volontari sembrava fregasse molto. Il che da una parte contrasta con molte storie sui disturbi alimentari, dall’altra dimostra che si può avere problemi alimentari con risvolti psicologici seri anche senza avere una fissazione per il proprio aspetto fisico.

d. Infine non spiega quali siano i fattori che predispongono a certe reazioni alla dieta piuttosto che altre. In un gruppo di volontari tanto omogeneo, una tale varietà di sintomi non era probabilmente prevista da parte dei ricercatori; e quindi cosa distingue una persona che fa una dieta e poi lascia perdere e noi, che ci innamoriamo dei nostri sintomi, rimane un mistero.

Mi scoccia terribilmente ma molti di questi punti vanno a favore dell’argomentazione ‘Vuoi fare la modella, ti metti a dieta e quindi vai fuori di testa’. D’altro canto, non c’è niente nello studio che dimostri un qualche legame fra questi disturbi e la preoccupazione per il proprio aspetto, e tantomeno che il puro desiderio di essere attraenti possa spingere una persona a sottoporsi a tutto questo. Anzi, da un certo punto di vista, mette in evidenza il fatto che gli effetti della malnutrizione sono abbastanza disastrosi da battere il desiderio di essere belle e spingere una persona a dieta a desistere in corso d’opera, piuttosto che a infognarcisi.

Comunque, questo studio da un certo punto di vista mi rassicura. Rivela fino a che punto sono pazza, giustifica le mie difficoltà nel guarire, suggerisce che con il tempo, a fatica, tutti questi sintomi si possono superare. Mi spinge a essere meno crudele con me stessa se continuo ad abbuffarmi, a dimagrire ed ingrassare, ad avere le mie fissazioni.

Per maggior informazioni:

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20 thoughts on “Il Minnesota Starvation Experiment e i disturbi alimentari

  1. Lo conoscevo questo studio ma quando è ora di aprire quella dispensa ………e ‘ lunedì ,l ennesimo dopo una domenica di mangiare troppo cioccolato che fa tanto mal di testa. Chissà ße oggi avrò voglia di chiAmare la psicologa ed iniziare senza arrivare al giovedì in cui dico : stavolta ce la faccio, il prossimo w/e sarà migliore !!!! Intraprendere terapia o no????? fatto tante auto terapie approdata a poco. Grazie a te per i tuoi spunti.

    • Le autoterapie, a mio parere, non valgono molto. Ci si fa aiutare e si fa un passo alla volta, senza illudersi che non si avranno mai delle scivolate, ma allo stesso tempo senza rinunciare anche a provarci. Ti auguro tanta fortuna, un abbraccio

      • grazie ad entrambe; inutile presunzione che porta solo a procrastinare…..ringrazio questo blog che oggi mi ha aperto gli occhi anche sulla mia “strana” stanchezza in palestra il giorno dopo una quasi abbuffata;so’ benissimo di quanto psicologicamente sia devastante ma ieri leggendo vari vostri commenti ho letto di quanto possa influenzare anche i dolori e la stanchezza muscolare, e se possible, mi sono incazzata anche di piu’;

    • Ciao Monica,
      scusa se mi permetto di intromettermi, volevo semplicemente dirti che intraprendere la terapia è sempre una buona idea, anche quando non ti convince del tutto. Per esperienza personale, ti dico che è l’unica cosa che, con i passare del tempo, ti può aiutare veramente ad allontanarti dal dca e a stare meglio!!!!!!!!
      Un bacione!!!!!!!!!

  2. Conoscevo già il Minnesota study, e sapevo che è considerato in un certo modo il precursore di tutti gli studi sui dca (per quanto lo trovi eticamente discutibile, ma erano altri tempi). Però io in questo caso non sono del tutto in accordo ad accostare questo studio e i dca, perchè secondo me c’è una differenza sostanziale tra le due cose, e cioè la psicologia, la mentalità: quelle dello studio erano persone che di per se stesse non avrebbero avuto nessuna tendenza a sviluppare dca, mentre noi abbiamo sviluppato un dca senza che nessuno studio ce lo imponesse. Questo secondo me cambia tantissimo, perchè crea proprio una forma mentale differente, che è la differenza che c’è in generale tra chi ha un dca e chi fa la dieta per perdere qualche chilo e stop. Ci sono certamente delle affinità tra noi e questi soggetti dello studio, che risiedono nelle conseguenze della cattiva alimentazione e del deperimento, perchè comunque ci sono delle basi fisiologiche alle quali nessun essere umano può sottrarsi, però per me le affinità finiscono qui. Le risposte alla rialimentazione di questi soggetti sono state ben diverse dalle nostre, a sostegno del fatto che la loro era una cosa esterna, mentre la nostra è una cosa interna. Insomma, quello che voglio dire è che si può dimagrire eccessivamente ed avere delle conseguenze sia fisiche che umorali, ma sono comuni a chiunque perchè diretta conseguenza del dimagrimento, e questa è una cosa; poi però ci sono tutte le implicazioni psicologiche che sono strettamente proprie di chi ha un dca, e questa è tutta un’altra cosa.
    Un abbraccione!!!!!!!!!!!!

    • Certo, chiaro che non é la stessa cosa, ma secondo me lo studio é fondamentale per far capire quanto dei ns dca si possa considerare una conseguenza della malnutrizione. Ovvio che ci sono altri aspetti, che lo studio non comprende; ma a titolo informativo, lo trovo straordinariamente importante

  3. Buongiorno…
    Post molto interessante il tuo. Bisognerebbe aver voglia di leggere per bene lo studio completo (mille pagine, mi sembra?), dall’inizio alla fine, senza limitarsi alle conclusioni, magari fraintendibili. E analizzarlo. Tu l’hai letto per intero? O solo l’abstract?
    Questo studio lo conoscevo sommariamente, lo citò un mio professore di scienze alle superiori e passai oltre. Ma, poi, mi è ritornato in mente molti anni dopo, quando ho iniziato a restringere e a pormi domande sul tema. Ogni tanto ci penso. Me l’hai rispolverato, grazie!
    C’è da dire che, tecnicamente, per quanto mi riguarda, non so cosa sia la bulimia nervosa, o altre dipendenze, da cibo e non. La mia “ri-alimentazione” è totalmente autogestita (probabilmente discutibile), frutto di sforzo interiore che spesso mi costa noia per me stessa, perchè, il pensiero di poter esser ancor più magra rimane. Per me essere davvero troppo magra era il “peggio”. Ma posso ritenermi fortunata visto che non sono mai arrivata a mettere rischio salute etc… Solo la mia stabilità mentale. Ma quella, confermo quanto sembri più la conseguenza che una causa, piuttosto vaga.
    Per non parlare delle fissazioni varie salutistiche sul cibo che si sono sostituite alla questione calorie… Non se ne esce vivi, insomma 🙂
    Rimane comunque interessante il discorso dei sintomi come causa-conseguenza che fai. Il fatto che sembrino la conseguenza piuttosto che la causa, appunto. Poi, pur essendo uno studio scientifico, rimane comunque molto interpretabile, secondo me. Perchè non porta a conclusioni valide in qualsiasi caso e situazione.
    Arrivederci!!

    • Ciao, chiaro che questo studio non spiega tutte le dinamiche di un disturbo alimentare. Non ho mai pensato che potesse farlo, i soggetti non hanno un dca, quindi é un’altra storia. Ma più che interpretabile, lo trovo un caso interessante, che non spiega una malattia ma ci aiuta un poco a fare luce.
      E no, non ho letto lo studio completo, la mia ossessività si é fermata prima 🙂 ho solo letto una serie di saggi che lo spiegano e ne interpretano i risultati

  4. A te ha rassicurato questo articolo? A me per nulla. Sinceramente preferirei essere triste, avere sbalzi d’umore, ecc ecc, per altri motivi, e magari essere il disturbo alimentare una conseguenza ad essi, non viceversa. Non sono stupida, e so già quanto queste malattie alienizzano dal proprio vero “essere”, e come portano ad avere un carattere più introverso e problemi di rabbia, tristezza e panico; ma da questo articolo, meglio: esperimento, la persona sembra proprio dipendere tutta, interamente, dalla malattia. Come se ogni sua parte, ogni suo aspetto non fosse realmente suo ma fattore scatenato del disturbo alimentare.
    E che sia un circolo vizioso?
    Sono triste, depressa… e ho trovato uno “sfogo/consolazione” nell’abbuffate che poi, recandomi colpa diventano vomito, e a sua volta questo comportamento mi porta tristezza e depressione!? Per cui mi riabbuffo?! Ma allora come si fa ad uscirne?

    • Intanto, non ho scritto l’articolo per consolazione, ma per spiegare una componente chiave del disturbo alimentare, che è la malnutrizione. La malnutrizione spiega tutti i nostri stati d’animo? No. Ma non possiamo nemmeno credere che tutto quello che stiamo facendo al nostro corpo non abbia un impatto fisiologico sul nostro umore e non ne diventi di conseguenza un fattore di mantenimento.
      La bulimia é certamente un circolo vizioso, anche se poi dipende dai Casi specifici. Però questo non nega affatto che il desiderio di abbuffarsi, oltre che sensi di colpa o altre ragioni psicologiche, si anche dovuto a fattori fisici.
      I dca sono disturbi psichiatrici, vero, ma anche chiaramente somatizzati

      • Ma non volevo certo criticare quello che hai scritto o l’esperimento o le conclusioni. Leggo spesso quello che scrivi, e ti assicuro che mi ci ritrovo in un sacco di cose… mentre in altri blog, discussioni o questioni sull’argomento mi sento quasi una diversa dca, riesco rispecchiarmi molto nei commenti e riflessioni che fai tu. E a dirla tutta approvo anche questo articolo, purtroppo al contrario di te, mi sono sentita più demoralizzata… anche per me è un problema non risolto, e la cosa che più mi mette in difficoltà nel farlo è proprio che non riesco realizzare/capire la sorgente, il vero problema che ho che mi porta a manifestarlo con un problema alimentare.
        Non è certo il cibo in sè il vero problema, sono altre questioni all’interno (condizionate anche dall’esterno immagino) di me, che mi porta ad avere tale comportamento. Ma non riesco proprio capire di cosa si tratti…

  5. Io lo trovo uno spunto calzante, e anche un po rassicurante, lo ammetto.
    Negli anni e nel corso della terapia ho realizzato che più restringevo la mia alimentazione piu abbuffate seguivano, e non è certo un caso. E ancora adesso quando comincio a rimuginare su diete che potrei fare, digiuni o cose del genere, il pensiero seguente è quasi sempre che potrei chiudermi in casa e abbuffarmi. È il corpo, o meglio il cervello che lo guida che ormai è in una perenne fase di allerta e alla prima avvisaglia di un periodo, fosse anche un giorno, di fame, reagisce così: piglia tutto quello che puoi che questa matta vuole farci morire, di nuovo!
    Ed è difficile, perchè vorremmo essere tutta testa, ma dobbiamo arrenderci: siamo esseri umani, o meglio esseri viventi e ciò che ci guida è l’istinto di sopravvivenza. Non è chic, non è razionale, non è controllabile.
    Per quanto riguarda il “come mai ci siam finite dentro” beh, ognuno avrà cominciato con motivazioni diverse, alcune/i anche per caso magari, ma la prima volta che cominci ad avere fame e resisti, realizzi che la fame scompare per lasciarti in botta da adrenalina, e anche questo è fisiologico, crea dipendenza.
    Il rilascio di adrenalina,quali che siano le cause che lo provocano e le sensazioni forti che ne sono alla base, crea dipendenza, non solo nelle persone con DCA. E la stessa cosa per le abbuffate: botta di adrenalina incredibile, rilascio di endorfine che manco un orgasmo, seguito da obnubilazione da lobotomia. Il vomito? ti togli un peso dallo stomaco, letteralmente e metaforicamente, seguito da sensazione di stanchezza e ansia sparita. Scusate la brutalità ma se non fosse piacevole, per alcuni aspetti, non avremmo mai cominciato, e soprattutto non continueremmo.
    Un concetto interessante che ho trovato in diversi manuali di auto aiuto è quello di plasticità mentale: i circuiti neuronali si “abituano” ad associare eventi e azioni tra loro, di modo da non dover formulare ogni vlta una nuova risposta. Ad esempio: se io discuto con qualcuno e dopo mi abbuffo, e questo succede un po di volte, finirò per avere cementata nel cervello l’associazione litigio-abbuffata, di modo che ogni volta che discuto con qualcuno non penso neanche più se abbuffarmi o no, viene come una conseguenza automatica. In realtà è un sistema che il nostro organismo ha per risparmiare energie ed essere più rapido,ma nel caso di una persona con un dca (ma per che fuma sigarette è uguale eh) sembra remarle contro. Anche qui, meccanismo fisiologico, per quanto perverso possa sembrare.
    La cosa che questo studio mette in evidenza è che non bisogna essere predisposti per sviluppare un dca, o per rischiare di svilupparlo perlomeno. è semplicemente, per come la vedo io, un trovarsi nel “posto sbagliato al momento sbagliato”, ma chiunque potrebbe caderci: è facile, perchè il cibo è reperibile ovunque ed è necessario, è economico rispetto ad altre dipendenze, è legale e può svilupparsi subdolamente senza che gli altri se ne rendano conto.
    Questo documentario se avete voglia di guardarvelo tratta il tema: due giornaliste “sane” che si sottopongono a 5 settimane di dieta estrema, e quali sono i risultati sulla loro psiche..chiaro, sono due donne in una società ossessionata dal corpo e dal peso, quindi già di partenza suscettibili, e sono due soggetti, il che non ne fa certo una statistica.
    Non vi dico come va a finire, ma io l’ho trovato interessante

    • L’avevo visto anche io quel documentario! L’ho trovato molto interessante, anche se i risultati sembravano un tantino forzati.

      Sono pienamente d’accordo con te quando dici che dobbiamo arrenderci al fatto che non siamo tutta testa… Che anche se i nostri stati d’animo sembrano sempre filosofici, possono essere comunque conseguenze fisiologiche delle nostre condizioni….

      • Esatto, i disturbi alimentari sono spesso legati al controllo, delle proprie emozioni e delle proprie necessità fisiologiche, fino all’estremo. Come può una cosa così semplice e materiale come il cibo governare le nostre vite? Deve sempre esserci una spiegazione più profonda (e in qualche modo più poetica). Come posso essere una persona interessante se poi vado in crisi per un donut?
        Credo che uno dei punti cardine della terapia sia proprio l’arrendersi alla propria umanità. E per me è stato e continua a ad essere difficile da mandare giù.

  6. Non avevo idea di questo esperimento e ti ringrazio di aver scritto un articolo a riguardo. Scritto da altri non l’avrei letto fino in fondo, ma la tua onestà e il tuo stile chiaro e asciutto sono un valore aggiunto per me non indifferente. La sintesi dei risultati di questo studio mi spiega moltissime cose sul mio comportamento e mi induce a riflessioni ulteriori, che dovrò portare avanti nel tempo.
    Lancio una ipotesti su cui spero non mi mangerai la testa: al posto degli ordini dell’esperimento credo che molte vittime dei DCA siano sottoposte a dettami della società. Mi spiego, non tanto la questione del “ragazzina, se vuoi piacere devi essere snella”, quanto un insieme di fattori, legati a quanto nella nostra società stimiamo la magrezza, l’autocontrollo, il sacrificio in nome di un obiettivo e il delegare alla stima degli altri il nostro valore.

    • Credo che ogni malattia psichica sia anche profondamente sociale e quindi strutturata secondo l’ambiente circostante. Così come il fumo può portare a sviluppare il cancro, ci sono certe condizioni sociali che possono portare a sviluppare un certo tipo di dca. Come hai detto tu, non solo l’amore per il corpo magro, ma un insieme di obbiettivi, valori e pretese che sono comuni. Poi è anche vero che ho conosciuto persone che hanno sviluppato un dca nei modi più diversi, quindi certo una predisposizione sociologica non è una spiegazione sufficiente, ma certo un fattore…

  7. Dire che mi piace oltremodo come scrivi è riduttivo .
    Ciao
    Ti seguo sempre con grande interesse.
    Conoscevo già l’esperimento ma l’hai descritti e commentato in modo magistrale
    Buonanotte

  8. Pingback: Domande da fare al proprio psicologo | Trappola per Topi

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