Perfezionismo e Disturbi Alimentari

Nella mitologia – le persone con disturbi alimentari sono le perfezioniste, le over-achievers, quelle che fanno bene tutto. Che prendono il massimo dei voti a scuola, all’Università, poi danno il massimo al lavoro. E intanto non mangiano, o mangiano e vomitano.

E’ una generalizzazione. E’ il mito perduto che i disturbi alimentari sono il risultato di pressioni familiari e sociali. Ti vogliono perfetta in tutto? Bam! Ti viene l’anoressia. Come se cercare di prendere 10 in matematica sia indirettamente proporzionato a lasciarsi morire di fame.

Non dico che questo discorso sia completamente sbagliato. In fondo ancora non si ha idea di cosa veramente scateni un disturbo alimentare. Io so solo che all’anoressia e alla bulimia ci si arriva da mille strade diverse. All’Università mi dicevano sempre che “correlation is not causation“: solo perché molte persone con dca sono perfezioniste, non significa che il perfezionismo causa i dca.

Questa prefazione andava fatta. Anche se, onestamente, io sarei una di quelle. Una di quelle persone che prendevano il massimo dei voti a scuola, il massimo dei voti all’Università, che hanno un curriculum impeccabile, e poi un dirty little secret chiamato bulimia.

Dico sempre che la mia vita on paper è una vita da favola. La Borsa di Studio, il trasferimento all’estero, il lavoro con un salario invidiabile. Non solo quello: anche un gruppo di amici, pochi ma buoni, e i viaggi con lo zaino in spalla, le serate da ricordare, e una lista di fidanzati da una notte di cui vantarsi.

La mia vita on paper è meravigliosa. Sorrido mentre la descrivo. La persona che sembro, a raccontarla, è una figa. E’ perfezionismo, o solo una vita felice? Cosa c’entrano i viaggi e la lista di fidanzati con il perfezionismo? C’entrano. C’entrano con l’essere perfetta. C’entrano con il vivere una vita d’immagine.

Le pressioni alla ‘devi essere la prima della classe’ non le ho mai subite. Non ho mai voluto essere perfetta per qualcun altro; non è quello il perfezionismo di cui parlo.

Il mio perfezionismo era tutto nella mia testa. Avevo un’idea molto specifica di quale fosse la vita perfetta. Era un ideale astratto, programmato, costruito a tavolino; un modo per diventare una super-donna, almeno secondo i miei parametri. E questo non teneva in conto dei casi della vita, né tantomeno delle mie debolezze, irrazionalità, o emozioni.

A 13 anni ho stilato mentalmente la prima serie di regole su come dovevo comportarmi e cosa dovevo fare, con delle deadlines molto precise. “Avere sempre la risposta pronta”, “Scopare entro i 16 anni”, “Avere la media del 9”. Cazzate da adolescente, certo, che poi con il tempo si sono evolute, diventando: “Essere sempre socievole e intrigante”, “Scopare con almeno X persone entro i 25 anni”,”Diventare Manager entro i 25 anni”.

Tutti hanno un piano mentale della propria vita; ma cazzo, c’è un limite.

E’ un perfezionismo alla lontana, lo so; non quello tradizionale, della ragazzina che rende fieri i genitori. E’ un perfezionismo talmente internalizzato che si basa su un sistema di parametri auto-imposti, una self-discipline alla Foucault. Io avevo immaginato la mia vita come un romanzo e sapevo esattamente quali capitoli ci volevo dentro. La spontaneità non era prevista; la debolezza non era prevista; essere semplicemente se stessi era, e tuttora rimane, un concetto a me alieno.

Il problema è che un romanzo lo si scrive per il lettore, non per il protagonista; lo si legge, non lo si vive. Io vivevo come guardandomi attraverso una telecamera: chissenefrega di cosa sento dentro, l’importante è come sembro da fuori. On paper.

Off paper, poi, era tutta un’altra storia.  Off paper mi sentivo inadeguata, vuota, mi chiudevo in camera per settimane, facevo un lavoro che non mi piaceva, scopavo con gente di cui non me ne fregava niente. Ovviamente, off paper ero anche Miss Bulimia. Il romanzo della mia vita era meraviglioso, la realtà della mia vita faceva cagare.

Non so se il perfezionismo ha causato il mio disturbo alimentare; della serie ‘giovane donzella deve scaricare la tensione della sua smania di perfezione, e vomita l’anima’. Meh. E’ una chiave di lettura. O magari la stessa cosa che ha causato il perfezionismo ha causato anche il disturbo alimentare. Più probabile.

Comunque, cercando di uscire dalla bulimia sono costretta ad affrontare lo scisma fra on paper off paper. Sono costretta ad ammettere che tutta la storia avvincente della mia biografia era in realtà una merda sotto molti aspetti.

E quindi fare uno shift epocale: essere presente nel presente. Che suona così New Age. O come Nene commentava a un mio post qualche tempo fa, “concentrarsi sullo stare bene e non sulla prestazione”. L’abbandono del perfezionismo sta nel rinunciare all’ideale di se stessi per focalizzarsi su quello che veramente ci fa sentire bene, sulle proprie emozioni, sul presente appunto. Smetterla di guardare la vita attraverso una cazzo di telecamera e cominciare a viverla.

Mi hanno spiegato una volta che una vita non programmata può non sembrare altrettanto avvincente, ed è piena di debolezze, e momenti di noia, e momenti che sembrano sprecati. Ma bisogna avere pazienza, lasciare che la vita faccia la sua strada e andare un po’ dove ti porta, cogliendo le occasioni che ti arrivano. Che poi qualcosa di avvincente succede sempre comunque. Che il perfezionismo, alla fine, è sempre meno divertente della vita vera.

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16 thoughts on “Perfezionismo e Disturbi Alimentari

  1. Ti giuro che è esattamente ciò che ho fatto io con la mia vita. Anche io brava a scuola, anche io che volevo una vita “perfetta” per una mia idealizzazione personale. E penso che in parte- in gran parte – sia ancora così, per questo non riesco risolvere davvero il mio problema.

    Al tempo stesso conosco persone bulimiche, che non sono per niente perfezioniste.

    Senti.. ho una storia strana riguardo il mio problema… una storia che si intreccia con quella di qualcun’altro, e il tutto la fa essere ancora più irreale, per quanto purtroppo reale sia. Potrei parlarne con te? Per email intendo, anche se voglio mantenere la completa privacy.

  2. Ti ringrazio ancora una volta.
    Non hai idea di quanto questo tuo ultimo post rispecchi la mia realtà: sono cresciuta in una famiglia senza problemi, mi hanno anche viziata, nessun rapporto malato coi miei genitori (si dice sia alla base dei dca), anzi: loro mi hanno sempre supportata e amata, anche quando prendevo 7 in condotta (per il resto, erano tutti 8, 9, 10).
    Sulla carta sono impeccabile, vanto anche numerose amiche che mi chiedono come faccio ad avere una pelle così bella ed un fisico così ad oltre 30 anni.. (devo dire che sono fortunata: escludendo le smagliature, retaggio di dimagrimenti ed accumuli di peso rapidissimi, la bulimia non mi ha rovinato la pelle, e i denti non li ho bianchissimi perché fumo, ma alla fine, nemmeno quelli sono messi così male) , un fidanzato che mi ama e conosce il mio problema (ma per lui sono completamente guarita, che non vomito da qualche mese.. povera ignoranza), un lavoro che mi permette anche degli extra (non quello per cui ho studiato, e mi fa discretamente schifo, ma si sa, qui se guadagni bene allora sei una figa).
    Poi, nella realtà, è tutto una merda. Come ho già scritto un post o due fa, da quando ho smesso di vomitare regolarmente la parte psicologica di questa malattia del cazzo ha preso il sopravvento e sono diventata maniacale.. nel conto delle calorie, nel conto di qualsiasi cosa, nel voler rientrare entro i margini che mi sono autoimposta per chissà quale ragione.
    Con la psicologa stiamo studiando cosa ha scatenato tutto questo, lei è molto brava, mi trovo bene. Pensa, all’ultima seduta mi ha detto chiaro e tondo: cara mia, spegni la telecamera, togli i filtri e inizia a vivere in prima persona.

    Un abbraccio

  3. Quando ho iniziato l’ultimo ciclo di terapia ho esordito con un “la mia famiglia è perfetta, il mio fidanzato è perfetto, il mio lavoro va alla grande..ma sto di merda e mi abbuffo/vomito ogni volta mi sia possibile”
    Quanta veritá nelle parole che hai scritto.
    E la cosa piu’ triste è che nonostante abbia stravolto la mia vita con scelte radicali, seguendo quello che realmente amo, la situazione non è cambiata..

    • Tesoro (scusa se ti chiamo così, ma tendo a diventare materna con chi ha il mio stesso problema ed è più giovane di me – immagino quel 94 sia l’anno di nascita, ndr -), mi dispiace.
      Ti mando un abbraccio enorme, e ti sento vicina, e mi sento vicina a te perché la nostra situazione è molto, molto simile. Per esperienza, e con l’aiuto della mia psic, posso dirti che, probabilmente, qualcosa non ti soddisfa. E non è detto sia qualcosa di esterno, eh? può darsi sia qualcosa di te.
      Qualcosa del tuo passato, qualcosa di interrotto. Qualcosa che devi risolvere. Perché quando – prendo ad esempio un episodio capitato a me – ti fanno una miriade di complimenti per quanto sei bella e in forma, per quanto stai bene, per la casa, “ma lui non ha occhi che per te”, e tu pensi ossessivo-compulsivamente a dove andare a sboccare quei confetti deliziosi, che ne hai mangiati almeno 80, c’è un problema.

      Questo è per gli stronzi che pensano la bulimia sia solo “oddio sono grassa, devo dimagrire, vomito tutto ciò che mangio”.

      Scava dentro di te, anche se è doloroso. Prima o poi troverai l’episodio scatenante… un abbraccio forte.

  4. In questo post io trovo proprio poco di me. Facile a dirsi, in realtà: siamo persone diverse, quindi ovviamente ognuna ha la sua storia, e come tu stessa scrivevi, ognuna arriva alla bulimia con cause e motivazioni differenti; e poi certamente ognuna ha il suo carattere.
    Io perfezionista non lo sono mai stata, in nessuna possibile chiave di lettura del termine “perfezionista”. Non ho mai sentito su di me chissà quali pressioni da parte dei miei genitori (con i quali, per altro, ho sempre avuto una buonissima relazione), e neanche pressioni interne personali, anzi, io personalmente sono sempre stata una persona piuttosto “rilassata” da questo punto di vista, e per niente competitiva. A scuola sono sempre andata bene, certamente, ma nulla di particolare: diciamo che non ho mai preso insufficienze, ma neanche voti stratosferici. Ugualmente nello sport (nel periodo in cui ho fatto sport, cioè, perché non sono una grande amante dello sport, in realtà) non mi sono mai distinta (e non ho mai fatto agonismo): mi piaceva la parte del divertimento, del fare squadra, ma non ci sentivo tanto sul vincere. Non ho mai avuto particolari aspettative o pretese da me stessa, ho studiato quello che mi è piaciuto, e nella mia vita non c’è stato niente che dovesse essere particolarmente “perfetto”.
    Ma, ooooooops, questo non mi ha impedito di ammalarmi comunque di bulimia.
    Alla faccia dei luoghi comuni.

    • Non credo sia un luogo comune; credo sia uno dei possibile fattori di predisposizione. Questo non vuol dire che se non ce l’hai allora non puoi essere bulimica, non è mica l’unico. É solo che statisticamente si nota una correlazione, e mi sembrava giusto spiegarla

  5. “Che il perfezionismo, alla fine, è sempre meno divertente della vita vera”. E’ così, proprio come hai scritto, e ti faccio i complimenti per il blog e la tua voglia di sviscerare questioni complesse in modo autentico e originale. Penso anche io che sui disturbi alimentari ci siano clichè, ignoranza e una massa di stereotipi. Mi porto questo disturbo dietro da tantissimi anni, e le ho provate veramente tutte per risolverlo. Non sono mancati psichiatri, psicologi…Per quanto mi riguarda, questo tipo di disagio dovrebbe e potrebbe essere affrontato in modo olistico, completo, mente, corpo, spirito. E non intendo banalità new age, e non serve “credere” in qualcosa di altro necessariamente per provare questo tipo di approccio. E’ particolarmente chiara anche a me quella logica di scegliere lucidamente COME ESSERE , cosa raggiungere nel “mondo fuori”, ed essere stata anche abbastanza brava nel farlo. Il punto è che stai di merda, dentro, e sai che hai sempre il tuo “piccolo sporco segreto”, al quale in qualche modo deleghi la tua verità, i tuoi sbagli, il tuo “non essere perfetta” o i cedimenti, derivanti da tutta quella pressione nel DOVER ESSERE. E così, non SENTI mai fino in fondo. E’ come se la “percezione dell’unità” fosse sparita. Ci possono essere attimi, ma di norma sei spaccata, sei divisa. Ho notato guardandomi indietro negli anni che quegli obiettivi (alcuni anche ambiziosi) che mi ero prefissa nella mia mente, poi dopo averli raggiunti non mi hanno mai reso più serena, felice, appagata, realizzata. Alcuni pensavo davvero fossero sogni miei autentici, non indotti da aspettative della famiglia, o più in generale della società. E quindi mi incazzavo ancora di più, il vuoto dentro era ancora più grande, capisci che potresti andare avanti tutta la vita così, ti convinci che te lo porterai dietro sempre. Lo so, sembra banale e me ne scuso, ma non c’è altro modo per scriverlo: ho cercato una via diversa. Ho cercato di ascoltare davvero in profondità cosa voleva il mio cuore. Non la testa. La testa era un corto circuito di paure, pensieri e associazioni brillanti che però di base rimaneva concentrata su quella “macchia”, quella vergogna, quel disagio di essere, quel sentirmi “mai abbastanza”, a prescindere dai risultati esterni che ottenevo. Per farlo, per cercare una verità profonda del cuore, che ne aveva di pietre e muri e massi di abbattere, ho cercato strade diverse, anche alternative, fra cui la meditazione, le terapie energetiche, letture spirituali di vario genere. Convinta che la personalità è il frutto delle nostre esperienze, educazione, e che l’anima,la parte più profonda e immanente di noi, spesso è in dissonanza con essa, ma va richiamata, curata, ascoltata. Questo è il mio percorso, ognuno ha il suo, non ci sono verità assolute, e mi scuso se mi sono espressa in modo banale, volevo solo dire questo: mi sono accorta che posso fidarmi molto di più delle mie sensazioni, del mio sentire profondo,che non per forza è “quello che penso”. Che le percezioni distorte su di sè, sul proprio valore, sulle dimensioni del proprio corpo, si possono modificare e guarire, ma non basta il percorso prettamente razionale che si fa nel colloquio con lo psicologo, lo psichiatra, etc. Ero fin troppo brava a dsquisire, a essere d’accordo, a interagire verbalmente in modo brillante, tanto da convincere i medici, i miei genitori , me stessa. Un pò. Fino alla successiva crisi, alla successiva “giornata no”, in cui mi ributtavo sul cibo. Allora, ecco, questo mi preme dire: spesso il disturbo rende TUTTO complicato, un groviglio, dove ci si ingarbuglia. Spesso (e non ci sono connotazioni morali) fa comodo, nascondercisi dietro. Io ho capito e sentito che è una profonda illusione. Questo non significa che sia guarita totalmente e che ora tutto sia rose e fiori. Ma vuol dire che ho strumenti in più per , “guardare con distacco”, quella parte che mi dice (poi sono sempre le solite cose, se uno ci fa caso ) che non vado bene, che se perdo cinque chili sarà tutto migliore, blablabla. E’ una parte che si può trasformare. Ecco, a questa consapevolezza, non ci sono arrivata con ragionamenti ma con un percorso esperienziale molto profondo.
    Ancora complimenti per il blog!

  6. Come sempre i tuoi scritti sono punto di riflessione per me. Ieri sera dopo aver letto il post sono rimasta un pò inerme senza sapere bene quello che mi frullava nella testa. Ho elaborato il tutto credo nella notte e questa mattina sveglia i pensieri avevano preso forma. Io ho sempre avuto questa idea di perfezione nella mia testa. La perfezione intesa in come avrei voluto vivere si scontrava con il non riesco a vivere come vorrei a come agli altri mostravo la mia vita apparentemente perfetta. Non mi sono mai posta degli obbiettivi e solo nel tempo ho capito perchè, sognavo ad occhi aperti e sapevo perfettamente chi e che cosa volevo essere. Nell’atto pratico questo per quanto ci credevo non avveniva. Però ero molto brava a far credere agli altri il contrario. Gli altri intesi come amiche e fidanzato storico di allora. Con il tempo la mia famiglia apparentemente perfetta, il rapporto simbiotico con mio padre, il futuro lavorativo, è crollato come un castello di sabbia. E’ mancato tutto e mi è mancata la terra sotto ai piedi. Forse in primis il rapporto con un padre egocentrico, pendevo per ogni sua singola parola e che si è rivelato la mia rovina. La realtà difficile da vivere nel quotidiano è stata una lotta costante.. sono rimasta incastrata in quell’idea che ho voluto salvaguardare a tutti i costi e nel frattempo mi sono persa e quando ho capito la verità è stato ancora più difficile. Ti ringrazio sempre davvero. Mi fai bene. Invio il mio commento più leggera oggi nonostante la pioggia e ti auguro una buona giornata!

  7. Wow mi sento descritta (eccetto per quanto.riguarda il perdere la verginitá a 16 anni hahaha, mi conosci).
    Comunque ti auguro di riuscire a viverti ogni momento spontaneamente e senza dover programmare tutto.

    “This all shall pass”.

  8. Io ho idea che il perfezionismo si possa esprimere in varie maniere.
    Si può anche esprimere in aspettative talmente smodate e irrealistiche da spingere all’autosabotaggio, all’ansia e all’angoscia perenni, al ritirarsi in un mondo proprio personale estraniandosi dalla propria vita, anche guardandola andare a rotoli, perché non corrisponde all’idea che si ha di sé e di come dovrebbero essere le cose. Insomma non accettare la propria vita né sé stesse perché non abbastanza perfette e vivere in un mondo di chimere, dove -in mezzo al il resto,non limito tutto a quest’aspetto – peso e calorie sono strumenti di controllo e la vita vera si rimanda a quando si sarà abbastanza magre e perfette.
    Questo è quello che mi è successo agli inizi,quand’ero una ragazzina.
    Si può esprimere tirandosene fuori e delegando la propria vita agli altri, lasciandosela scorrere addosso,come ho fatto poi. In fondo forse c’entrava, il perfezionismo.
    Quantomeno è la mia impressione. Mi piacerebbe sapere cosa pensi a riguardo.

    • Sì certo, sono perfettamente d’accordo, é quello che cerco di esprimere nel post. Ci sono varie forme di perfezionismo, oltre al voler prendere il massimo dei voti a scuola; é più un modo di stare, con conseguenze dannose. Senza contare che l’ossessione per il cibo e i dca in generale sono il risultato di mille fattori diversi, di cui il perfezionismo può essere o meno un fattore

      • grazie per la risposta. Adesso guardo indietro i giorni vuoti,il tempo perso, il dolore provato, e mi va bene, trovo che abbiano senso e anche un qualche valore. I momenti come dici sembrano sprecati ma non lo sono mai. Soffrire non è inutile. Personalmente non spero più in nessuna perfezione e in nessuna felicità futura,credo solo in quello che ho raggiunto e che riesco a raggiungere ora, ogni giorno, con tutte le ricadute e tutti i momenti di fiacca del caso, accettando la mia vita e accettando me, fine della storia. Non è più tempo di rimpianti né di programmi e fantasie, sono rifugi ma alla lunga non funzionano. In fin dei conti almeno abbiamo cominciato a vivere, non è da tutti.

  9. Anche se questo post è stato scritto tempo fa commento lo stesso, sperando che qualcuno legga.. la mia storia è stata il contrario. Quando sono caduta nella bulimia (o meglio quando mi sono accorta di avere veramente un problema, dopo anni) è stato un graduale scavarsi la fossa da soli, e sempre più a fondo; non mi interessava più di nulla: solo di dimagrire e vomitare. Ho saltato quasi metà anno scolastico rischiando la bocciatura, ho iniziato ad assumere qualsiasi droga per cercare di anestetizzare quello che provavo (la mattina se dovevo andare a scuola psicofarmaci, ovviamente non prescritti ma trovati e rubati dai cassetti), alcol quando ero da sola, sempre, e alle feste alcol e hashish fino a collassare a terra. Il perfezionismo non c’entrava nulla: volevo solo morire.
    Scusate la crudezza del racconto ma avevo bisogno di condividere la mia storia, magari confrontandomi con qualcuno che ha avuto un’esperienza simile alla mia.

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