Se non fossi bulimica lo farei? Ricostruire una vita senza la Bulimia

Nei primi tempi del mio disturbo alimentare, le mie crisi bulimiche erano sporadiche e inaspettate, come fulmini nel cielo sereno della mia normale vita di tutti i giorni. Ma poi la bulimia ha iniziato a diventare quotidiana, e le regole e le fobie bulimiche hanno lentamente assorbito quella che prima era la mia vita normale. Con il passare degli anni, ho iniziato a organizzare la mia vita in base alla bulimia.

E’ stata una tecnica spontanea di auto-sopravvivenza. Avendo accettato l’onnipresenza della bulimia nella mia vita, e sapendo che alcune situazioni sarebbero state triggering o difficili da gestire a causa dei miei pensieri bulimici, ho cominciato ad evitarle.

Ho cominciato a non andare in vacanza con amici per lunghi periodi di tempo, perché sapevo che ad un certo punto avrei avuto una crisi e non avrei potuto sfogarla. Poi ho smesso anche di partire per il weekend, perché non sapevo gestire sei pasti di seguito in compagnia. Ho smesso di fare sport di squadra o qualsiasi sport che richiedesse la mia presenza settimanale, perché se mi fossi abbuffata avrei saltato lezione. Ho abbandonato molti hobby, dalla musica alla lettura, perché tanto ogni momento libero del mio tempo era dedicato ad abbuffarsi e vomitare. Mi sono trasferita e, invece di andare a vivere con amici, ho scelto una casa con dei coinquilini che non facessero troppe domande e con un bagno privato a cui accedere. Ho rinunciato al romanticismo, scegliendo storie senza amore e senza impegno, per non dover spiegare il mio disturbo alimentare e non dover costringere qualcuno a convivere con la mia malattia. E anche per non aver qualcuno a cui rendere conto di cosa avevo fatto quel sabato che avevo passato ad abbuffarmi. Ho fatto queste scelte perché se non le avessi fatte avrei dovuto affrontare il disagio di una bulimia scomoda, costruire castelli di bugie, e non sarei riuscita a nascondermi.

L’esperienza mi aveva insegnato che non c’è niente di peggio di abbuffarsi in un giardinetto pubblico e poi tornare a casa dal tuo ragazzo che ti aspetta; e quindi avevo dovuto modellare la mia vita in modo che non risuccedesse mai più.

Ma così facendo, scelta dopo scelta, ho lasciato sempre più spazio alla bulimia, normalizzandola e rendendola un elemento portante. Ho permesso che la bulimia erodesse lentamente la mia vita; e così mi è rimasto così poco ‘altro’ che una vita senza disturbo alimentare ha cominciato a sembrarmi vuota, nonché impossibile. Dopo 10 anni passati a rinunciare e sacrificare alla bulimia, senza bulimia non avrei avuto nulla e non sarei stata nulla. Dopo 10 anni, io ero solo una bulimica. Per questo è così difficile pensare veramente di poter guarire, dopo così tanto tempo, e per questo è così difficile voler veramente guarire. Perché ormai non si riesce più ad immaginare un’alternativa.

Ho capito quindi che per poter iniziare a stare meglio avrei dovuto iniziare a ricostruire la mia vita. Ma sopratutto, avrei dovuto costruire una vita che non ruotasse attorno alla bulimia, di cui avrebbero fatto parte tutte quelle cose che avevo eliminato a causa della mia malattia. E questo significava fare scelte che, all’inizio, mi avrebbero messo terribilmente a disagio e che probabilmente mi avrebbero riportato ad abbuffarmi in qualche giardinetto pubblico. Ma anche scelte che avrebbero lasciato sempre meno terreno alla bulimia, che in qualche occasione pratica mi avrebbero impedito di abbuffarmi, ma soprattutto che mi avrebbero lentamente fatto riscoprire tutte quelle cose a cui avevo rinunciato. E forse mi avrebbero ricondotto ad una vita un po’ più piena e un po’ più vera.

Come diceva il mio psichiatra, ogni volta che dovevo prendere una decisione mi sarei chiesta “Se non fossi bulimica lo farei?” e poi avrei agito di conseguenza, affrontando le difficoltà piuttosto che evitarle. Partendo dalle piccole cose, ovviamente.

Sarei stata a casa da sola a leggere un libro – anche se non riesco a concentrarmi sulla lettura perché poi penso al cibo, e se sono a casa da sola poi sicuro che finisco ad abbuffarmi. Mi sarei iscritta ad un corso di yoga – anche se poi mi sento grassa, e poi l’insegnante ti tocca, e ti guardi allo specchio per due ore, e poi se mi abbuffo non ci vado. Avrei passato un weekend al mare – cioè più di 48 ore circondata di persone, che vogliono che io mangi insieme a loro, e poi devo stare in costume, e poi stiamo in campeggio e non c’è un posto dove vomitare in pace.

E’ stata durissima. Perché se non fossi stata bulimica sarebbero state cose piacevoli; ma io sono ancora bulimica. Così sono stata a casa a leggere e al terzo capitolo del romanzo sono corsa ad abbuffarmi, ho saltato metà delle lezioni del corso di yoga e ho vomitato in una latrina del campeggio.

Però ho anche letto due capitoli di uno splendido romanzo, ho fatto metà lezioni del corso di yoga e ho trascorso un weekend con degli amici meravigliosi. Magari la prossima volta riuscirò a leggere tre capitoli del romanzo, invece che due; e magari non passerò la mia vita con il rimpianto di tutte le cose che non ho mai avuto il coraggio di fare, a causa del mio DCA.

Purtroppo i disturbi alimentari non passano da un giorno all’altro e non passano appena decidi di farli passare; ma, non potendo decidere di guarire, si può decidere di metterli in secondo piano. Trovare altre priorità, nella vita. Ancora non mi è dato sapere se io posso effettivamente guarire del tutto, ma credo di poter relegare la bulimia in un compartimento sempre più piccolo. Che con il tempo le cose che adesso mi mettono molto a disagio diventeranno sempre più facili e sempre più naturali; perché alla fine noi siamo creature abitudinarie, e come mi sono abituata a infilarmi le dita in gola posso abituarmi a leggere un romanzo in pace. E lentamente, un po’ alla volta, riscoprire tutte quelle cose che mi piace fare e ritornare ad essere la persona che sarei senza la bulimia.

Speriamo.

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10 thoughts on “Se non fossi bulimica lo farei? Ricostruire una vita senza la Bulimia

  1. Carissima,ho appena letto il tuo post durante una pausa caffe’ e mi hai fatto commuovere.E non mi capita spesso in un mondo troppo spesso stereotipato noioso superficiale scontato….In parte ho rivisto me stessa ma soprattutto mi.sono sentita vicina ad una persona di rara bellezza.Grazie!

  2. Post meravigliosamente motivante! Di quelli che danno corpo alla realtà di un cambiamento che si può ottenere anche comprendendo e scardinando la componente abitudinaria dei DCA.
    Quella che ha fatto sì che da comportamenti saltuari che servivano a uno scopo si sia arrivati alla costruzione di un sé che ci pare addirittura inscindibile da quei comportamenti.
    Quei comportamenti sembrano costituire la nostra identità e senza di essi ci sentiamo snaturati, disorientati.
    Il mio psicologo si sorprendeva quando, a proposito di alcuni miei pattern di pensiero e di comportamento, gli dicevo che per me era una questione di identità.
    Cambiarli significava non essere più me stessa, e io non volevo rinunciare alla mia identità.
    Eppure quei comportamenti non ce li abbiamo stampati nel DNA, li abbiamo costruiti noi nel tempo, li abbiamo modellati in funzione di esigenze passate e poi, grazie ad una ripetizione costante e duratura, si sono radicati dentro di noi.
    Per cambiarli bisogna fare proprio come stai facendo, modificare quei comportamenti, che sono l’ultimo anello della catena del disturbo, costringendosi a fare delle attività che non prevedano il comportamento disturbato e che pertanto sentiamo innaturali e ci spaventano.
    È molto dura, io quando ci provo vado subito in crisi, sento il vuoto, mi lascio sopraffare dal pensiero che quella non sono io e che se l’obiettivo è vivere in quel modo fittizio preferivo lasciar perdere e sentirmi me stessa svuotando la dispensa.
    Eppure sono convinta che sia lì la chiave di volta. Ripetere in tutte le situazioni e per tantissime volte un comportamento che all’inizio (e per un bel po’) ci sembrerà innaturale, che non fa parte di noi, fino al punto da renderlo automatico, e quindi normale.
    Del resto se gli altri ai miei occhi restano uguali anche se cambiano cose più o meno importanti del loro aspetto fisico e della loro personalità perché lo stesso non deve valere per me?
    Ti saluto.
    Keep going!

  3. Sono del tutto d’accordo con quello che hai scritto rispetto all’importanza di impegnarsi a costruirsi una vita che vada aldilà della bulimia, perché anche per me dopo diversi ani di bulimia il fulcro della mia vita era rappresentato dalla malattia.
    Io ci so provando, in parte ci sono riuscita, in parte ancora no, ma non demordo perché mi è evidente che quello che sono riuscita a fare vale ben la pena di impegnarsi in questa direzione, per quanto soprattutto in certi momenti sia VERAMENTE DIFFICILE.
    La domanda che la mia psicologa mi spinge a pormi è un po’ diversa da quella proposta dal tuo psichiatra, ma il succo è lo stesso: in pratica, la mia psicologa mi dice di chiedermi, quando devo fare una cosa, se veramente mi va di farla e se penso che possa farmi star bene il farla. Perché è facile rinunciare a fare determinate cose dicendomi che non mi va o che comunque mi fa sentire a disagio, ma in realtà non sarei io che mi sentirei a disagio a fare quella cosa, è la bulimia che si sentirebbe a disagio se io facessi quella cosa, e quindi mentalmente cerca d’impedirmela; e quindi la mia psicologa mi dice che devo cercare di capire quando una cosa mi andrebbe davvero di farla, e se la risposta è che nel profondo la vorrei fare, devo contrastare la voce della bulimia che mi dice di evitarla.
    A volte ci riesco, altre ancora no, ma so che è la strada giusta da percorrere, per quanto tempo possa volerci: ma ho una vita di tempo. E una vita tenendo quanto più lontano possibile la bulimia, magari.

  4. Ciao, ho letto il tuo commento e mi sono ritrovato molto nelle tue parole.
    Simpatica l’idea di una vita ricostruita senza bulimia, che poi dovrebbe essere il fine di ogni percorso di guarigione.
    Mi farebbe piacere se dessi uno sguardo anche al mio blog, che ho scelto di creare per sfogarmi e cercare di ricostruire tutto quello che passo/affronto.

  5. Te lo auguro con tutto il cuore. Sei una ragazza fantastica e sono lieta di averti conosciuta, anche se in quelle circostanze. Tu non sei la tua malattia ma MOLTO di piú. I’m with you honey ;)

  6. Grazie.
    Grazie davvero, perché in te ho trovato una persona nella quale rispecchiarmi… forse tutte le ex-anoressiche-neo-bulimiche fanno percorsi mentali simili ad un certo punto… però non tutte hanno “le palle” (scusa il francesismo xD) per scriverne come fai tu!
    È di conforto enorme per me sapere che forse non sono così pazza come credo… che tante delle cazzate fatte sono indotte dalla malattia… anche sapere che una tipa tosta come te combatte ogni giorno contro la bulimia.. conforto sollievo speranza ecc ecc… qualcuno che scrive le cose come stanno!! grazie per tutto questo!

  7. Penso che “Roma non sia stata costruita in un giorno” ma per esperienza (non personale ma professionale) so che il primo mattone, fondamentale, su cui poggia il processo di guarigione è la consapevolezza.
    Da lì si parte e, giorno dopo giorno, passo dopo passo, capitolo dopo capitolo si va avanti, rafforzandosi e rinforzandosi di ogni vittoria.
    Mi pare evidente che oltre ad essere una persona molto determinata (è tutt’ altro che facile rompere l’ alleanza col disturbo) tu abbia anche tantissime altre risorse, sia intellettive che affettive e sono piuttosto convinta che, proprio grazie a loro, riuscirai a fronteggiare questo percorso nel migliore dei modi.
    Continua così e non mollare mai.
    In bocca al lupo! 🙂

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