Vegetariani, vegani e le mille forme di un’ossessione alimentare

Io sono vegetariana. Ho smesso di mangiare carne 10 anni fa: l’ho fatto per ragioni etiche, perché credevo che non acquistando carne avrei contribuito a scoraggiare allevamenti intensivi, crudeltà sugli animali e via dicendo. Ma l’ho anche fatto in concomitanza con l’inizio dell’anoressia, e non credo sia stato un caso.

Non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegetariano, o vegano, o evitare certi alimenti perché poco salutari. Non c’è nulla di sbagliato nel fare le proprie scelte alimentari secondo una certa ideologia. Il problema sorge quando quell’ideologia va a mescolarsi con un’ossessione, come il disturbo alimentare, e finisce per diventare un ennesimo strumento della malattia.

Il disturbo alimentare non si presenta sempre e solo come una fissazione con la magrezza. Personalmente credo che non sia corretto, quando si determina il nucleo psicopatologico, ovvero le radici della malattia, dare la priorità alla fissazione con la magrezza; quando in realtà, a parer mio, il disturbo alimentare è principalmente una fissazione con il cibo. La magrezza, in molti casi, viene dopo. Il disturbo alimentare è prima di tutto un gioco perverso con quello che si mangia, una forma di autolesionismo che passa attraverso l’alimentazione.

Se consideriamo la fissazione con il cibo come fondamento del nucleo psicopatologico dei dca, le scelte alimentari ideologiche fanno presto ad apparire sospette. Sono moltissime le persone con disturbi alimentari che diventano vegetariane, che scoprono intolleranze al lattosio o al glutine, che prediligono alimenti biologici ed evitano prodotti industriali e confezionati. Nove volte su dieci si tratta di una deformazione del dca.

Non sto dicendo che queste persone fingono di essere vegetariane, o intolleranti, o salutiste, come ovvia scusa poter così mangiare meno e dimagrire. Cioè, a volte sì, fingono: mi è capitato un migliaio di volte di usare qualche sconosciuta allergia per rifiutare una pietanza, così come mi è tornato comodo essere vegetariana per saltare cene a base di pesce o grigliate. Però non ero affatto diventata vegetariana solo per poter mangiare meno. Avevo letto tutti gli opuscoli degli animalisti, avevo studiato i dati delle emissioni di CO2 degli allevamenti, avevo fatto una scelta fondamentalmente etica. Allo stesso modo, molte di quelle anoressiche o bulimiche che si reputano intolleranti al lattosio o al glutine hanno veramente avuto delle infiammazioni quando hanno mangiato un formaggio o un panino, e quelle che comprano solo prodotti biologici o macrobiotici credono davvero di farlo per la propria salute o per l’ambiente.

Ma anche se velate dalle migliori intenzioni, per una persona con dca queste scelte sono di derivazione patologica. Nascono dalla fissazione con il cibo, e dalla percezione del cibo come una sostanza pericolosa, che va controllata, va studiata e va poi selezionata cautamente per evitarne gli effetti nocivi. L’attenzione verso l’alimentazione diventa estrema, fatta di regole ferree e della fobia di trasgredirle. Queste regole possono essere dietetiche, attribuite al desiderio di perdere peso, così come possono essere etiche, salutiste o quant’altro. Quello che hanno in comune è che portano tutti ad evitare cibi o intere categorie nutrizionali.

Dopotutto esiste un disturbo alimentare che si chiama ortoressia, e si manifesta come l’ossessione di ingerire solo prodotti sani, senza però cercare di perdere peso. Diciamo che, per una persona anoressica o bulimica, è facile che scelte come il vegetarianesimo o le intolleranze o il biologico siano componenti ortoressiche all’interno di un altro disturbo alimentare.

Mi sono accorta che il mio essere vegetariana non era sano quando il mio dietista mi ha chiesto di assaggiare mezza forchetta di tonno. Anche se era contro i miei principi, diceva lui, era solo mezza forchetta, per fare una prova, poi non l’avrei mangiato mai più. Mezza forchetta di tonno non avrebbe compromesso la fauna marina. E poi io non ero una di quelle che predicava il vegetarianesimo, mi capitava a volte di comprare la carne per i famigliari, a volte pure di prepararla. Che sarà mai una mezza forchetta di tonno. Ma, ovviamente, mi è salito il panico. Non il disgusto, il panico: una fobia irrazionale di spezzare quella mia regola in piedi ormai da dieci anni, di provare un cibo che avevo battezzato come malvagio. Sapevo che il sapore del tonno mi piaceva, ma avevo la nausea al pensiero di ingerirlo. E mi sono rifiutata. E anche se oggi credo ancora nell’etica di una scelta vegetariana, so che, nel mio caso, l’etica era guidata dalla malattia.

Di conseguenza, credo che queste scelte alimentari ideologiche siano di intralcio al processo di guarigione. In altre parole, non si può guarire dalla bulimia e rimanere vegetariani; o almeno, sarebbe sconsigliato. Queste forme di ‘alimentazione speciale’, sebbene non creino problemi a chi non soffre di dca, ostacolano un processo di alimentazione spontanea, deregolamentata, a cui dovrebbe aspirare chi sta uscendo da anoressia o bulimia. Si fa un passo alla volta, certo, e non si ricomincia a mangiare bistecche da un giorno all’altro: ma un po’ alla volta, con il tempo, bisogna cercare di abbattere tutte le fobie legate al cibo, anche quelle di origine etica. C’è sempre tempo poi, una volta raggiunto equilibrio e flessibilità, di fare tutte le scelte nutrizionali che ci paiono più conformi alla nostra ideologia.

Alla fine non vale la pena salvare tutti i tonni del mare se questo implica rimanere infognati per tutta la vita in un disturbo alimentare.

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Una poesia di sofferenza sui nostri disturbi alimentari

Chi sono i visitatori di Trappola per Topi 2? Quando avevo da poco aperto il blog, avevo scritto un articolo tragicomico sulle keywords Google con cui molti utenti arrivavano ai miei post. E ne erano uscite robe interessanti: ‘porno con topolini’, per esempio, era piuttosto quotata, e c’era anche chi cercava ‘come farsi un clistere in campeggio’ oppure il ‘pacco del dottor Jessen’.

Poi che ne so io, Google è migliorato, il blog si è ottimizzato; fatto sta che le cose non stanno più così. Ho ricontrollato in questi giorni la lista dei termini di ricerca, e invece di trovarci le keywords di qualche rimbecillito, ci ho trovato un universo di sofferenza.

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In quella lista di parole senza paratassi si legge tutta l’angoscia di chi soffre di un disturbo alimentare. L’angoscia come la mia, la nostra angoscia. L’isolamento, le domande che non si possono fare a nessuno, la frustrazione del fallimento, la paura. Leggendo sembra quasi di vederci, decine di persone che supplicano lo schermo di un computer di spiegare loro che cazzo gli stia succedendo, tutte queste persone che hanno appena finito di vomitare, che hanno fame ma non lo sanno, che stanno male.

Riporto qui sotto un pezzo della lista. Sembra, davvero, una macabra poesia.

ragazza troppo magra malattie

non riesco a non abbuffarmi

voglio vomitare mi hanno detto che sono ingrassata

la mia ragazza ha di nuovo disturbi alimentari

dopo quanto tempo il dentista può vedere che sei bulimica

chi esce dal l’anoressia sente di nuovo il senso della fame

un’anoressica quando va fuori mangia?

necessità di punirsi dopo aver mangiato troppo

bulimia fisico distrutto

nascondere un dca

passata dall’anoressia il mio corpo non riconosce più i cibi

disturbo alimentare spendere tutti i soldi mangiando

bulimia e dipendenza

disturbi alimentari confessarsi con un amica

ricascata nel dca

studiare con anoressia

quante calorie si perdono vomitando

come guarire dai disturbi alimentari?

consapevole di morire per anoressia

bulimia conseguenza dopo dieci anni

accettare il corpo dopo anoressia

il mio bimbo ha 17 mesi e io sono bulimica

le coccole di un ragazzo fanno bene per le bulimia

come guarire dai disturbi dell’alimentazione

bulimia dolori addominali

viso bulimico

vita e corpo distrutto dalla bulimia

anoressia da quando avevo 10 anni

se si guarisce dalla bulimia migliora l’osteoporosi?

vomitare un po d’anima

cocaina per combattere la bulimia

pasticca post abbuffata

bulimia problemi intestino

ancora crisi bulimica

dopo che vomito sto bene

esami dopo bulimia

mangio fino a scoppiare e dormo

bolle lingua e unghia rotte

sono bulimica e bevo

i disturbi alimentari impediscono di lavorare come poliziotti

se mia figlia vomita bulimia

recuperare capelli dopo bulimia

la mia ragazza ha dei segni sulle nocche

ho ripreso ad abbuffarmi

bulimia e perdita sangue

uscirò mai dalla bulimia

Cazzo, non ci meritiamo tutto questo. Ci meritiamo di guarire.

Il Caos di una Vita con la Bulimia

Non si può soffrire di Bulimia e comunque vivere una vita tranquilla e serena. Qualche tempo fa parlavo di Bulimiche funzionali, persone che riescono a tenere in piedi una vita normale anche con un disturbo alimentare. Rimango dell’idea che questa Funzionalità esista, io per prima ho convissuto per molti anni con il mio disturbo alimentare; ma è un compromesso fra la Bulimia e la vita vera, nonché una Funzionalità precaria e faticosa.

Precaria, perché potresti prenderci la mano e trovarti in ricovero, come è successo a me. Faticosa, perché la Bulimia riesce talmente a scombinare la vita normale che fingere di averne una diventa una fatica d’Ercole. Non parlo solo di tutte quelle cose a cui devi rinunciare per assecondare il tuo Disturbo Alimentare, come le gite al mare o i fidanzatini innamorati. Parlo della confusione. Il caos. Perché la Bulimia crea caos, e ogni fatto della vita è come tenere in piedi una casa di paglia sotto il vento. Per gli altri, una banalità; per la bulimica, una lotta.

La confusione bulimica nasce per prima cosa nel regime alimentare. Oscilliamo fra restrizione ed eccesso, con abbuffate violente e incontrollate, senza regolarità né abitudine. E visto che il cibo è il primo determinante della salute psico-fisica, quando il nostro regime alimentare è dominato dal caos tutto il resto segue a ruota.

Per prima cosa, il nostro corpo. Il ciclo sonno-veglia è incostante: mangiamo troppo e dormiamo 15 ore, digiuniamo e passiamo notti insonni, non ci addormentiamo mai alla stessa ora, ci svegliamo più volte, sempre con delle occhiaie profonde.

Oltre al sonno, la stessa malnutrizione ci lascia in bilico fra stanchezza cronica e picchi di energia.  Ci sono giorni in cui non riusciamo ad alzarci, perché abbiamo vomitato troppo o perché non abbiamo mangiato abbastanza. Poi ci parte l’adrenalina da digiuno o ci decidiamo a mangiare, e subito siamo iperattive e vorremmo fare seimila cose.

Come accade in tutte le persone malnutrite, il regime alimentare domina anche il nostro umore. Così passiamo dalla depressione alla rabbia ad un’allegria e un’adrenalina inspiegabili. Facciamo difficoltà a capire come sia davvero la nostra personalità, e ci descriviamo semplicemente come persone volubili.

Infine, c’è la confusione pratica e materiale di una vita all’insegna delle abbuffate. Le abbuffate sono più importanti di qualsiasi cosa, e quindi ti fanno cancellare appuntamenti, te ne fanno dimenticare altri. Una persona bulimica è incasinata. E’ come se il casino di quello che si ingerisce non facesse che ricalcare un casino che esiste nel cervello tanto quanto nella routine, o viceversa. Così, una persona bulimica è imprevedibile e inaffidabile. E così, è in perenne lotta con le più semplici banalità.

Mi vengono in mente vari episodi, della mia vita da bulimica funzionale. Tornavo dal lavoro alle 7, mi dicevo “non mi abbuffo” ma poi alle 10 correvo fuori al supermercato e andavo avanti ad abbuffarmi fino a notte fonda. Dormivo 3 ore, tornavo al lavoro, ero sfinita, gonfia, riuscivo a malapena a fare le 8 ore. Anche se la sera avevo un appuntamento lo cancellavo, tornavo a casa a dormire ma finivo coll’abbuffarmi di nuovo. Poi per qualche giorno mi rimettevo in sesto, e ricominciavo la restrizione. Per non abbuffarmi mi costringevo a stare fuori di casa, ero iperattiva: trovavo ragazzi con cui uscire, mi iscrivevo a qualche corso, prendevo un nuovo incarico al lavoro. Fino all’abbuffata seguente, che non si faceva aspettare mai più di una settimana. Allora di nuovo cancellavo ogni impegno, smettevo di rispondere ad amici e ragazzi, e facevo schifo al lavoro. Un eterno tour de force, scandagliato da tentativi di vivere una vita meravigliosa e dalla dolorosa incapacità di farlo. La peggiore incostanza. Un casino.

Dicono che guarendo dalla Bulimia si trovi uno straccio di equilibrio e di ordine. Non si risolvono magicamente tutti gli sbalzi d’umore e non ci si rifugia in un perfetto benessere; dopotutto gli alti e bassi fanno parte della psiche umana, non solo bulimica.

Ma certo se c’è una motivazione che mi spinge a volermi liberare da questo cazzo di disturbo è quella di diventare una persona un po’ più affidabile per chi mi è intorno. E un po’ più stabile per me stessa, anche, così da non dover aver problemi a iscrivermi a un corso di yoga, a fare un’amicizia, ad accettare una promozione, e da poter contare un po’ di più sulla mia capacità di vivere.

Il problema del BMI, o Indice di Massa Corporea

Voglio lanciare una campagna e voglio che le formule per misurare il BMI, o indice di massa corporea, vengano tolte da tutti i siti web che parlano di disturbi alimentari.

 

Le neo-femministe sostengono che il BMI è una cazzata perché siamo belle a tutte le taglie e si può essere grassi e sani e perché il BMI funziona solo con una certa categoria di persone caucasiche dall’ossatura media.

disturbi alimentari bmi indice massa corporea

Io, che sono una neo-femminista, non sono d’accordo.

Il BMI è un indicativo dello stato del peso, per niente preciso, ma almeno che definisce ballpark, un più o meno. E’ un indicativo per i medici; cioè per persone che conoscono il tuo stato di salute generale, la tua alimentazione, le tue abitudini sportive, e usano il BMI insieme a mille altri test per definire se sei sano o meno. Il BMI è un buon indicativo per il tuo terapeuta, che se ti ha visto pesare 30kg capirà che un BMI di 17 per te è un grande progresso. O che, se finalmente hai smesso di abbuffarti e vomitare, se ne fregherà se hai un BMI un tantino sovrappeso.

Non è un indicativo perfetto. Spopolano in Internet foto di ragazze in forma che hanno un BMI alto solo perché sono super-muscolate. O che anche se hanno la ciccetta e risultano sovrappeso, sono sane e felici della loro vita e allora vaffanculo al BMI. Se vi interessa, il BMI project ne è un esempio affascinante.

bmi atleti

Ma soprattutto: il BMI non è assolutamente un buon indicativo per te che soffri di un disturbo alimentare. Se per un normomangiante il BMI è un po’ una cagata, per una persona con DCA il BMI è un serio trigger, e potenzialmente un ostacolo alla terapia.

Primo: perché puoi avere un disturbo alimentare a qualsiasi peso. Non è che vai sotto i 18 di BMI e allora improvvisamente sei anoressica. Quindi il BMI non serve a un cazzo nell’autodiagnosi di un disturbo.

Secondo: perché se sei troppo sottopeso, o se stai calando di peso molto velocemente, te lo si vede sullo scheletro, non c’è bisogno di andarlo a chiedere a un numero. Il BMI non si può considerare un warning sign.

Terzo:perché se ci affidiamo solo al BMI per diagnosticare un disturbo alimentare, allora cadiamo nel paradigma ‘non abbastanza malata finché non è troppo tardi’. Si è sempre abbastanza malati, non è necessario raggiungere un certo livello di sottopeso.

Quarto, e più importante: per una persona con un disturbo alimentare, il BMI è solo un altro modo per misurare in cifre il proprio valore. Esattamente come il numero sulla bilancia. Invece che un semplice indicatore di forma fisica, si carica di un significato emotivo pericoloso. Per una persona con un disturbo alimentare, il BMI è sempre e comunque un indicatore di grassezza e la speranza è quella di vederlo calare, al di sotto del sovrappeso, al di sotto del normopeso, al di sotto del nulla.

Per questo spero che tutte le varie pagine sui disturbi alimentari tolgano l’applicazione di calcolo BMI. Sarebbe bello che scomparisse dalla rete, ma questo non è possibile; e le varie anoressiche e bulimiche andranno a trovarselo in qualche altra pagina e non smetteranno certo di calcolarsi il BMI. Però credo sia importante rompere l’associazione fra disturbi alimentari e indice di massa corporea. Credo sia importante sostenere che ‘non sei un numero’, neanche uno di BMI, e che il tuo BMI non ha niente a che vedere con il tuo diritto di ricevere delle cure. A me hanno spiegato che la guarigione passa dal concentrarti un po’ più su di te e un po’ meno sui calcoli, che siano di chili, di calorie o di BMI.

Quindi l’appello, per i seguenti siti, di togliere l’applicazione BMI: Anoressia-Bulimia, Disturbi Alimentari Veneto, CEDIFCESTEDAPCentro di Riabilitazione UOL AIDAP e anche ai vari studi di psicologi quali Libera-mente e Dr Marsia Bambace.  E a tutti gli altri, che nascondono la formula del BMI fra i criteri diagnostici, invitando all’auto-diagnosi.

Volete che la gente si auto-diagnostichi i DCA? Ci sono altri strumenti per fare screening, vedi questo test dell’americana National Eating Disorder Association.  Senza contare che, a parere mio, se una persona è imparanoiata col cibo abbastanza da fare un test sui DCA o chiamare uno psicologo, allora di solito un disturbo alimentare ce l’ha.

Cavate quella cavolo di formula dalle vostre pagine web.

Se non fossi bulimica lo farei? Ricostruire una vita senza la Bulimia

Nei primi tempi del mio disturbo alimentare, le mie crisi bulimiche erano sporadiche e inaspettate, come fulmini nel cielo sereno della mia normale vita di tutti i giorni. Ma poi la bulimia ha iniziato a diventare quotidiana, e le regole e le fobie bulimiche hanno lentamente assorbito quella che prima era la mia vita normale. Con il passare degli anni, ho iniziato a organizzare la mia vita in base alla bulimia.

E’ stata una tecnica spontanea di auto-sopravvivenza. Avendo accettato l’onnipresenza della bulimia nella mia vita, e sapendo che alcune situazioni sarebbero state triggering o difficili da gestire a causa dei miei pensieri bulimici, ho cominciato ad evitarle.

Ho cominciato a non andare in vacanza con amici per lunghi periodi di tempo, perché sapevo che ad un certo punto avrei avuto una crisi e non avrei potuto sfogarla. Poi ho smesso anche di partire per il weekend, perché non sapevo gestire sei pasti di seguito in compagnia. Ho smesso di fare sport di squadra o qualsiasi sport che richiedesse la mia presenza settimanale, perché se mi fossi abbuffata avrei saltato lezione. Ho abbandonato molti hobby, dalla musica alla lettura, perché tanto ogni momento libero del mio tempo era dedicato ad abbuffarsi e vomitare. Mi sono trasferita e, invece di andare a vivere con amici, ho scelto una casa con dei coinquilini che non facessero troppe domande e con un bagno privato a cui accedere. Ho rinunciato al romanticismo, scegliendo storie senza amore e senza impegno, per non dover spiegare il mio disturbo alimentare e non dover costringere qualcuno a convivere con la mia malattia. E anche per non aver qualcuno a cui rendere conto di cosa avevo fatto quel sabato che avevo passato ad abbuffarmi. Ho fatto queste scelte perché se non le avessi fatte avrei dovuto affrontare il disagio di una bulimia scomoda, costruire castelli di bugie, e non sarei riuscita a nascondermi.

L’esperienza mi aveva insegnato che non c’è niente di peggio di abbuffarsi in un giardinetto pubblico e poi tornare a casa dal tuo ragazzo che ti aspetta; e quindi avevo dovuto modellare la mia vita in modo che non risuccedesse mai più.

Ma così facendo, scelta dopo scelta, ho lasciato sempre più spazio alla bulimia, normalizzandola e rendendola un elemento portante. Ho permesso che la bulimia erodesse lentamente la mia vita; e così mi è rimasto così poco ‘altro’ che una vita senza disturbo alimentare ha cominciato a sembrarmi vuota, nonché impossibile. Dopo 10 anni passati a rinunciare e sacrificare alla bulimia, senza bulimia non avrei avuto nulla e non sarei stata nulla. Dopo 10 anni, io ero solo una bulimica. Per questo è così difficile pensare veramente di poter guarire, dopo così tanto tempo, e per questo è così difficile voler veramente guarire. Perché ormai non si riesce più ad immaginare un’alternativa.

Ho capito quindi che per poter iniziare a stare meglio avrei dovuto iniziare a ricostruire la mia vita. Ma sopratutto, avrei dovuto costruire una vita che non ruotasse attorno alla bulimia, di cui avrebbero fatto parte tutte quelle cose che avevo eliminato a causa della mia malattia. E questo significava fare scelte che, all’inizio, mi avrebbero messo terribilmente a disagio e che probabilmente mi avrebbero riportato ad abbuffarmi in qualche giardinetto pubblico. Ma anche scelte che avrebbero lasciato sempre meno terreno alla bulimia, che in qualche occasione pratica mi avrebbero impedito di abbuffarmi, ma soprattutto che mi avrebbero lentamente fatto riscoprire tutte quelle cose a cui avevo rinunciato. E forse mi avrebbero ricondotto ad una vita un po’ più piena e un po’ più vera.

Come diceva il mio psichiatra, ogni volta che dovevo prendere una decisione mi sarei chiesta “Se non fossi bulimica lo farei?” e poi avrei agito di conseguenza, affrontando le difficoltà piuttosto che evitarle. Partendo dalle piccole cose, ovviamente.

Sarei stata a casa da sola a leggere un libro – anche se non riesco a concentrarmi sulla lettura perché poi penso al cibo, e se sono a casa da sola poi sicuro che finisco ad abbuffarmi. Mi sarei iscritta ad un corso di yoga – anche se poi mi sento grassa, e poi l’insegnante ti tocca, e ti guardi allo specchio per due ore, e poi se mi abbuffo non ci vado. Avrei passato un weekend al mare – cioè più di 48 ore circondata di persone, che vogliono che io mangi insieme a loro, e poi devo stare in costume, e poi stiamo in campeggio e non c’è un posto dove vomitare in pace.

E’ stata durissima. Perché se non fossi stata bulimica sarebbero state cose piacevoli; ma io sono ancora bulimica. Così sono stata a casa a leggere e al terzo capitolo del romanzo sono corsa ad abbuffarmi, ho saltato metà delle lezioni del corso di yoga e ho vomitato in una latrina del campeggio.

Però ho anche letto due capitoli di uno splendido romanzo, ho fatto metà lezioni del corso di yoga e ho trascorso un weekend con degli amici meravigliosi. Magari la prossima volta riuscirò a leggere tre capitoli del romanzo, invece che due; e magari non passerò la mia vita con il rimpianto di tutte le cose che non ho mai avuto il coraggio di fare, a causa del mio DCA.

Purtroppo i disturbi alimentari non passano da un giorno all’altro e non passano appena decidi di farli passare; ma, non potendo decidere di guarire, si può decidere di metterli in secondo piano. Trovare altre priorità, nella vita. Ancora non mi è dato sapere se io posso effettivamente guarire del tutto, ma credo di poter relegare la bulimia in un compartimento sempre più piccolo. Che con il tempo le cose che adesso mi mettono molto a disagio diventeranno sempre più facili e sempre più naturali; perché alla fine noi siamo creature abitudinarie, e come mi sono abituata a infilarmi le dita in gola posso abituarmi a leggere un romanzo in pace. E lentamente, un po’ alla volta, riscoprire tutte quelle cose che mi piace fare e ritornare ad essere la persona che sarei senza la bulimia.

Speriamo.

Tutti quei Romanzi sui Disturbi Alimentari

Mi hanno chiesto di consigliare un libro sui disturbi alimentari. E io, beh, proprio non so.

Non leggo quelle autobiografie sui disturbi alimentari – tipo Briciole o Unbearable Lightness o checcazzo ne so io. Per carità: raccontate la vostra storia, che parlare in prima persona dei disturbi alimentari è cosa buona è giusta. Mi è stato detto che alcuni sono scritti proprio bene. Wasted, di Maria Hornbacker, dicono che sia un capolavoro.

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Ma non è il mio genere. Per due motivi.

Primo: è deprimente. La storia la so già, grazie mille, “ragazza intelligente salta un pasto, ne salta un’altro, fa la giravolta, e pum! in ospedale”. Oh, la patetica storia della mia vita. Mi scuserete se non ho un cazzo di voglia di leggerla nella biografia di qualcun altro.

Secondo: è noioso. I disturbi alimentari sono noiosi. A meno che tu non abbia fame, e allora in quel caso passi il tempo ad ossessionarti di qualsiasi cosa parli di cibo, incluso il flusso di coscienza di qualcuno che calcola ogni proteina e ogni centimetro di grasso.

Non si può fare di tutta l’erba un fascio e quindi non si possono giudicare questi libri en général, senza differenziarli in base ai contenuti. Ma c’è un filo comune, in questa schiera di romanzi, e ci sono delle considerazioni che ci tengo a fare, domande che ci tengo a porre.

disturbi alimentari romanzi anoressia

A cosa servono questi libri? Che effetto hanno?

Chi scrive questi romanzi lo fa per se stesso. Come catarsi personale. Le anoressiche e bulimiche in terapia scrivono à la Coscienza di Zeno, perché hanno sempre sognato di scrivere un romanzo ma l’unica cosa di cui sanno abbastanza da farci un libro è il loro disturbo alimentare. Un po’ come me con questo blog.

Chi legge questi romanzi… Beh, tanti di coloro che leggono hanno un disturbo alimentare. Sono altre anoressiche e bulimiche, meno letterate, che leggono perché hanno bisogno di sapere che qualcuno è tanto fuori di testa quanto loro, e perché hanno bisogno della loro dose di ED porn. Un po’ come voi con questo blog.

Molti benpensanti si preoccupano che questi libri insegnino come essere anoressiche; vedi l’articolo di Tara Parker-Pope sul New York Times. Cazzate, a mio parere. Lascia che ti spieghi, cara Tara: l’anoressia non si può insegnare. Possono essere storie trigger, certo, ma il mondo è fatto di trigger, non li si può censurare tutti. E’ così che un disturbo alimentare ti frega.

Poi c’è il grande pubblico. Chi legge questi romanzi e non ha un disturbo alimentare, e li legge per piacere, un po’ come io mi leggo le biografie delle giovani escort. Per queste persone, queste storie sono una finestra su una mente disturbata. Dando una voce al soggetto malato, invitano il lettore a immedesimarsi e comprendere.

Funzionano? Non ne ho idea.

Secondo Claire Hennessy, autrice di un articolo che ho trovato molto interessantequesti romanzi suggeriscono “che i disturbi alimentari sono malattie per giovani donne che non hanno altro di cui preoccuparsi”.

La Hennessy salva Wintergirls, salva Not Otherwise Specified. Ma, in generale, dice che molti di questi romanzi ricalcano la storia della ragazza che indulge in un’anoressia fatta di noia e di vanità. Dice che romanzando le vite delle protagoniste, tendono ad omettere la complessità del problema. Dice che parlano di sintomi, non di malattie.

Basta guardare i titoli. Non facciamo che ripeterci come i disturbi alimentari non siano solo un problema di cibo e di peso, ma poi i libri che ci raccontano s’intitolano Thin, Unbearable LightnessWasted. Mettono in copertina ragazze che salgono sulla bilancia e fissano il loro scheletro allo specchio. Ricopiano la patologia mediatica, forse per fare audience, e fanno di un disturbo uno stereotipo. Secondo Claire Hennessy, il pubblico che legge queste storie non può che continuare ad immaginare i disturbi alimentari come un oceano di giovani scheletrine che si piangono addosso.

In effetti. In effetti se io penso che questi libri siano noiosi è perché non mi aspetto niente di più di: “ragazza intelligente salta un pasto, ne salta un’altro, fa la giravolta, e pum! in ospedale”. Non una profonda e complessa vicenda umana: l’ennesima lagna di 300 pagine, il classico sensazionalismo, la storia standard dell’anoressica da copertina.

Ogni storia merita di essere raccontata, per carità. La Hennessy generalizza, io generalizzo, e molti di questi libri sono probabilmente più intelligenti di quanto io creda. Solo che mi piacerebbe che si esplorasse magari un nuovo genere letterario. L’autobiografia a flusso di coscienza non è detto sia il modello migliore, troppo realista, troppo forse un tentativo di spiegare in maniera razionale un disturbo fondamentalmente irrazionale. Per questo mi piace così tanto The Skinnyperché esprime il tragico attraverso il comico. Mi piacerebbe vedere nuove forme d’espressione, nuove voci alla ricerca di una maggiore complessità; magari ci sono, magari devo ancora scoprirle. In fondo l’unico modo efficace di raccontare qualcosa, un fenomeno, un disturbo, è con una creativa polifonia.

Sentirsi Grassa

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Oh, la cara vecchia Dismorfofobia. O Body Dysmorphic Disorder, Disturbo di Percezione Corporea. Quella che sei uno stecchetto e nello specchio ti vedi obesa, quella che ha nutrito centinaia di grafiche di brochure sui Disturbi Alimentari.

Nelle brochure sull’anoressia, il Disturbo da Percezione Corporea è spesso un modo facile e veloce per spiegare la pulsione alla restrizione e al digiuno. Se davvero ci fosse un corto circuito da qualche parte fra cervello e nervo oculare, e la persona in questione si vedesse davvero sovrappeso anche a 40kg, allora non sarebbe difficile capire perché non mangia. Si vede grassa, indi vuole dimagrire. Ecco spiegata l’anoressia, ecco spiegati i disturbi alimentari. E’ un problema di vista.

Balle. 

Parecchio tempo fa avevo scritto un post sul BDD, sostenendo la tesi che nessuna anoressica-scheletro si vede veramente obesa; solo che non si vede neanche troppo magra. Se si guarda allo specchio sa benissimo di essere un mucchietto di ossa ma, somatizzando il disagio psicologico nel desiderio di dimagrire, pensa di poter perdere ancora un 500g di grasso dai fianchi.

Fermo restando che ogni disturbo alimentare è a sé, e che quindi sì, magari c’è anche chi nello specchio vede un pallone obeso, rimango dell’idea che il BDD non giustifichi indistintamente tutte le pulsioni anoressiche.

Quindi il Body Dysmorphic Disorder sarebbe una cagata? Le anoressiche che si lamentano di essere grasse stanno tutte dicendo balle?

No.

Solo che forse la metafore dello specchio non c’entra. Forse non bisogna chiamarlo Disturbo di Immagine Corporea ma piuttosto Disturbo di Percezione Corporea. Perché, secondo la mia esperienza, le anoressiche e tutti quelli con un disturbo alimentari non si vedono grasse nello specchio, ma invece si sentono grasse.

Sentirsi grasse. Non alla vista, forse più al tatto, ma non esattamente. Sentirsi grasse è come una sensazione interiore, ma non è un’emozione; è come un sesto senso. E’ sentire di avere il viso gonfio, sentire i vestiti che stringono sul corpo, il seno che pesa, uno strato di grasso attorno alla vita; ma non soltanto questo.

Sto cercando un paragone adatto. Diciamo che ci si sente grassi un po’ come si sente di avere la pelle secca: è una sensazione fisica, epiteliale, si ha la percezione fisica che il grasso esista anche quando non c’è. Allo stesso tempo sentirsi grassi ha un impatto psicologico, a differenza della pelle secca. Forse un po’ sentirsi grassi è un po’ come sentirsi stanchi, o avere un forte mal di testa; e così, a partire da quella che è una sensazione puramente fisica, cambia anche lo stato d’animo e il comportamento. Come quando ci si sente stanchi si vuole andare a dormire, quando ci si sente grassi si vuole correre a nascondersi.

Una persona con DCA non si sente grassa come si sente grasso un normo-mangiante dopo il pranzo di Natale; è piuttosto come un normo-mangiante dopo due settimane di stipsi. E’ una sensazione di fastidio costante, un’ossessione che domina ogni aspetto della giornata, che condiziona lo stato d’animo, il modo di comportarsi e di relazionarsi con gli altri. Per una persona con DCA, sentirsi grassa ha molte più implicazioni di quante ne dovrebbe avere una condizione fisica: sentirsi grassa vuol dire essere inadeguata, vergognosa, indecente, non poter uscire di casa, non potersi divertire o essere felice, essere stupida, incapace, antipatica.

Sentirsi grassa, in breve, è una somatizzazione del senso di disagio che è alla base del disturbo alimentare. E’ la metafora corporea di un malessere e di un odio verso se stessi. In pratica, ci sembra di essere inadeguate perché ci sentiamo grasse; invece ci sentiamo grasse perché ci sentiamo inadeguate. Sentirsi grassa è il linguaggio che una persona con DCA usa per vivere le proprie emozioni.

Per questo motivo il peso effettivo conta poco, così come conta poco l’immagine allo specchio, distorta o meno. Ci si può sentire grassi a 70 come a 40kg; ci si può sentire grassi un giorno e poi il giorno dopo sentirsi a posto, pur sapendo di non aver perso 10kg dalla sera alla mattina.

E per questo motivo le pulsioni verso la restrizione e il dimagrimento sono così forti, tanto da farci rischiare la vita pur di perdere peso. Visto che per una persona con DCA sentirsi grassa è molto più che una questione di aspetto fisico, perdere peso è un fattore necessario per sentirsi meglio e ricominciare a vivere la propria vita. D’altronde, se la me-grassa è inadeguata, stupida e asociale, allora la me-magra deve necessariamente essere simpatica, brillante, affascinante; e dimagrendo posso liberarmi del mio disagio e diventare la persona che voglio essere. O almeno quella è l’illusione.

La verità, ovviamente, è tutt’altra.

La verità è che si può essere simpatici, brillanti e affascinanti a qualsiasi peso, e che la grassezza non ha niente a che vedere con la nostra personalità e con il modo in cui ci comportiamo con gli altri; o meglio, se ce l’ha, è solo nella nostra testa.

La verità è che somatizzare il disagio nel proprio corpo lo rende tangibile, e perdere peso sembra un modo facile per gestire le proprie emozioni; ma non è un modo per risolverle e così il disagio continuerà a qualsiasi peso. Che con un DCA si continua a sentirsi grassi fino al giorno in cui si muore per denutrizione.

Personalmente, mi è stato molto utile capire che il sentirmi-grassa non era una percezione ma un by-product del mio disturbo alimentare. La sensazione, vi assicuro, è molto realistica, fisica, e certo l’intestino pigro e il reflusso da bulimia non aiutano; quindi c’è voluto un bel po’ per convincermi che era una fregatura. Non che abbia smesso di sentirmi grassa, al contrario: solo che ora mi ripeto come un mantra che è tutto nella mia testa, che per gli altri sono sempre la stessa persona e cerco di comportarmi come se la sensazione non ci fosse.

Piccole accortezze aiutano, per distogliere l’attenzione dal grasso immaginario. Per primi: i leggings, che invece di comprimere il tuo ventre rigonfio, ti fasciano senza giudizio. Poi bere acqua, farsi la doccia, che per qualche ragione essere fresca e pulita mi ha sempre fatto sentire meglio, stare fuori di casa, passeggiare.

Piccole accortezze, e poi un buon regime alimentare, e poi un buon terapeuta. Che la cosa più importante per superare la sensazione di sentirsi grassa è saper distinguere fra il proprio grasso e le proprie emozioni e la propria identità.

Come dice lo slogano pro-recovery: fat is not a feeling.