Una poesia di sofferenza sui nostri disturbi alimentari

Chi sono i visitatori di Trappola per Topi 2? Quando avevo da poco aperto il blog, avevo scritto un articolo tragicomico sulle keywords Google con cui molti utenti arrivavano ai miei post. E ne erano uscite robe interessanti: ‘porno con topolini’, per esempio, era piuttosto quotata, e c’era anche chi cercava ‘come farsi un clistere in campeggio’ oppure il ‘pacco del dottor Jessen’.

Poi che ne so io, Google è migliorato, il blog si è ottimizzato; fatto sta che le cose non stanno più così. Ho ricontrollato in questi giorni la lista dei termini di ricerca, e invece di trovarci le keywords di qualche rimbecillito, ci ho trovato un universo di sofferenza.

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In quella lista di parole senza paratassi si legge tutta l’angoscia di chi soffre di un disturbo alimentare. L’angoscia come la mia, la nostra angoscia. L’isolamento, le domande che non si possono fare a nessuno, la frustrazione del fallimento, la paura. Leggendo sembra quasi di vederci, decine di persone che supplicano lo schermo di un computer di spiegare loro che cazzo gli stia succedendo, tutte queste persone che hanno appena finito di vomitare, che hanno fame ma non lo sanno, che stanno male.

Riporto qui sotto un pezzo della lista. Sembra, davvero, una macabra poesia.

ragazza troppo magra malattie

non riesco a non abbuffarmi

voglio vomitare mi hanno detto che sono ingrassata

la mia ragazza ha di nuovo disturbi alimentari

dopo quanto tempo il dentista può vedere che sei bulimica

chi esce dal l’anoressia sente di nuovo il senso della fame

un’anoressica quando va fuori mangia?

necessità di punirsi dopo aver mangiato troppo

bulimia fisico distrutto

nascondere un dca

passata dall’anoressia il mio corpo non riconosce più i cibi

disturbo alimentare spendere tutti i soldi mangiando

bulimia e dipendenza

disturbi alimentari confessarsi con un amica

ricascata nel dca

studiare con anoressia

quante calorie si perdono vomitando

come guarire dai disturbi alimentari?

consapevole di morire per anoressia

bulimia conseguenza dopo dieci anni

accettare il corpo dopo anoressia

il mio bimbo ha 17 mesi e io sono bulimica

le coccole di un ragazzo fanno bene per le bulimia

come guarire dai disturbi dell’alimentazione

bulimia dolori addominali

viso bulimico

vita e corpo distrutto dalla bulimia

anoressia da quando avevo 10 anni

se si guarisce dalla bulimia migliora l’osteoporosi?

vomitare un po d’anima

cocaina per combattere la bulimia

pasticca post abbuffata

bulimia problemi intestino

ancora crisi bulimica

dopo che vomito sto bene

esami dopo bulimia

mangio fino a scoppiare e dormo

bolle lingua e unghia rotte

sono bulimica e bevo

i disturbi alimentari impediscono di lavorare come poliziotti

se mia figlia vomita bulimia

recuperare capelli dopo bulimia

la mia ragazza ha dei segni sulle nocche

ho ripreso ad abbuffarmi

bulimia e perdita sangue

uscirò mai dalla bulimia

Cazzo, non ci meritiamo tutto questo. Ci meritiamo di guarire.

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Il problema del BMI, o Indice di Massa Corporea

Voglio lanciare una campagna e voglio che le formule per misurare il BMI, o indice di massa corporea, vengano tolte da tutti i siti web che parlano di disturbi alimentari.

 

Le neo-femministe sostengono che il BMI è una cazzata perché siamo belle a tutte le taglie e si può essere grassi e sani e perché il BMI funziona solo con una certa categoria di persone caucasiche dall’ossatura media.

disturbi alimentari bmi indice massa corporea

Io, che sono una neo-femminista, non sono d’accordo.

Il BMI è un indicativo dello stato del peso, per niente preciso, ma almeno che definisce ballpark, un più o meno. E’ un indicativo per i medici; cioè per persone che conoscono il tuo stato di salute generale, la tua alimentazione, le tue abitudini sportive, e usano il BMI insieme a mille altri test per definire se sei sano o meno. Il BMI è un buon indicativo per il tuo terapeuta, che se ti ha visto pesare 30kg capirà che un BMI di 17 per te è un grande progresso. O che, se finalmente hai smesso di abbuffarti e vomitare, se ne fregherà se hai un BMI un tantino sovrappeso.

Non è un indicativo perfetto. Spopolano in Internet foto di ragazze in forma che hanno un BMI alto solo perché sono super-muscolate. O che anche se hanno la ciccetta e risultano sovrappeso, sono sane e felici della loro vita e allora vaffanculo al BMI. Se vi interessa, il BMI project ne è un esempio affascinante.

bmi atleti

Ma soprattutto: il BMI non è assolutamente un buon indicativo per te che soffri di un disturbo alimentare. Se per un normomangiante il BMI è un po’ una cagata, per una persona con DCA il BMI è un serio trigger, e potenzialmente un ostacolo alla terapia.

Primo: perché puoi avere un disturbo alimentare a qualsiasi peso. Non è che vai sotto i 18 di BMI e allora improvvisamente sei anoressica. Quindi il BMI non serve a un cazzo nell’autodiagnosi di un disturbo.

Secondo: perché se sei troppo sottopeso, o se stai calando di peso molto velocemente, te lo si vede sullo scheletro, non c’è bisogno di andarlo a chiedere a un numero. Il BMI non si può considerare un warning sign.

Terzo:perché se ci affidiamo solo al BMI per diagnosticare un disturbo alimentare, allora cadiamo nel paradigma ‘non abbastanza malata finché non è troppo tardi’. Si è sempre abbastanza malati, non è necessario raggiungere un certo livello di sottopeso.

Quarto, e più importante: per una persona con un disturbo alimentare, il BMI è solo un altro modo per misurare in cifre il proprio valore. Esattamente come il numero sulla bilancia. Invece che un semplice indicatore di forma fisica, si carica di un significato emotivo pericoloso. Per una persona con un disturbo alimentare, il BMI è sempre e comunque un indicatore di grassezza e la speranza è quella di vederlo calare, al di sotto del sovrappeso, al di sotto del normopeso, al di sotto del nulla.

Per questo spero che tutte le varie pagine sui disturbi alimentari tolgano l’applicazione di calcolo BMI. Sarebbe bello che scomparisse dalla rete, ma questo non è possibile; e le varie anoressiche e bulimiche andranno a trovarselo in qualche altra pagina e non smetteranno certo di calcolarsi il BMI. Però credo sia importante rompere l’associazione fra disturbi alimentari e indice di massa corporea. Credo sia importante sostenere che ‘non sei un numero’, neanche uno di BMI, e che il tuo BMI non ha niente a che vedere con il tuo diritto di ricevere delle cure. A me hanno spiegato che la guarigione passa dal concentrarti un po’ più su di te e un po’ meno sui calcoli, che siano di chili, di calorie o di BMI.

Quindi l’appello, per i seguenti siti, di togliere l’applicazione BMI: Anoressia-Bulimia, Disturbi Alimentari Veneto, CEDIFCESTEDAPCentro di Riabilitazione UOL AIDAP e anche ai vari studi di psicologi quali Libera-mente e Dr Marsia Bambace.  E a tutti gli altri, che nascondono la formula del BMI fra i criteri diagnostici, invitando all’auto-diagnosi.

Volete che la gente si auto-diagnostichi i DCA? Ci sono altri strumenti per fare screening, vedi questo test dell’americana National Eating Disorder Association.  Senza contare che, a parere mio, se una persona è imparanoiata col cibo abbastanza da fare un test sui DCA o chiamare uno psicologo, allora di solito un disturbo alimentare ce l’ha.

Cavate quella cavolo di formula dalle vostre pagine web.

Tutti quei Romanzi sui Disturbi Alimentari

Mi hanno chiesto di consigliare un libro sui disturbi alimentari. E io, beh, proprio non so.

Non leggo quelle autobiografie sui disturbi alimentari – tipo Briciole o Unbearable Lightness o checcazzo ne so io. Per carità: raccontate la vostra storia, che parlare in prima persona dei disturbi alimentari è cosa buona è giusta. Mi è stato detto che alcuni sono scritti proprio bene. Wasted, di Maria Hornbacker, dicono che sia un capolavoro.

anorexic-books

Ma non è il mio genere. Per due motivi.

Primo: è deprimente. La storia la so già, grazie mille, “ragazza intelligente salta un pasto, ne salta un’altro, fa la giravolta, e pum! in ospedale”. Oh, la patetica storia della mia vita. Mi scuserete se non ho un cazzo di voglia di leggerla nella biografia di qualcun altro.

Secondo: è noioso. I disturbi alimentari sono noiosi. A meno che tu non abbia fame, e allora in quel caso passi il tempo ad ossessionarti di qualsiasi cosa parli di cibo, incluso il flusso di coscienza di qualcuno che calcola ogni proteina e ogni centimetro di grasso.

Non si può fare di tutta l’erba un fascio e quindi non si possono giudicare questi libri en général, senza differenziarli in base ai contenuti. Ma c’è un filo comune, in questa schiera di romanzi, e ci sono delle considerazioni che ci tengo a fare, domande che ci tengo a porre.

disturbi alimentari romanzi anoressia

A cosa servono questi libri? Che effetto hanno?

Chi scrive questi romanzi lo fa per se stesso. Come catarsi personale. Le anoressiche e bulimiche in terapia scrivono à la Coscienza di Zeno, perché hanno sempre sognato di scrivere un romanzo ma l’unica cosa di cui sanno abbastanza da farci un libro è il loro disturbo alimentare. Un po’ come me con questo blog.

Chi legge questi romanzi… Beh, tanti di coloro che leggono hanno un disturbo alimentare. Sono altre anoressiche e bulimiche, meno letterate, che leggono perché hanno bisogno di sapere che qualcuno è tanto fuori di testa quanto loro, e perché hanno bisogno della loro dose di ED porn. Un po’ come voi con questo blog.

Molti benpensanti si preoccupano che questi libri insegnino come essere anoressiche; vedi l’articolo di Tara Parker-Pope sul New York Times. Cazzate, a mio parere. Lascia che ti spieghi, cara Tara: l’anoressia non si può insegnare. Possono essere storie trigger, certo, ma il mondo è fatto di trigger, non li si può censurare tutti. E’ così che un disturbo alimentare ti frega.

Poi c’è il grande pubblico. Chi legge questi romanzi e non ha un disturbo alimentare, e li legge per piacere, un po’ come io mi leggo le biografie delle giovani escort. Per queste persone, queste storie sono una finestra su una mente disturbata. Dando una voce al soggetto malato, invitano il lettore a immedesimarsi e comprendere.

Funzionano? Non ne ho idea.

Secondo Claire Hennessy, autrice di un articolo che ho trovato molto interessantequesti romanzi suggeriscono “che i disturbi alimentari sono malattie per giovani donne che non hanno altro di cui preoccuparsi”.

La Hennessy salva Wintergirls, salva Not Otherwise Specified. Ma, in generale, dice che molti di questi romanzi ricalcano la storia della ragazza che indulge in un’anoressia fatta di noia e di vanità. Dice che romanzando le vite delle protagoniste, tendono ad omettere la complessità del problema. Dice che parlano di sintomi, non di malattie.

Basta guardare i titoli. Non facciamo che ripeterci come i disturbi alimentari non siano solo un problema di cibo e di peso, ma poi i libri che ci raccontano s’intitolano Thin, Unbearable LightnessWasted. Mettono in copertina ragazze che salgono sulla bilancia e fissano il loro scheletro allo specchio. Ricopiano la patologia mediatica, forse per fare audience, e fanno di un disturbo uno stereotipo. Secondo Claire Hennessy, il pubblico che legge queste storie non può che continuare ad immaginare i disturbi alimentari come un oceano di giovani scheletrine che si piangono addosso.

In effetti. In effetti se io penso che questi libri siano noiosi è perché non mi aspetto niente di più di: “ragazza intelligente salta un pasto, ne salta un’altro, fa la giravolta, e pum! in ospedale”. Non una profonda e complessa vicenda umana: l’ennesima lagna di 300 pagine, il classico sensazionalismo, la storia standard dell’anoressica da copertina.

Ogni storia merita di essere raccontata, per carità. La Hennessy generalizza, io generalizzo, e molti di questi libri sono probabilmente più intelligenti di quanto io creda. Solo che mi piacerebbe che si esplorasse magari un nuovo genere letterario. L’autobiografia a flusso di coscienza non è detto sia il modello migliore, troppo realista, troppo forse un tentativo di spiegare in maniera razionale un disturbo fondamentalmente irrazionale. Per questo mi piace così tanto The Skinnyperché esprime il tragico attraverso il comico. Mi piacerebbe vedere nuove forme d’espressione, nuove voci alla ricerca di una maggiore complessità; magari ci sono, magari devo ancora scoprirle. In fondo l’unico modo efficace di raccontare qualcosa, un fenomeno, un disturbo, è con una creativa polifonia.

Come spiegate il vostro disturbo alimentare?

Questo post vuole essere più un sondaggio che altro, vi avverto.

Da quando ho optato per il mollo-tutto-e-vado-in-terapia, mi sono trovata molto spesso a dover spiegare la mia malattia. Amici vari hanno iniziato a chiedere come-mai-a-casa, e io ho scelto di non raccontare balle. “Ho avuto una crisi depressiva grave, e così sono stata costretta a tornare a casa. E visto che sono 10 anni che soffro di disturbi alimentari, adesso sono in terapia per quello”. Papale papale.

E vi dirò, finora le reazioni che ho avuto sono state tutte molto positive, più che positive. Le persone mi chiedono come sto adesso, mi augurano buona fortuna, mi scrivono più spesso nel tentativo di essermi vicini; nessuno, assolutamente nessuno, ha finora sminuito il mio problema o lo ha equiparato a qualche fissa infantile. So di essere fortunata: so che molti di voi hanno esperienze diverse, e so che le opinioni su chi soffre di dca continuano spesso ad essere negative. Io, che volete, ho la fortuna di avere delle persone meravigliose intorno a me (e forse tutte abbastanza avvezze ai problemi di tipo psicologico).

Ciò che spesso mi capita, però, è che il mio interlocutore semplicemente non riesca a capire come funziona il disturbo alimentare. Ma quindi sei sottopeso? Quello non c’entra. Ma non ti senti magra? Non è solo quello. Ma se invece di metterti a dieta fai sport? No ma lo faccio già sport, non è quello. Ma quindi vomiti ogni volta che mangi? No macché.

Come fargliene un torto. Come cazzo si fa a capire in maniera razionale come funziona un disturbo alimentare, quando sembrano delle ossessioni senza perché, e quando i percorsi della mente sono tanto distorti. E quindi, di conseguenza, come si fa a spiegare?

Per un periodo dicevo: a volte mi faccio prendere dall’ansia, mangio tantissimo, e poi vomito. Poi: il cibo è una valvola di sfogo. Infine: il cibo è un’ossessione che domina la mia mente, e così abbuffate e vomito sono compulsioni da cui non mi posso liberare.

Ma vi rendete conto anche voi che nessuna di queste spiegazioni fa giustizia alla realtà del disturbo alimentare. E allora vi chiedo: voi cosa dite? Come spiegate la vostra malattia a chi, anche con tutto l’affetto del mondo, proprio non riesce a capire i corto circuiti del vostro cervello?

La mia spiegazione preferita continua ad essere il paragone con la droga. Sembra che quello sia molto più facilmente comprensibile, anche a chi non ha mai preso una pasticca in vita sua; perché i media ne hanno parlato in tutti i modi possibili e immaginabili, ma anche perché in fondo tutti hanno qualche volta la tentazione di evadere e darsi ad un mondo allucinato.

E quindi: la bulimia è come la tossicodipendenza, hai presente? Ci cadi dentro per qualche ragione, spesso quando sei una bambina, e poi diventa una droga: dimagrire è una droga, le abbuffate e il vomito sono una droga, fisica e psicologica, che per assurdo ti da un temporaneo senso di sollievo e di cui non riesci a fare a meno.

E questo sembra spesso funzionare. Non spiega tutto, chiaro, ma è finora la definizione più razionale che sono riuscita a dare alla malattia; e che giustifica il perché è così difficile guarire, e voler guarire.

Ma vorrei sapere voi come ne parlate, se ne parlate, con chi vi sta attorno. Invece di chiuderci a riccio in una malattia inenarrabile, c’è qualche modo per aprire le porte al mondo esterno, far capire che cosa stiamo passando senza sminuirci nelle solite ragazze che ambiscono al corpo da copertina?

Le #EDwarriors, che combattono l’anoressia su Instagram

Una volta i social network erano il covo delle pro-ana, che scrivevano diari alimentari minimi su pagine nere di MySpace. E lo sono ancora, in parte, tanto che Tumblr, Pinterest e molti altri fanno comparire un disclaimer appena cerchi la parola ‘magra’.

Ma c’è un’altra tendenza che sta prendendo sempre più piede, in particolare su Instagram: quella delle #EDwarriors, ragazze che stanno guarendo dall’anoressia a furia di hashtag, postando su Instagram foto di ogni loro pasto. Composizioni di verdure, ricordi di colazioni e armonie di pasticcini, ma anche qualche classico slogan e qualche immagine di corpi un po’ meno emaciati di prima. Sempre #prorecovery #beatana #foodisfuel.

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Per queste ragazze la fissazione del XXI secolo di documentare tutto quello che si ingerisce ha un potere terapeutico. Ricalca il diario alimentare, che è una componente fondamentale di ogni terapia, e allo stesso tempo permette di trovare il sostegno di altre persone che stanno attraversando le stesse difficoltà.

Sì perché la comunità delle #EDwarriors è immensa, e adorabile. Le ragazze si fanno coraggio le une con le altre, complimentandosi quando affrontano dei fear foods e ripetendosi a vicenda mantra pro-recovery. “That is delicious, you did so good today love”, “We have faith in you, don’t give up now”; piccole perle d’affetto per prevenire le ricadute. A volte le ragazze si danno perfino consigli comportamentali, presi alla lettera da libri di CBT, e finiscono con l’imitare dei gruppi virtuali di terapia di mutuo aiuto.

Molti psicologi scoraggiano, perché le #EDwarriors sono ad un clic di distanza dalle thinspoMa d’altronde molti psicologi non sono nati negli anni ’90 e non sono abituati a vivere attraverso i social network. Certo, comporre il cibo come un quadro ricorda l’ossessività dell’anoressia; ma ricorda anche il passatempo preferito di tutta una generazione.

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A mio parere, l’unico problema di queste #EDwarriors è che funzionano solo con l’anoressia. Per carità, ci sono degli hashtag che dicono #bulimiafighter, ma con la mia mente bulimica non capisco come imbellettare ogni pasto non sia un trigger enorme per ogni bulimica. Se io perdessi tempo a mettere in posa e fotografare il mio cibo finirei con l’abbuffarmi ogni cinque minuti. Se voglio smettere di abbuffarmi devo stare intorno al cibo solo il minimo indispensabile.

Magari sono io che sbaglio. Instagrammare i propri pasti può essere visto come un esercizio di mindfulness che può aiutare anche le bulimiche a concentrarsi su un regime alimentare sano; e a combattere la mindlessness dell’abbuffata.

A prescindere, le #EDwarriors non funzionerebbero per me, che sono troppo vecchia e troppo acida. Non funzionerebbero per persone che sono ancora in luna di miele con la loro malattia; e certo non possono far guarire dall’anoressia senza un serio percorso terapeutico parallelo. Ma possono essere uno strumento meraviglioso per chi ha bisogno di un sostegno extra, magari dopo un ricovero.

Quindi, mie care fotografe di smoothies e di pastasciutte, buona fortuna e continuate a fotografare.

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Le mille ricadute durante un percorso di guarigione dalla bulimia

Voglio parlare di ricadute. Perché ieri stavo leggendo l’ennesima storia di speranza di una ragazza che è riuscita a sconfiggere la bulimia, e cominciata più o meno così: ‘La sera del mio venticinquesimo compleanno ho detto basta. Basta con la bulimia. Il giorno dopo mi sono recata al centro di cura per disturbi alimentari e così è iniziata la mia rinascita.’.

Beata te. Beata te che ti godi allegramente la tua malattia finché non ti stufi, e poi quando un giorno decidi di guarire, beh, guarisci. La catarsi del compleanno è molto poetica. Il climax discendente nell’angoscia della malattia, fino alla realizzazione, pura ed epifanica, del desiderio di guarigione; e poi, la luce. Beata te che da quel giorno del tuo venticinquesimo compleanno hai avuto tutta la cazzo di strada in salita, perché io no.

Io ho perso il conto di tutte le volte che ho detto ‘basta’ alla bulimia. Poi ho perso il conto di tutte le volte che ho detto ‘basta’ alla bulimia e il giorno dopo, o la settimana dopo, o il mese dopo, ero di nuovo lì ad abbuffarmi. E ci sono state volte in cui ho anche iniziato percorsi di terapia: ma alcuni non hanno funzionato, altri li ho abbandonati. La mia catarsi è quotidiana e inutile.

La realtà è che il percorso di guarigione non è lineare. Altro che lineare, si fanno due passi avanti e uno indietro. A volte tre indietro, e bisogna ricominciare tutto da capo. Si sta in equilibrio su un cazzo di filo, dal quale le ricadute sono ovviamente frequenti e spesso debilitanti. E per ricadute non intendo solamente un’abbuffata a ciel sereno, durante una settimana da perfetto programma nutrizionale. Si ricade per settimane e per mesi. Si ricade fino a stare perfino peggio di quando si aveva cominciato. Fino a non credere quasi più nella terapia. La vera speranza sta proprio nel riuscire a superare queste crisi, senza mandare al fanculo tutto; la catarsi, al confronto, è una passeggiata.

Mi ricordo un percorso iniziato qualche anno fa, che mi aveva portato ad un’alimentazione quasi accettabile dopo pochi mesi. Cristo, avevo veramente preso il toro per le corna, mi sentivo benissimo, piena d’autostima, mentre con attenzione chirurgica raggiungevo le 2,000 kcal indicate dalla mia dietista. Avevo un viso bellissimo, per la prima volta dopo tanto tempo senza i linfonodi gonfi a scoppiare, ed un colorito quasi praticamente rosa. E poi un qualche cambiamento, una nuova ondata depressiva, e via abbuffate giornaliere, vomito, perdita di peso, aumento di peso, il mese più bulimico della mia vita. E come si sopravvive alla frustrazione. Ditemi come cazzo di sopravvive alla frustrazione e ci si convince che vale la pena provare di nuovo.

Bisogna quindi parlare di ricadute, perché quello è il pane quotidiano di chi sta cercando di guarire. Storie di speranza come quella accennata qui sopra sono irreali e controproducenti: presentano un’utopia, e così facendo mettono in evidenza il continuo fallimento di chi non riesce a guarire del tutto. Queste storie rispecchiano e nutrono quella mentalità in bianco e nero ti stampo squisitamente bulimico. Della serie: ti sei abbuffata? Allora vedi che non hai avuto la catarsi seria, vedi che non stai guarendo, molla tutto e torna a rifugiarti nella malattia.

Mi piacerebbe leggere storie che offrono una prospettiva diversa sul percorso di guarigione.

Per prima cosa: storie che parlino delle vittorie microscopiche, piuttosto che della grande vittoria finale. Perché la vittoria finale non è così difficile da immaginare: a me capita fin troppe volte di pensare a quel magico futuro in cui sarò guarita, e intanto, ‘per oggi’, continuare a vomitare. Il difficile è concentrarsi sul presente e, con una buona dose di pazienza, ricominciare a guarire ogni santissimo giorno, invece di vedere il tempo in blocchi: ‘questo periodo bulimico’, ‘questa fase di guarigione’. Se la guarigione va presa a piccoli passi, allora questi passi è necessario apprezzarli come si deve.

Per seconda cosa: storie che ammettano le ricadute e le sconfitte, e così facendo insegnino a superarle. A me neanche interessa sapere che una tipa bulimica, il giorno del suo venticinquesimo compleanno, ha deciso di guarire. Quello per me non fa notizia. Mi interessa sapere, invece, che il giorno del suo ventiseiesimo compleanno si è divorata tutta la torta, l’ha vomitata, e che poi ha ripreso il suo percorso di guarigione. Mi piacerebbe sapere in quale modo ci è riuscita, e sinceramente mi darebbe molta più speranza della storia della sua totale guarigione, perché mi ci potrei un po’ rispecchiare. E allora sì, se lo ha fatto lei lo potrei fare anche io.

Aiuto online per i disturbi alimentari: cosa manca

Manca nel panorama italiano un punto di incontro online per persone che soffrono di disturbi alimentari. Ditemi se sbaglio.

Quando si parla di disturbi alimentari online si parla sempre di siti pro-ana, Tumblr pro-ana, qualsiasi-social-network pro-ana. Ed è facile mettersi tutti in coro a disprezzare questi pro-ana del cazzo, perché davvero non fanno nessun servizio alla comunità, secondo molti fanno del male, ai benpensanti fanno paura, a me fanno solo ridere.

Però pensiamo alle alternative. Pensiamo ad un ragazzo di sedici anni, bulimico, la cui vita si divide fra scuola, Internet e frigorifero. Ad un certo punto gli capiterà di fare una ricerca Google sulla sua condizione. Così come gli capiterà di spulciare i social network alla ricerca di qualcun altro che ne soffre, con cui confrontarsi, e magari sentirsi meno solo.

Perché, lo sappiamo bene, la solitudine di un disturbo alimentare è lacerante. I rituali malati di anoressia e bulimia non si possono raccontare: non si risponde alla domanda ‘Cosa hai fatto ieri sera’ con ‘Ho mangiato dodici pizze surgelate e poi le ho vomitate’. Ci sono in gioco vergogna, stigma, incomprensione. E quindi, l’unica soluzione è nascondere, con una coperta di bugie, il disturbo alimentare in una specie di vita segreta, e rinchiudersi sempre di più nel proprio mondo malato.

E isolandosi da amici e famigliari, dove si finisce a cercare qualcuno con cui parlare? Beh, nel 2016, online. E anche nel 2005, come testimonia il mio primo Trappola per Topi, e forse anche prima, forse da quando è stato inventato Internet. Perché Internet potrà anche essere una gran brutta cosa, con la sua abilità di diffondere idee malsane e di isolarci in una rete di mezze-relazioni virtuali, ma una cosa la sa fare, ed è proprio mettere in contatto persone che, a distanza, sono nella stessa situazione di merda; e creare uno straccio di comunità fra chi già è isolato in una trappola di vergogna, incomprensione e stigma. Per questo, credo, chi commenta questo blog spesso dice che leggendo questi articoli si sente un po’ meno solo e magari un po’ meno pazzo.

Ma cosa trova, adesso, il sedicenne bulimico che spulcia la rete alla ricerca di un po’ di comprensione? Il mondo pro-ana. E che altro? L’angoscia adolescenziale di Twitter e di Tumblr, dove gli under-20 (più me) parlano delle loro ossessioni.

Tumblr. Oh Tumblr. In realtà non odio Tumblr, anche se ovviamente è più adatto a una demografica di qualche annetto meno di me. Tumblr ha due vantaggi. Uno, offre una valvola di sfogo, a mille ansie, mille problemi; e d’altronde l’adolescenza è forse il periodo peggiore della vita, e una valvola di sfogo è preziosa. Due, è una forma di comunicazione, virtuale ma sempre meglio di niente. Ho visto molte pagine Tumblr composte di ragazzine che si incoraggiano a superare le difficoltà, a stare meglio. D’altronde il pubblico di Tumblr è il primo che accoglie la sussurrata richiesta d’aiuto di chi sta cadendo in un disturbo alimentare.

Ma Tumblr ha anche i suoi problemi. Tanto per cominciare, un po’ come era per Splinder ai tempi miei, molte pagine sono borderline pro-ana. E’ il rischio insito di ogni blog-sfogo di chi ha un disturbo alimentare: sputare online le frasi pro-dimagrimento che ci girano in testa, compilare diari alimentari, fare il conto alla rovescia dei chilogrammi. Tumblr è privo di regole, e quindi ti può andare bene o ti può andare male. Ma personalmente le Thinspo e i conteggi calorici non li trovo troppo pericolosi. Il problema di Tumblr è che non offre nessuno strumento a chi sta male. Lo sfogo è utile; ma sui blog-sfogo di Tumblr la sussurrata richiesta d’aiuto non fa che riecheggiare in un mare di richieste d’aiuto. Ci sono più consigli su come dimagrire che idee su come accettarsi. Non c’è nessun reality check.

E che altro c’è online? I siti delle organizzazioni; dell’ABA, di MondoSole, della Fenice, o dei vari centri per la cura dei disturbi alimentari. Che io non voglio affatto sminuire, fanno un lavoro stupendo; solo non credo che basti. Credo che questi siti funzionino per chi ha già il buon proposito di guarire; e per chi ha magari avuto la fortuna di essere stato trascinato dai genitori in qualche tipo di terapia. Mettersi in contatto con queste associazioni, insomma, vuol dire avere già fatto una scelta pro-recovery.

E invece mi sembra che manchi uno spazio un po’ più libero, un po’ più intermedio, per chi un disturbo alimentare lo sta attraversando in pieno, senza essere affatto pro-ana. Uno spazio che serve solo a stare un po’ meglio, e che aiuta chi ha un disturbo alimentare offrendo semplicemente un sollievo e un appiglio.

E’ sbagliata la concezione che in un dca si passa dal pro-ana a voler guarire: per la maggior parte del tempo, e i commenti a questo blog lo confermano, ci si ritrova in un limbo a metà, in cui si soffre, in cui una metà del nostro cervello odia la malattia, e l’altra metà ne è troppo dipendente per darci la forza di guarire. Così come è sbagliata, a mio parere, la concezione che chiunque non abbia ancora deciso di guarire è un caso perso, da lasciare al suo destino, perché non c’è niente che si può fare.

Cosa vorrei da questa piattaforma online? Poche cose:

  • uno spazio dove si può parlare senza essere giudicati, dove si possono raccontare la propria esperienza e le proprie difficoltà;
  • dove chi sta attraversando il disturbo possa confrontarsi con persone in situazioni simili, per incoraggiarsi a guarire ma anche e soprattutto semplicemente per comprendersi;
  • dove si possano ricevere informazioni sulla propria condizione, sulle opzioni di terapia ma anche consigli per coping nella vita di tutti i giorni;
  • dove ci sono alcune regole e uno straccio di moderazione, anche auto-moderazione, che lo rendano un luogo un po’ più sicuro dell’ennesimo Tumblr, e dove non si possono postare Thinspo o trigger vari;
  • e non escluderei la possibilità di contattare uno psicologo, che certo i siti già esistenti offrono meravigliosamente, ma magari senza impegno e senza l’immediato inizio di una terapia.

Forse chiedo tanto. Però ci sono alcuni blog (c’era Veggie, per esempio, c’è la Pangea) che un po’ lo fanno già. E ci sono alcune associazioni che offrono simili servizi, che però spesso sono presentati come un dare informazioni su possibili cure e si interrompono appena l’utente sceglie di non procedere con la terapia. Per esempio gli inglesi hanno fatto il sito Beat (di cui ho già parlato), con una chatline per chi è ammalato, che penso riesca un po’ meglio a raggiungere anche chi semplicemente sta soffrendo e vuole parlare.

Pretendo troppo? O forse già ne esistono, ma io non li conosco (e in quel caso, dovrebbero ottimizzare i loro risultati Google, perché io proprio non li ho trovati). O forse le associazioni funzionano meglio di quanto io creda, sono io che non mi fido abbastanza. Prendete questo post come la mia modesta opinione, un suggerimento piuttosto che una critica.

E ditemi anche voi cosa ne pensate. Anche, sperimento un nuovo coso e vi metto una risposta multipla.