Se non fossi bulimica lo farei? Ricostruire una vita senza la Bulimia

Nei primi tempi del mio disturbo alimentare, le mie crisi bulimiche erano sporadiche e inaspettate, come fulmini nel cielo sereno della mia normale vita di tutti i giorni. Ma poi la bulimia ha iniziato a diventare quotidiana, e le regole e le fobie bulimiche hanno lentamente assorbito quella che prima era la mia vita normale. Con il passare degli anni, ho iniziato a organizzare la mia vita in base alla bulimia.

E’ stata una tecnica spontanea di auto-sopravvivenza. Avendo accettato l’onnipresenza della bulimia nella mia vita, e sapendo che alcune situazioni sarebbero state triggering o difficili da gestire a causa dei miei pensieri bulimici, ho cominciato ad evitarle.

Ho cominciato a non andare in vacanza con amici per lunghi periodi di tempo, perché sapevo che ad un certo punto avrei avuto una crisi e non avrei potuto sfogarla. Poi ho smesso anche di partire per il weekend, perché non sapevo gestire sei pasti di seguito in compagnia. Ho smesso di fare sport di squadra o qualsiasi sport che richiedesse la mia presenza settimanale, perché se mi fossi abbuffata avrei saltato lezione. Ho abbandonato molti hobby, dalla musica alla lettura, perché tanto ogni momento libero del mio tempo era dedicato ad abbuffarsi e vomitare. Mi sono trasferita e, invece di andare a vivere con amici, ho scelto una casa con dei coinquilini che non facessero troppe domande e con un bagno privato a cui accedere. Ho rinunciato al romanticismo, scegliendo storie senza amore e senza impegno, per non dover spiegare il mio disturbo alimentare e non dover costringere qualcuno a convivere con la mia malattia. E anche per non aver qualcuno a cui rendere conto di cosa avevo fatto quel sabato che avevo passato ad abbuffarmi. Ho fatto queste scelte perché se non le avessi fatte avrei dovuto affrontare il disagio di una bulimia scomoda, costruire castelli di bugie, e non sarei riuscita a nascondermi.

L’esperienza mi aveva insegnato che non c’è niente di peggio di abbuffarsi in un giardinetto pubblico e poi tornare a casa dal tuo ragazzo che ti aspetta; e quindi avevo dovuto modellare la mia vita in modo che non risuccedesse mai più.

Ma così facendo, scelta dopo scelta, ho lasciato sempre più spazio alla bulimia, normalizzandola e rendendola un elemento portante. Ho permesso che la bulimia erodesse lentamente la mia vita; e così mi è rimasto così poco ‘altro’ che una vita senza disturbo alimentare ha cominciato a sembrarmi vuota, nonché impossibile. Dopo 10 anni passati a rinunciare e sacrificare alla bulimia, senza bulimia non avrei avuto nulla e non sarei stata nulla. Dopo 10 anni, io ero solo una bulimica. Per questo è così difficile pensare veramente di poter guarire, dopo così tanto tempo, e per questo è così difficile voler veramente guarire. Perché ormai non si riesce più ad immaginare un’alternativa.

Ho capito quindi che per poter iniziare a stare meglio avrei dovuto iniziare a ricostruire la mia vita. Ma sopratutto, avrei dovuto costruire una vita che non ruotasse attorno alla bulimia, di cui avrebbero fatto parte tutte quelle cose che avevo eliminato a causa della mia malattia. E questo significava fare scelte che, all’inizio, mi avrebbero messo terribilmente a disagio e che probabilmente mi avrebbero riportato ad abbuffarmi in qualche giardinetto pubblico. Ma anche scelte che avrebbero lasciato sempre meno terreno alla bulimia, che in qualche occasione pratica mi avrebbero impedito di abbuffarmi, ma soprattutto che mi avrebbero lentamente fatto riscoprire tutte quelle cose a cui avevo rinunciato. E forse mi avrebbero ricondotto ad una vita un po’ più piena e un po’ più vera.

Come diceva il mio psichiatra, ogni volta che dovevo prendere una decisione mi sarei chiesta “Se non fossi bulimica lo farei?” e poi avrei agito di conseguenza, affrontando le difficoltà piuttosto che evitarle. Partendo dalle piccole cose, ovviamente.

Sarei stata a casa da sola a leggere un libro – anche se non riesco a concentrarmi sulla lettura perché poi penso al cibo, e se sono a casa da sola poi sicuro che finisco ad abbuffarmi. Mi sarei iscritta ad un corso di yoga – anche se poi mi sento grassa, e poi l’insegnante ti tocca, e ti guardi allo specchio per due ore, e poi se mi abbuffo non ci vado. Avrei passato un weekend al mare – cioè più di 48 ore circondata di persone, che vogliono che io mangi insieme a loro, e poi devo stare in costume, e poi stiamo in campeggio e non c’è un posto dove vomitare in pace.

E’ stata durissima. Perché se non fossi stata bulimica sarebbero state cose piacevoli; ma io sono ancora bulimica. Così sono stata a casa a leggere e al terzo capitolo del romanzo sono corsa ad abbuffarmi, ho saltato metà delle lezioni del corso di yoga e ho vomitato in una latrina del campeggio.

Però ho anche letto due capitoli di uno splendido romanzo, ho fatto metà lezioni del corso di yoga e ho trascorso un weekend con degli amici meravigliosi. Magari la prossima volta riuscirò a leggere tre capitoli del romanzo, invece che due; e magari non passerò la mia vita con il rimpianto di tutte le cose che non ho mai avuto il coraggio di fare, a causa del mio DCA.

Purtroppo i disturbi alimentari non passano da un giorno all’altro e non passano appena decidi di farli passare; ma, non potendo decidere di guarire, si può decidere di metterli in secondo piano. Trovare altre priorità, nella vita. Ancora non mi è dato sapere se io posso effettivamente guarire del tutto, ma credo di poter relegare la bulimia in un compartimento sempre più piccolo. Che con il tempo le cose che adesso mi mettono molto a disagio diventeranno sempre più facili e sempre più naturali; perché alla fine noi siamo creature abitudinarie, e come mi sono abituata a infilarmi le dita in gola posso abituarmi a leggere un romanzo in pace. E lentamente, un po’ alla volta, riscoprire tutte quelle cose che mi piace fare e ritornare ad essere la persona che sarei senza la bulimia.

Speriamo.

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Piccola guida per cercare e trovare una cura per i DCA

Rubrica Speciale Road Bumps to Recovery, parte settima.

Una volta deciso di cercare aiuto, trovare la terapia giusta per sé è un percorso terribilmente frustrante. Ne avevo già parlato in un altro post, in cui raccontavo la mia esperienza, Road Bumps to Recovery parte primaHo fatto tesoro di quello che ho imparato e ho deciso di compilare una lista su come cercare aiuto: una serie step-by-step di punti da seguire nello scegliere la terapia, che forse sembra intuitiva ma che io avrei certo voluto avere qualche mese fa.

1- Fatevi un’idea di quali tipi di terapie esistono e sono consigliate per il proprio disturbo alimentare

Navigate il grande mare di Internet. Molte informazioni le trovate sul sito governativo per i disturbi alimentari. Se volete, io qualche tempo fa avevo scritto un post in cui delineavo le varie scelte terapeutiche consigliate e disponibili in Italia, a questo link, Road Bumps parte seconda.

2a- Rivolgetevi al medico di base

Spiegate i vostri sintomi e chiedete informazioni. Se andate attraverso il Sistema Pubblico, sarà comunque il medico di base a dovervi dare tutti i documenti necessari per la terapia. Ma il medico di base non sempre se ne intende; e se vi dice che non avete bisogno di uno specialista o addirittura che non avete un disturbo alimentare, allora passate al punto 2b.

2b- Cercate un elenco delle associazioni per disturbi alimentari operanti in zona

Ci sono molte associazioni straordinarie che si occupano di disturbi alimentari. Per molte, il compito principale è proprio quello di fornire informazioni sulle scelte terapeutiche. Offrono quindi una consulenza con uno specialista associato, gratuita, che può avvenire telefonicamente, via email o di persona. Per esempio, vi possono dare una lista delle strutture nelle vicinanze, darvi i contatti aggiornati dei medici o perfino di persone che ci sono già passate.

Di associazioni ce ne sono moltissime. Io ne avevo scritto una lista nel post a questo link, Road Bumps parte quartama altrimenti potete trovare tantissime informazioni con una semplice ricerca Google. Qualora però nella vostra zona non ce ne sia nessuna disponibile, allora passate al punto 3.

3- Cercate un elenco degli specialisti e delle strutture per disturbi alimentari operanti in zona

Se con il punto 1 e 2 avete sviluppato un’idea un po’ più chiara di cosa andate a cercare, allora questo passaggio sarà più facile. Di strutture e di specialisti ce ne sono a centinaia, ma sono tutti molto diversi fra loro. Per l’ennesima volta, fate una ricerca Google, guardate sul sito governativo oppure sul sito della vostra ASL di residenza. Un altro sito con una lista piuttosto completa è quello dell’associazione Nessuno è Perfetto, a questo link. Trovate anche una mia lista a questo link, Road Bumps parte quinta.

4- Scegliete lo specialista o la struttura che sembra più indicato alle proprie necessità

Lo so, facile a dirsi. Anche con tutta la preparazione possibile, le possibilità di terapia rimangono troppe e troppo poche allo stesso tempo, tutte valide e nessuna perfetta. Se siete fortunati, potete fidarvi del consiglio del medico di base; altrimenti sta soltanto a voi capire di cosa avete bisogno.

Se volete, ho compilato una lista di domande da porsi nello scegliere la terapia, per capire meglio quali sono le proprie necessità e soprattutto le proprie priorità, che trovate a questo link, Road Bumps parte terza. Ho fatto una specie di schemino che a me ha aiutato.

5- Contattate lo specialista o la struttura

Chiedete una prima visita gratuita – soprattutto se si tratta di uno specialista privato. Molti sono disposti ad incontrarvi gratuitamente e aiutarvi a fare una scelta terapeutica informata; in questo caso però, aspettatevi un colloquio veloce piuttosto che l’inizio di una terapia.

6- Discutete le possibilità terapeutiche durante la prima visita

La prima visita spesso non è che una consulenza durante la quale lo specialista valuta superficialmente la vostra situazione e vi offre un consiglio professionale sul metodo di cura adeguato. Non pensate che nel giro di un’ora l’esperto che avete davanti avrà capito tutto di voi. Al contrario, questa è più un’occasione per voi di capire tutto di lui, dei suoi precetti e del tipo di percorso in cui vi può guidare. Ci sono terapie molto varie, ho fatto un tentativo di lista in questo post ma è ovviamente riduttivo, visto che ogni terapia si adatta almeno in parte al paziente. Comunque, preparatevi una lista di domande da fare allo specialista che incontrerete, magari scrivetevela pure, per non dimenticare cose importanti. Ne trovate un abbozzo al seguente link, Road Bumps parte sesta.

7- Siate pronti a vedere un altro specialista qualora il primo non si riveli adatto alle proprie necessità

So che è un percorso immensamente frustrante, ne ho già parlato. Vi aprite con uno sconosciuto, gli raccontate i vostri segreti, e poi questo si rivela un incapace o vi mette su una lista d’attesa di dodici mesi. Sprecate tempo e sprecate soldi. Ma non c’è modo di evitarlo, non con il sistema attuale. Fate un grosso respiro e chiamatene un altro.

8- Fidatevi

Spesso per chi ha un disturbo alimentare la cosa più difficile è rinunciare al controllo. Purtroppo iniziare una terapia richiede proprio questo: fidarsi dello specialista che avete di fronte e credere a lui piuttosto che alla propria testa. Se trovare la cura giusta richiede un’attenta valutazione della terapia offerta, è anche vero che criticare ogni terapia può essere un’espressione del disturbo alimentare.

Sappiate che non ci sarà mai una terapia che vi andrà a pennello. Per vari motivi: nessuno ha una bacchetta magica per farvi guarire dai disturbi alimentari, ogni percorso di guarigione è scomodo e richiede sacrifici. Ma anche perché ogni persona è a sé e ci vuole del tempo perché lo specialista capisca cosa è meglio per voi, e come prendervi. Il fatto che una terapia non sembra idilliaca dall’inizio non vuol dire che non funzionerà. Prendetela come una sfida; per stare bene, non per dimostrare che non funziona. Fidatevi.

E niente. Bonne Chance.

Road Bumps to Recovery, parte prima: La Frustrazione di Trovare la Giusta Terapia

Road Bumps, parte seconda: Le Terapie Consigliate per i Disturbi Alimentari – breve lessico

Road Bumps, parte terza: Cosa considerare quando si scegliete una Terapia per i DCA

Road Bumps, parte quarta: Associazioni e ONLUS sui Disturbi Alimentari

Road Bumps, parte quinta: Strutture per la cura dei Disturbi Alimentari

Road Bumps, parte sesta: Domande da Fare al Proprio Psicologo

Road Bumps, parte settima: Piccola Guida per Cercare e Trovare una Cura per i DCA

Domande da fare al proprio psicologo

Rubrica Speciale Road Bumps to Recovery, parte sesta

La prima visita con un esperto di disturbi alimentari è una consulenza piuttosto che l’inizio di una terapia. Può essere gratuita, di durata variabile. Prendetelo come un colloquio di lavoro, non per voi ma per l’esperto, durante il quale lui può dare una iniziale valutazione del vostro problema ma soprattutto voi dovete accertare il suo metodo terapeutico e la sua professionalità, e ricevere tutte le informazioni che vi servono per fare una scelta informata.

Quindi durante questo colloquio, fate tutte le domande che potete. Scrivetevele prima, fatevi una lista, così non correte il rischio di dimenticarle durante la conversazione. A seguito ne riporto una serie da cui potete, a piacere, trarre ispirazione.

  • Lei è specializzato in disturbi alimentari? Da quanto tempo se ne occupa?

Avete tutto il diritto di saperlo.

  • E’ specializzato in una terapia specifica? Usa uno o più approcci? Quali sono i principi della terapia?

Cognitivo-comportamentale, psicanalisi… ce ne sono tante (vedi Road Bumps parte seconda per una lista). E’ consigliabile essere preparati e fare domande specifiche se si hanno alcuni dubbi su un approccio piuttosto che un altro (ad esempio: andrà a scavare i miei traumi infantili?)

  • Crede sia la terapia più adatta a me? Perché?

Improbabile che la risposta sia no. Ma credo sia un bene sondare l’onestà della persona che abbiamo di fronte e capire perché sostiene un determinato approccio piuttosto che un altro.

  • Quale è l’obbiettivo della terapia?

Non sempre l’obbiettivo iniziale è la completa guarigione. In alcuni casi si parla prima di recupero del peso corporeo, riduzione del sintomo o management di alcune relazioni.

  • La terapia si divide in varie fasi? Quali?

Dipende dalla terapia, ovviamente; sta a voi vedere se preferite una terapia dinamica, che vi da man mano più indipendenza, oppure un accompagnamento più stabile.

  • Lavora con un team allargato? Se sì, che specialisti saranno coinvolti?

Non tutti hanno bisogno di un team di specialisti che li segua passo passo: però, soprattutto se è la prima volta che entrate in terapia, è consigliabile che qualcuno tenga sotto controllo anche i vostri sintomi puramente fisiologici piuttosto che solo quelli psichici.

  • Avrò un piano alimentare da seguire? Se sì, come viene costruito questo piano?

Per guarire da un disturbo alimentare spesso la prima cosa da risolvere è lo stato di malnutrizione, come hanno dimostrato i ricercatori del Minnesota. La mancanza di un piano di ri-alimentazione deve essere motivata.

  • Consiglia un periodo di ricovero? Perché / perché no?

Se sì… è un ricovero ordinario o in Day Hospital?

Che tipo di attività si svolgono?

Quale è la permanenza media in ricovero?

Quante persone ci sono? Quale è l’età media? Che problemi vengono trattati?

Quali sono in media i tempi di attesa?

Che tipo di terapia farò finché non inizio il ricovero?

  • Consiglia una cura farmacologica? Perché / perché no?

Che tipo di farmaci potrebbe includere?

  • Come verranno trattati disturbi psichiatrici co-morbili, se emergono?

Si può risolvere un problema alla volta, o si può guardare un disagio come olistico. Se sapete già di soffrire di depressione, attacchi di panico o dipendenze, fateglielo sapere.

  • Dovrò fare degli esami medici?

  • I miei famigliari / partner saranno coinvolti nella terapia?

  • Quale tipo di impegno settimanale richiede questa terapia? Quali sono solitamente i suoi orari?

  • Quale è la durata media di un trattamento presso il suo studio? Come si decide quando smettere?

Vi dirà che dipende dal paziente. Però sappiate che si sono terapie illimitate, in cui davvero è il paziente a decidere quando sta sufficientemente meglio, e altre con obbiettivi e tempistiche ben precise. Informarsi all’inizio è utile a non condannarsi ad una cura a vita.

  • Quali sono in media i risultati di questo trattamento? Che percentuale di pazienti guarisce?

  • Ci saranno altri appuntamenti di controllo a seguire?

  • Cosa succede se non funziona?

Perché, se fra sei mesi vi abbuffate ancora sette volte la settimana, non dovete per forza continuare ad andare.

  • Quali sono le spese previste?

E fregatevene se sembrate delle tipiche disturbate con la mania del controllo. Avete il diritto di fare una scelta informata e non affidarvi alla prima persona che capita. Avete il diritto di sapere se la terapia corrisponde a quello che cercate e credete sia più giusto per voi, e che tipo di impegno richiede. Questo è il momento giusto per avere il controllo della situazione; poi quando avete fatto la vostra scelta, potete completamente affidarvi a lui.

 

Road Bumps to Recovery, parte prima: La Frustrazione di Trovare la Giusta Terapia

Road Bumps, parte seconda: Le Terapie Consigliate per i Disturbi Alimentari – breve lessico

Road Bumps, parte terza: Cosa considerare quando si scegliete una Terapia per i DCA

Road Bumps, parte quarta: Associazioni e ONLUS sui Disturbi Alimentari

Road Bumps, parte quinta: Strutture per la cura dei Disturbi Alimentari

Road Bumps, parte sesta: Domande da Fare al Proprio Psicologo

Road Bumps, parte settima: Piccola Guida per Cercare e Trovare una Cura per i DCA

Cosa considerare quando si sceglie una terapia per i DCA

Rubrica Speciale Road Bumps to Recovery, parte terza

Trovare e sviluppare la terapia giusta per il paziente dovrebbe essere una cosa riservata ad uno specialista, ma purtroppo spesso non è così. Ogni specialista appartiene ad una diversa corrente di pensiero: c’è lo psicanalista che ti propone sedute di due ore a botte, il centro che offre il ricovero e quello che fa solo ambulatoriale, il dietologo che ti fa un programma alimentare a cazzo. Così sta al paziente scegliere il percorso più adatto a lui; e questo, quando si ha una malattia mentale che ti condiziona i pensieri, non è facile.

Certo, non esiste una terapia perfetta. Ogni percorso ha i suoi svantaggi, e ogni percorso si sviluppa insieme al proprio specialista: le terapie si presentano come dei modelli generici, che vanno poi rivisitati in base alle specificità del disturbo e alla personalità del paziente. Sta allo specialista capire la problematica della persona che ha di fronte e strutturare il migliore percorso terapeutico.

Sta al paziente, però, scegliere lo specialista. E quindi, come scegliere?

Per prima cosa, ci sono delle linee guida per la cura dei disturbi alimentari: le linee NICE dei centri britannici e le linee APA di quelli americani. Entrambe sono state avvallate dal Ministero della Salute (le trovate infatti anche sul sito governativo disturbialimentarionline.it) e vengono adottate dalla maggior parte dei centri per DCA italiani.

Queste linee guida sono evidence-based, ovvero sono fondate su risultati tangibili derivati da statistiche e dalla ricerca medica nel campo dei disturbi alimentari. Sono applicate al singolo caso a discrezione dello specialista, ma perlomeno forniscono un valido punto di partenza nella strutturazione della terapia.

Per questo motivo, a mio parere, una persona con DCA che sceglie una terapia dovrebbe basarsi su questi stessi principi e scegliere un centro dove queste linee guida vengono riconosciute e applicate. Ciò non significa che altri approcci non possano funzionare: solo che, statisticamente, quello ha più probabilità di essere efficace.

Non sto a descrivervi tutti i fascicoli APA e NICE, che vi consiglio comunque di leggere; ma alcuni punti fondamentali sono i seguenti:

  • Il trattamento per DCA è eseguito da un équipe medica interdisciplinare;
  • Durante il trattamento per DCA è necessario un regolare monitoraggio delle condizioni fisiche del paziente; e la riabilitazione fisica è uno degli obbiettivi primarii della cura;
  • Una cura nutrizionale o farmacologica senza supporto psicologico non è un trattamento adeguato per i DCA;
  • La maggior parte delle persone con DCA possono essere trattate con sistema ambulatoriale piuttosto che con il ricovero; a meno che non vi siano complicazioni fisiche, persistenza cronica o altre motivazioni, a discrezione dell’équipe curante;
  • Il trattamento dei DCA è generalmente di una durata minima di 6 mesi;
  • Le strategie terapeutiche consigliate sono:
    • per l’anoressia: terapia cognitivo-comportamentale (CBT), terapia cognitivo-analitica (CAT), terapia interpersonale (IPT), terapia focale psicodinamica;
    • per la bulimia: un percorso di auto-aiuto sostenuto dal terapeuta, terapia cognitivo-comportamentale (CBT), terapia interpersonale (IPT);
    • per gli EDNOS: vedi sopra;
    • per il binge: un percorso di auto-aiuto, terapia cognitivo-comportamentale (CBT), terapia interpersonale (IPT), terapia dialettico-comportamentale;
  • La terapia è scelta dallo specialista, può mescolare elementi di varie strategie e viene adattata alle necessità specifiche del paziente.

Uno specialista o un centro che non offrono le risorse richieste per rispettare queste linee guida (vedi: dietologo che si improvvisa psichiatra, psicanalista che non è specializzato in DCA) vanno scelte con cognizione di causa.

Accertata la professionalità delle persone alle quali ci si rivolge, ci sono poi una serie di considerazioni pratiche e priorità di cui tenere conto. Quindi ho preparato qualche domanda da ricordare, solo per comprendere meglio i propri bisogni e le proprie necessità. Spero possano tornare utili.

1- Quali sono le tue condizioni fisiche? Quanto puoi andare avanti in queste condizioni?

Se siete in condizioni fisiche molto pericolose, andate all’ospedale. Adesso. Non fatevi paranoie su possibili terapie, che se poi morite domani non servono davvero a niente.

2- Hai ricevuto qualche consiglio?

Se il vostro medico o un’associazione vi indicano verso una struttura piuttosto che un’altra, è una buona idea seguire il loro consiglio e smetterla di leggere questo post.

3- Hai già provato qualche terapia in passato? Quali?

La terapia cognitivo-comportamentale è attualmente quella prescelta nella cura dei disturbi alimentari, e quindi consigliata nella maggior parte delle strutture pubbliche e convenzionate. E’ anche quella che vale la pena provare per prima, a mio parere, visto che sembra aver avuto un discreto successo.

4- Se hai provato altre terapie in passato, perché non hanno funzionato?

E’ fondamentale che cerchiate di capire cosa è andato storto. Se vale la pena ritentare per la stessa strada, o provarne un’altra. E’ probabile che se avete seguito una cura ambulatoriale con poco successo, vi verrà consigliato il ricovero.

5- Quale è la tua disponibilità economica?

I soldi non fanno la felicità e non fanno la salute mentale, ma certo eliminano le liste d’attesa. Purtroppo la disponibilità economica è un fattore chiave nella scelta di un centro piuttosto che un altro. A mio parere, se potete, non fatevi costringere all’attesa dal sistema pubblico e rivolgetevi ad una casa privata, purché abbia una discreta reputazione.

6- Quale è la tua disponibilità di tempo? Puoi farti ricoverare se necessario?

In un mondo perfetto, la salute viene al primo posto e bisogna fare qualsiasi cosa per guarire. Nel mondo reale bisogna pagarsi le bollette e tenere in piedi un lavoro. Vale la pena quindi avere bene in chiaro dall’inizio quale può essere il proprio impegno verso la terapia.

7- Sai di avere altri disturbi psichiatrici che devi affrontare?

Andare da uno psicologo una volta alla settimana se ti fai di cocaina non è certo un modo efficace per guarire, da niente. Considera la complessità del tuo disturbo e scegli una persona o un team che possa gestirlo.

Con queste domande non si fa che un gioco di esclusione, chiaro. Poi bisogna confrontarsi con lo specialista e se possibile informarsi sulla reputazione del centro, cosa che ovviamente è più facile dire che fare. Ma una volta giocato di esclusione si può almeno fare una selezione e prendere qualche prima visita: e poi forse il modo migliore per fare la scelta definitiva rimane quello ‘a sensazione’. D’altronde la terapia sia basa principalmente sulla nostra fiducia.

Ho anche fatto uno schemino perché mi andava.

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Road Bumps to Recovery, parte prima: La Frustrazione di Trovare la Giusta Terapia

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Road Bumps, parte settima: Piccola Guida per Cercare e Trovare una Cura per i DCA

Le terapie consigliate per i Disturbi Alimentari – breve lessico

Rubrica Speciale RoadBumps to Recovery, parte seconda

Come si cura un disturbo alimentare? Dipende. Le opzioni terapeutiche sono diverse; alcune che si sono dimostrate efficaci ad ampio raggio, altre adatte a casi specifici, ma nessuna una garanzia assoluta di guarigione.

Personalmente, quando ho deciso di seguire una terapia, mi sono trovata di fronte ad un ventaglio di possibilità a cui non sapevo bene come approcciarmi. Non sapevo quali erano le differenze e non potevo decidere cosa sarebbe stato più adatto a me.

Nel tentativo quindi di fare un po’ di buona sana informazione, ho compilato una lista delle ‘vocabolario della terapia’; in pratica, le parole chiave da comprendere per scegliere una cura dei disturbi alimentari. Include: modalità di trattamento, terapie e tipi di struttura. Spero aiuti a capire cosa implica ‘entrare in terapia’ e possa tornare utile.

MODALITA’ AMBULATORIALE

Percorso terapeutico presso un centro, casa di cura o ospedale, caratterizzato da incontri settimanali (uno o più) con lo psicologo e gli altri specialisti dell’équipe. E’ la modalità prescelta per la maggior parte dei casi, visto che permette al paziente di rimanere nel suo ambiente e continuare a studiare o lavorare – chiaro che, se lavorate, dovete mettere in conto che spesso gli appuntamenti sono in orario lavorativo.

MODALITA’ DAY HOSPITAL

Percorso terapeutico che richiede che il paziente trascorra la giornata presso il centro, con supervisione dei pasti e varie attività terapeutiche incluse, per poi tornare a dormire a casa. Spesso scelto qualora non siano disponibili posti per il ricovero.

MODALITA’ RICOVERO

Percorso terapeutico con pernottamento presso la struttura e quindi con terapia più intensiva. Solitamente non supera i tre mesi di durata ed è riservato in genere a persone con alto rischio di salute o instabilità psichiatrica, o che non hanno avuto progressi con altre modalità terapeutiche. Da notare che, presso le strutture pubbliche, i tempi d’attesa possono essere frustranti.

OSPITALIZZAZIONE

Riservata per persone che hanno bisogno di attenzione medica urgente o di ri-alimentazione forzata – in poche parole, di solito in ospedale ci finite a forza.

CENTRO PER DCA PUBBLICO

Che quindi fa parte del Sistema Sanitario Nazionale (SSN). Tutte le prestazioni saranno quindi gratuite o su pagamento di un ticket – solitamente per un disturbo alimentare si può richiedere un esenzione da molte spese mediche, quali esami del sangue o visite psichiatriche. Per accedere al centro pubblico potete telefonare direttamente al centro, farsi indirizzare dal vostro medico, o chiedere informazioni alla vostra ASL locale.

Il centro pubblico segue le linee guida ministeriali nella terapia dei DCA: quindi molto probabilmente vi verrà affiancata un équipe di specialisti piuttosto che un singolo medico. Non tutti i i centri per DCA offrono l’opzione del ricovero, e spesso le liste d’attesa sono piuttosto lunghe.

CASA DI CURA CONVENZIONATA

Pur essendo nata come privata, la casa di cura convenzionata si appoggia al Sistema Sanitario Nazionale: perciò potete approfittare del servizio gratuitamente o a prezzi ridotti se vi accedete tramite l’impegnativa del vostro medico. Da ricordare, però, che la durata della terapia in collaborazione con il SSN è limitata, e quindi concluso quel periodo potreste trovarvi a dover cambiare centro o pagare: meglio informarsi prima.

CASA DI CURA PRIVATA

In una casa di cura privata la terapia è completamente a carico vostro. Può essere la scelta migliore se avete la disponibilità economica e non volete aspettare in liste d’attesa, però ovviamente informatevi in precedenza sulla professionalità dei medici che vi seguiranno. In particolare per i ricoveri, i prezzi possono diventare anche molto molto salati.

SPECIALISTA PRIVATO

Capita poi di non poter accedere ad un centro, o non avere il tempo per seguire l’iter prescritto, e quindi di scegliere un singolo psicologo o psicoterapeuta con cui seguire sedute settimanali. Pur non essendo l’opzione più consigliata, o statisticamente con i migliori risultati di guarigione, per molte persone è la scelta migliore. Ovviamente, di specialisti privati ce ne sono di tutti i tipi e i credo.

TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

Detta anche CBT, poi migliorata in CBT-E, è la terapia solitamente consigliata per i disturbi alimentari, e quella che finora ha dato i migliori risultati nel trattamento sia di anoressia che bulimia che EDNOS. Al contrario di altre terapie, è generalmente di breve durata, fra le 20 e le 40 settimane; ma ovviamente viene adattata alle necessità specifiche del paziente.

A grandi linee, la terapia affronta i comportamenti malati e gli schemi cognitivi ad essi legati. Per prima cosa si affrontano i sintomi, e si cerca di interrompere il ciclo patologico, e a seguire si identificano le catene di pensiero, gli automatismi e le varie convinzioni da cui scaturiscono: queste includono situazioni specifiche, dette triggers, ma anche le problematiche legate al corpo, al controllo o all’autostima.

Maggiori informazioni:

TERAPIA INTERPERSONALE

Variante della cognitivo-comportamentale, usata in alcuni casi per il trattamento della Bulimia, la terapia interpersonale si focalizza sulle relazioni del paziente e le problematiche che egli può avere con persone specifiche o nella sfera sociale in generale. Meno breve della cognitivo-comportamentale, la terapia porta il paziente a identificare le relazioni problematiche, il ruolo dell’alimentazione e a sperimentare nuovi modelli di comportamenti.

Maggiori informazioni:

TERAPIA PSICOANALITICA

In questo caso, la terapia è meno schematizzata della cognitivo-comportamentale e della interpersonale, e dipende in larga parte dalla scuola di pensiero dello specialista e dalla relazione che si instaura fra specialista e paziente. Le terapie psicanalitiche si occupano di risolvere i conflitti inconsci di cui il disturbo alimentare è sintomo, invitando quindi un processo introspettivo di lunga durata.

Maggiori informazioni:

TERAPIA STRATEGICA BREVE

Nuova aggiunta alle terapie usate per i dca, la terapia strategica breve approfitta di stratagemmi e tecniche di persuasione per convincere il paziente ad abbandonare i suoi sintomi. Questo avviene nella relazione con lo specialista e attraverso la pratica di ‘compiti per casa’ che spesso sembrano assurdi o controproducenti (‘chiedi a tua madre di comprarti tutti i i cibi per l’abbuffata’). Anche se gli specialisti di terapia strategica breve dichiarano ottimi risultati di guarigione, questa pratica non è consigliata dal Ministero né praticata a livello internazionale.

Maggiori informazioni:

 

Tengo questo articolo come un eterno work in progess. Se ci sono altri termini che pensate vadano aggiunti, fatemelo sapere!

Road Bumps to Recovery, parte prima: La Frustrazione di Trovare la Giusta Terapia

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Road Bumps to Recovery: alla ricerca della giusta terapia

A Settembre dell’anno scorso, dopo un orrendo periodo di depressione e anoressia, ho deciso di prendermi del tempo e iniziare una terapia. Ho lasciato la mia città e il mio lavoro, sono tornata a casa. Ero sfinita dalla malattia e non vedevo l’ora di affidarmi a qualcuno. Pensavo che da lì sarebbe stato tutto in discesa.

Forse alcune persone sono più fortunate. Prendono un elenco, scelgono uno psicologo, iniziano la terapia. Per me non è stato affatto così. Scegliere un percorso terapeutico è stato il processo più lungo, più frustrante che abbia mai affrontato. Ci ho messo settimane, mesi; mi sono sentita giudicata, presa in giro, mi sono sentita immeritevole di iniziare una terapia. E sono stata molte volte sul punto di lasciar perdere.

Da una parte era colpa delle mie stesse resistenze.

Volevo guarire, ma ero pur sempre bulimica. La mia determinazione cambiava in base al mio peso, alla frequenza delle mie abbuffate, alle ondate di depressione. Avevo una paura folle di non essere ritenuta abbastanza malata o abbastanza magra. Avevo ancora voglia di godermi le mie abbuffate. Non riuscivo veramente a credere in una vita senza disturbi alimentari. Ogni volta che prendevo in mano il telefono per prenotare un appuntamento mi sembrava di compiere un atto incosciente, di cui mi sarei pentita. Ogni minima difficoltà, da un numero occupato ad una lista d’attesa, era un motivo valido per lasciare perdere.

D’altro canto però il sistema d’aiuto intorno a me appariva complesso e inaccessibile.

Internet mi offriva una miriade di persone a cui rivolgermi e di terapie da tentare. Tutte diverse, e tutte che mi promettevano che mi avrebbero guarito dal mio problema all’80% delle probabilità. Io, che pure soffro di bulimia da parecchio tempo, non sapevo da dove cominciare.

Del mio medico di base non mi fidavo, visto che era sempre stato molto indifferente alla mia malattia. Volevo fidarmi dei portali ufficiali, quelli del governo o ospedalieri, ma la maggior parte erano poco aggiornati, difficili da navigare, con liste che mescolavano pediatrie e manicomi. Chiamavo i numeri delle associazioni sui disturbi alimentari e molte non mi rispondevano, o non avevano un referente nella mia zona, oppure si concentravano sul raise awareness piuttosto che rivolgersi proprio a chi era malato. Loro facevano informazione, non terapia.

Così spulciavo Google, da cui spuntavano indirizzi di case di cura private, blog di psicoterapeuti indipendenti, pagine su terapie innovative di cui non avevo mai sentito parlare. Chiamavo l’ospedale e non mi rispondevano, non mi rispondevano e poi mi consigliavano di chiamare un centro di cura. Chiamavo un centro di cura, mi rispondevano che avevano una lista d’attesa di circa un anno, ‘riuscivo ad aspettare?’. Ne chiamavo un altro e non era convenzionato, con prezzi dai mille euro al mese in su.

C’erano poi quei terapeuti che sembravano saper curare tutte le patologie, e ci buttavano in mezzo anche i disturbi alimentari. Prendevo appuntamento con uno psicologo, sborsavo 60 euro di visita e mi sentivo dire che io sono una vomitatrice che mangia perché non trova qualcuno con cui scopare; che per carità, può essere una tecnica che funziona con qualcun altro, ma con me di certo no.

Ad ogni appuntamento mi trovavo a dover raccontare di nuovo tutta la mia storia clinica, farmi soppesare dalla persone che avevo di fronte, pagare. Era psicologicamente drenante. E nel frattempo continuavo ad ammalarmi sempre di più e ad innamorarmi di nuovo della mia malattia.

Ma nonostante tutto questo, io sono fortunata. Ho una madre meravigliosa che mi ha dato le risorse finanziarie e mi ha trascinato a forza dai vari specialisti, finché non ho trovato lo psichiatra geniale e il centro a cui mi sono finalmente rivolta. Un’altra persona avrebbe desistito prima. La bulimia è così: stai male, vuoi tanto guarire e cerchi qualcuno che ti aiuti, ma allo stesso tempo non vuoi veramente guarire e quindi se non trovi il supporto di cui hai bisogno rinunci immediatamente. Io ho tentato e desistito tante volte prima di adesso.

E questo non è accettabile. 

Non è accettabile che una persona malata cerchi aiuto e non venga immediatamente ascoltata. Non è accettabile che questa persona ritorni al proprio disturbo perché non è riuscita ad accedere al supporto che cercava perché troppo complesso, poco pubblicizzato, troppo costoso. La rete di supporto esiste, ma non è a misura di bulimica.

E’ una critica pesante verso persone e strutture che fanno tanto ogni giorno per aiutare persone come me. Lo so. Però è davvero frustrante, perché basterebbe davvero poco per risolvere il problema.

Basterebbe che ci fosse un’associazione principale per i disturbi alimentari, a cui le altre fanno capo, con una piccola sede in ogni regione. Questa sede dovrebbe avere un numero verde, un indirizzo email e un sito, se vogliamo strafare, una chat. Sarebbe l’unico sportello da contattare per chi soffre di dca e offrirebbe un solo servizio: due appuntamenti gratuiti con un counsellor, di mezz’ora l’uno, il primo per ricevere informazioni aggiornate sulle scelte terapeutiche disponibili e il secondo per fissare un appuntamento, tramite il counsellor, con lo specialista prescelto.

Queste risorse ci sono già. Ci sono i centri di cura, gli specialisti, ci sono le associazioni: basterebbe organizzarle meglio. Nel frattempo, con questo post io inizio una serie di articoli che chiamo Road Bumps to Recovery, intesi ad aiutare persone che non sanno bene come muoversi nell’universo di cure disponibili prima che cambino idea.

Road Bumps to Recovery, parte prima: La Frustrazione di Trovare la Giusta Terapia

Road Bumps, parte seconda: Le Terapie Consigliate per i Disturbi Alimentari – breve lessico

Road Bumps, parte terza: Cosa considerare quando si scegliete una Terapia per i DCA

Road Bumps, parte quarta: Associazioni e ONLUS sui Disturbi Alimentari

Road Bumps, parte quinta: Strutture per la cura dei Disturbi Alimentari

Road Bumps, parte sesta: Domande da Fare al Proprio Psicologo

Road Bumps, parte settima: Piccola Guida per Cercare e Trovare una Cura per i DCA

E se avessimo solo fame? La Bulimia e la malnutrizione

Un po’ di auto-critica.

Diciamo che la bulimia è l’espressione di un disagio psicologico profondo. Povere noi. Costrette ad ingozzarci nel tentativo di soffocare emozioni che non sappiamo gestire, di sopprimere una nascente depressione, di sfogare quel perenne senso di inadeguatezza, di ansia, di vuoto.

Okay.

Però non raccontiamoci balle. L’abbuffata è soprattutto una reazione fisica. A cosa? Alla malnutrizione.

Ci costringiamo a diete ferree. Rinunciamo agli zuccheri, ai carboidrati, alle proteine; facciamo ore di palestra, ore di jogging, ore di digiuno. Poi la sera, quando ci troviamo di fronte ad un frigorifero, ci stupiamo se ci buttiamo a bomba su qualsiasi cosa di commestibile. E diciamo ‘Beh, è colpa del disagio psicologico’.

Non sto qui a negare che il disagio esiste; ma spesso l’abbuffata non ne è il sintomo diretto. Qualunque essere umano, malnutrito per qualche giorno, si esibirebbe in una straordinaria abbuffata bulimica appena ne avesse l’occasione. L’abbuffata non è solo un sintomo, ma una tecnica di sopravvivenza del nostro corpo che combatte il desiderio malsano della nostra mente di lasciarci morire di fame.

Vi dirò di più. Lo stesso disagio psicologico e l’ossessione con il cibo sono in buona parte conseguenze dirette della nostra malnutrizione. Una persona che non mangia è depressa, incapace di riflettere razionalmente, e non fa che pensare costantemente a quello che potrebbe mangiare.

Vedi il Minnesota Starvation Experiment, caposaldo di tutte le discussioni sulle origini dei disturbi alimentari, di cui ho parlato in questo post. In breve: nel 1944 l’Università del Minnesota prende 36 volontari maschi normopeso e normomangianti, li sottopone a periodi di dieta ferrea e semi-digiuno, e cosa scopre? Che, malnutriti, gli uomini soffrono di depressione, di ansia, e sviluppano una serie di comportamenti che noi oggi assoceremmo ad un disturbo alimentare e che persistono a lungo dopo che l’esperimento si è concluso.

Allo stesso modo, molte di noi hanno cominciato con una stupida dieta.

Io non nego il nostro malessere psichico; anzi, in questo blog non faccio che parlare di malessere psichico. Ma la verità è che noi spesso ci nascondiamo dietro al nostro male di vivere per non dover affrontare la vera causa delle nostre abbuffate: che non vogliamo mangiare. Da quella prima stupida dieta noi siamo ancora a dieta.

Così andiamo da file di psicologi a raccontare i nostri traumi e le nostre fobie. Ma poi quando ci dicono ‘E se cominci a mangiare i carboidrati anche a cena?’, allora abbiamo già meno voglia di guarire, cominciamo a sparare balle, molliamo la terapia. Storia personale, lo ammetto, ma non solo la mia.

Purtroppo per noi, non si guarisce dalla bulimia senza ricominciare a mangiare normalmente, senza un piano alimentare, senza piantarla una volta per tutte di cercare di dimagrire. Senza quelle maledette 2000 kcal al giorno non ci passerà mai la voglia di abbuffarci. E non possiamo che comportarci come dei cani affamati che si ingozzano di qualsiasi cosa, presi dalla paura che domani potrebbero non trovare più da mangiare.

Certo, fosse facile. Ricominciare a mangiare normalmente è un casino.

‘Mangiare i carboidrati anche a cena’ è fonte di fobie primordiali. Per assumere quelle cazzo di 2000 kcal al giorno bisogna riuscire a fare ragionamenti non-bulimici, quali: non mi sento meglio quando dimagrisco, se mangio un panino non devo mangiarmi tutto il panificio, il mio corpo va bene com’è, il cibo è solo nutrimento e non uno sfogo, una colpa, un fetish, una via di fuga. E molti altri. In fondo è proprio dietro la difficoltà di ingerire 2000 kcal, che vanno cercati le vere radici del disturbo alimentare, piuttosto che nel numero di abbuffate.

Però, dai, forza. Inutile che stiamo qui a raccontarci quanto siamo schiave del binge. Inutile che ci lamentiamo delle abbuffate ma continuiamo a saltare la cena, perché allora siamo davvero delle anoressiche fallite. Se cercate aiuto, allora sappiate che state cercando aiuto per riuscire a mangiare le 2000 kcal, non per cancellare le abbuffate dalla vostra eterna dieta.

Penso che con quelle 2000 kcal si risolvano tutti i problemi? No.

Magari. Io mi abbuffo anche in fasi di regime alimentare ideale. Dopo anni l’abbuffata è uno stimolo fisiologico quanto una modalità comportamentale default: sto male, ergo mi abbuffo. Però, però. E’ diecimila volte più facile resistere quando non sono malnutrita. E’ diecimila volte più facile fermarsi a riflettere e capire quale cazzo è il mio problema.

Penso che la malnutrizione sia la causa unica del disturbo alimentare? No.

La malnutrizione è anch’essa un sintomo. Un sintomo-barriera, che domina tutti gli altri. Solo risolvendo la malnutrizione si distinguere il disagio puramente fisiologico e quello psichico, e quindi capire quali sono i meccanismi psicologici del disturbo.

Quindi, bando alle ciance e bando alle ipocrisie. Lo dico più a me che a voi, che guardo quei cazzo di grissini per cena e mi sembra di fare una lotta contro il Minotauro.