Agli uomini piacciono le curve

Agli uomini piacciono le curve. E a me che cazzo me ne frega. Pensate che mi rasi l’esofago da dieci cazzo di anni perché voglio disperatamente farmi piacere al figo della classe? Pensate veramente che rischio l’infarto per trovare qualcuno che mi scopi?

Un ex-fidanzato mi ha lasciato perché ero troppo magra. E troppo bulimica, ma soprattutto troppo magra. Quando mi leccava le tette sbatteva con il mento sulle mie costole e gli faceva schifo. ‘Mi piaceresti di più se aumentassi un po’ di peso’. L’ho tradotto, nella mia mente: ‘Devi scegliere fra me e il tuo disturbo alimentare’. E vaffanculo, ho scelto il disturbo alimentare.

Non mi sono ammalata perché volevo essere bella; non continuo a stare male perché voglio piacere. Sono abbastanza adulta da sapere che c’è qualcuno per tutti, lì fuori. Che la benedizione di essere una donna è che basta mostrare le tette e qualcuno salta fuori. Che se poi vuoi trovare qualcuno che ti vuole davvero bene allora il tuo peso conta davvero poco.

Se volessi un uomo lo troverei. Ma non lo voglio. Un disturbo alimentare ti sputtana talmente la libido che trovare qualcuno con cui scopare è l’ultimo dei tuoi problemi. Non voglio proprio essere toccata, altro che scopata. E non mi viene un orgasmo neanche se me lo prescrive il medico.

Quindi non sono single per scelta ma per necessità, perché non riuscirei ad incastrare una relazione con la bulimia. Agli uomini piaceranno anche le curve, ma a me non piacciono gli uomini. Femminismo 1.0: non tutto gira intorno al cazzo. Meno che meno i disturbi alimentari.

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Le Bulimiche non sono quelle che vomitano

Oggi sono incazzata nera. Perché per l’ennesima volta mi trovo faccia a faccia con tutti quelli che sono gli stereotipi sulla bulimia – quelli più infami e più diffusi, e che porca troia ancora mi costringono spesso a negare la mia malattia perché non voglio passare per una deficiente.

Quale è il pregiudizio più bastardo? Che la bulimia sia un modo per mangiare tutto quello che vuoi e rimanere magra.

‘Ma se vuoi stare magra non puoi semplicemente mangiare un po’ più sano?’, mi dice l’ennesima persona sana, il normomangiante, e mi guarda mentre compro il mio gelato alla stracciatella, ‘Quello poi non lo vai mica a vomitare?’.

Perché nella mente di chi questa malattia la conosce solo per nome, la bulimica è colei a cui piacciono tanto le schifezze ma vuole comunque vincere il concorso di Miss Bikini 2016. Quella che si porta dietro uno spazzolino da denti quando va a mangiare una pizza con gli amici così prima del caffé può fare una corsa in bagno a sboccare. Ma che poi per il resto sta bene, ha solo questa cattiva abitudine perché è fissata con il proprio aspetto, come una che si fa troppe lampade o che ha le vesciche per i tacchi dodici. Ma in fondo per essere belle bisogna soffrire.

In questa mentalità diffusa, l’atto di provocarsi il vomito è visto come l’inizio, l’essenza e la fine del disturbo alimentare. Bulimia=vomitare. Ti metti le dita in gola, quella è la tua malattia. Basta che non lo fai più e sei guarita. Bulimia sarebbe il termine medico per Miss Deficiente.

Io capisco perfettamente perché questo stereotipo esiste. Il vomito è ciò che fa più scena, attirando a sé i sensazionalismo mediatici e facendo rizzare le antenne ad ogni normomangiante. E’ talmente facile da visualizzare che diventa l’immediato riferimento visivo della malattia, il suo emblema; e così domina le rappresentazioni mediatiche, domina le conversazioni sul problema, finisce col divenire l’unico sintomo di cui si parla. Non vomitare è giusto, vomitare è sbagliato. Così si concludono le discussioni sulla bulimia. Facile da giudicare, senza dover andare a impegolarsi in un tentativo di comprendere la complessità della malattia mentale.

Ma se si giudica una malattia mentale seguendo semplicemente il processo razionale di chi una malattia mentale non ce l’ha, si finisce con l’incolpare il malato. Si pensa: la persona bulimica pensa come una persona qualunque, come una persona qualunque ogni tanto mangia troppo, e poi come una persona qualunque si trova davanti alla decisione vomitare-non-vomitare. L’unica differenza con la persona qualunque è che vomita, perché vuole rimanere magra. ‘E non vomitare, no?’, così poi sei guarita.

Ma la persona malata non pensa né si comporta così. L’abbuffata non è come mangiare troppo, il vomito autoindotto non è come mettersi le dita in gola quando sei sbronzo per sputare fuori un po’ di tequila. Ma soprattutto: la catena di pensieri che accompagnano il sintomo non è quella di una persona qualunque, ed è in quella catena di pensieri che va cercato il disturbo alimentare.

Io non voglio essere Miss Bikini 2016, tanto per cominciare. Io non vomito ogni pasto. Io non vomito per gioco o per comodità, perché mi va un panino alla Nutella o una pizza. A me non me ne frega un cazzo di poter mangiare tutto quello che voglio. E io posso anche smettere di vomitare, ma non guarirei dal mio disturbo alimentare. Ho smesso di vomitare, per lunghi periodi, ma ho continuato ad abbuffarmi. A volte ho smesso sia di vomitare che di abbuffarmi, ma ho continuato a perdere peso vertiginosamente. A volte ho smesso di fare tutte e tre le cose, per settimane, ma poi l’insistenza della mia ossessione, rimasta irrisolta, mi ha fatto velocemente ritornare a tutti i miei sintomi.

Ci sono poi persone bulimiche che non hanno mai vomitato. E si chiamano bulimiche uguale.

Magari la bulimia fosse solo un gioco, un passatempo per golosi. Perché se così fosse avrei smesso di giocare già da un pezzo, perché non è affatto un gioco divertente. Mi ha bloccato la vita, mi ha impedito di essere felice e formare delle relazioni, mi ha fatto fuori l’organismo. Non è stato il vomito una tantum a farmi tutto questo; vi assicuro che nessuno si è mai rovinato l’esistenza infilandosi una volta le dita in gola. Sono stati piuttosto il senso di colpa e di inadeguatezza, la depressione, i segreti, l’angoscia, tutte quelle cazzo di sensazioni che sono il fulcro del disturbo alimentare. Ogni istante della mia vita è vissuta attraverso la lente della bulimia. Il vomito non sono che quei quindici minuti catartici, che non sono che la culminazione di tutto il resto.

Quindi smettetela di dirmi che ci sono modi più sani di dimagrire. Smettetela di controllare se vado in bagno a vomitare. Che io davvero, apprezzo l’interesse, ma non mi state aiutando a guarire.

Le persone tristi sono sempre magre, alias i disturbi alimentari non sono una questione di peso

Tutti hanno paura dell’equazione magro=bello. Perché pensano che se magro=bello allora tutte le ragazzine vogliono dimagrire, e poi si ammalano di disturbi alimentari. E io non dico che magro=bello non sia una cagata. Io supporto pienamente il ciccio=bello. Mi piacciono le tettone sulle copertine delle riviste. Supporto il movimento curvy ladies. Supporto tutti, alla taglia che gli pare, che tanto siamo belli uguale.

Se c’è un’equazione che mi preoccupa è un’altra, che penso abbia maggiori implicazioni sulla diagnosi di un disturbo alimentare. E’: magro=triste.

‘Ti vedo dimagrita’. Nelle leggende dei disturbi alimentari questa frase si dipinge solitamente come il complimento che spinge una ragazza nell’antro dell’anoressia. ‘Tutti notavano che ero magra, ero bella, e io continuavo a dimagrire’, si legge nelle biografie. L’ammirazione delle folle si presenta come un fattore scatenante del disturbo alimentare, supportando indirettamente l’idea che l’anoressia si sviluppa un po’ per vanità e un po’ per voglia d’accettazione. Poi, semplicemente, come una cogliona, l’anoressica non riesce più a smettere.

Stronzate, se volete la mia modesta opinione. L’anoressia non ti piomba addosso alle soglie del sottopeso, come se un attimo prima fossi sana e bella e felice, e poi quando sei troppo magra per piacere agli altri improvvisamente, pam!, sei anoressica. L’unica cosa che succede alle soglie del sottopeso è che le persone attorno a te si accorgono che non sei più tanto bella e che hai un problema.

A quel punto ‘ti vedo dimagrita’ può diventare una nota di preoccupazione e sconcerto. Perché è vero che viviamo in una società in cui una donna magra è spesso considerata più affascinante; ma io credo anche che in questa stessa società l’atto di dimagrire sia in molti casi anche visto come un sintomo di malessere. ‘Ti vedo dimagrita’ perché forse sei stressata. ‘Ti vedo dimagrita’ perché forse sei ammalata. ‘Ti vedo dimagrita’ perché sei triste, perché l’inappetenza è la virtù dei depressi e per dimagrire così un qualche demone ce lo devi pure avere.

Quali sono invece le associazioni con un ‘ti vedo ingrassata’? Nessuno ingrassa perché è ammalato o perché è triste, non nell’immaginario comune almeno. Puoi mangiare un litro di gelato perché ti ha mollato il ragazzo, al massimo. Ma nessuno pensa che tu possa prendere quindici chili perché cerchi di soffocare una profonda sofferenza. Se ‘ti vedo ingrassata’, quindi, è perché ti sei lasciata andare, hai fatto la golosa, sei un po’ sfigata e te ne sei stata a casa a mangiare cioccolato invece che uscire con gli amici.

Avete capito. E’ l’antico dramma per cui i disturbi alimentari non sono una questione di peso – e noi ce lo possiamo anche ripetere a iosa, ma poi nel mondo lì fuori il peso continua ad essere visto come una determinante fondamentale dello stato d’animo di una persona. Come se la ciccia funzionasse da anti-ansiolitico.

La morale è che una persona magra, specialmente se troppo magra, deve per forza soffrire. Nella sua immagine standard, ella emana una tristezza sommessa e affascinante, troppo eterea per preoccuparsi di qualcosa di rozzo come il cibo; immagine fasulla, visto che un’anoressica in verità non fa altro che pensare al cibo. Una persona sovrappeso invece non può che essere triste in maniera grezza e patetica. Per esempio: non vedrete mai una ragazza grassa piangere righe di mascara nero in un video di musica rock. Se in qualche media vedete una ragazza grassa che piange, beh, generalmente piange perché è grassa, o perché viene presa in giro perché è grassa.

Non sto dicendo che sia sbagliato preoccuparsi per una persona che dimagrisce troppo, sia chiaro; e so che è umano accorgersi di un problema solo quando diventa visibile, palesandosi nella sporgenza di costole e altri ossicini. Quello contro cui punto il dito è il concetto, lo stereotipo, la miopia del nostro immaginario collettivo.

L’immaginazione è astratta ma ha delle conseguenze reali – è la prima lezione di qualsiasi corso di sociologia. E così sul momento me ne vengono già in mente sei:

  1. La diagnosi di anoressia arriva tardi.

Una persona che mostra tutti i sintomi dell’anoressia tranne il sottopeso difficilmente è considerata anoressica. Non tanto dagli specialisti – che prego Dio siano in grado di notare un problema anche senza guardare l’indice di massa corporea, anche se purtroppo spesso non è così – ma piuttosto da chi circonda la persona con il disturbo, e spesso dalla persona stessa. Una persona che assume 300 kcal al giorno è spesso vista come ‘un po’ fissata’ a meno che non abbia le ossa a fior di pelle, e così si aspettano settimane, a volte mesi, prima di affrontare un’anoressia nascente.

2. Dimagrire diventa un modo efficace per lanciare un grido d’aiuto.

Forse il punto più preoccupante. Dimagrire diventa una specie di linguaggio universale per ‘sto male’, che anche chi è miope a tutti gli altri sintomi può comprendere. Dimagrendo si può comunicare un disagio a chi ci sta intorno senza doverne parlare apertamente. Certo, possiamo aprire un dibattito su quanto l’anoressia sia i meno un inconscio grido d’aiuto: ma sono convinta che in certi casi lo sia. E spesso, purtroppo, è l’unica cosa che funziona.

3. Si sviluppa il fenomeno del non sentirsi abbastanza malati.

Ci sono mille ragioni per cui una persona con un disturbo alimentare non si sente abbastanza malata, ma certo l’indice di massa corporea è spesso uno di quelli. Se non sei abbastanza ossuta non fai abbastanza pena, non puoi avere troppi problemi, non senti di meritare troppe attenzioni o cure. Non senti di aver davvero provato l’intensità della tua malattia finché non sei arrivata al tuo peso minimo, e finché non ci arrivi non ti puoi considerata abbastanza incasinata da andare in terapia.

4. E infine riprendere peso viene subito associato allo stare meglio.

E questo è un problema serio, soprattutto per chi soffre di anoressia e sta seguendo un percorso di cura. Perché se avessi un centesimo per ogni bulimica che è caduta nella bulimia mentre veniva messa all’ingrasso per uscire dall’anoressia, allora sarei milionaria. Riprendere peso può facilmente diventare una copertura nella quale il disturbo alimentare si evolve, si nasconde e persiste.

5. Ingrassare non è mai visto come il sintomo di un malessere.

Non dico che ingrassare sia sempre un malessere – nello stesso modo in cui dimagrire non è sempre un malessere. Il cambiamento di peso non è certo il sintomo più importante, ma sicuramente un aumento di peso serio è sempre associato a delle cause e delle conseguenze psicologiche da tenere in conto. Se una persona prende 10kg in un mese non può semplicemente ‘essersi lasciata andare’ senza una qualche spinta psicologica di fondo e senza un effetto drastico sul suo senso di sé.

6. La bulimia, ma soprattutto il binge non sono considerati problemi seri.

La maggior parte delle bulimiche sono normopeso: il che spesso fa sì che veniamo dipinte come delle anoressiche fallite, che in fondo non riescono a dimagrire perché non stanno poi così male. Anche qui potremmo aprire un dibattito, per rispondere alla domanda se l’anoressia e la bulimia siano veramente due facce della stessa medaglia oppure no. Rimane il fatto che la bulimia non è meno grave o meno debilitante dell’anoressia. Creare una scala di gravità delle malattie mentali non è certo facile come mettere in fila i gironi dell’inferno.

Poi il binge, il binge è ancora peggio, perché lì davvero quasi tutti i sintomi del disturbo non sono che visti come un problema di carattere piuttosto che una malattia. Non mi sono mai sentita così misera come nei miei periodi senza condotte di eliminazione: periodi di cui non ricordo altro che il cibo, in cui per settimane non uscivo di casa che per andare al supermercato. Però stavo ingrassando. Per tutti quelli che mi vedevano, io ero semplicemente triste perché continuavo a mangiare e non riuscivo a stare a dieta, non il contrario. Il binge rimane la malattia che mi fa più paura, che compatisco di più, perché lo stigma contro un problema del genere è talmente profondo che pochi riescono a chiedere e trovare aiuto.

Ho scritto un post molto lungo ma ci tenevo a farlo.

Quando all’inizio sono caduta nell’anoressia, io scrivevo su una pagina di diario ogni volta che qualcuno notava il mio peso. ‘Ti vedo dimagrita’ fomentava un orgoglio malato, esattamente come descritto sopra: l’unica differenza era che io non ricevevo mai complimenti. Io ero già magra prima dell’anoressia. Quando qualcuno commentava la mia perdita di peso era solitamente per dire che gli facevo schifo, ero preoccupante, che cazzo stavo facendo, ma stavo male? Io mi annotavo ogni frase con soddisfazione, felice che il mio aspetto fisico finalmente rispecchiasse come mi sentivo dentro.

Leggendo alcuni blog online, mi rendo conto che per tante ragazze è così. L’immagine di sé, nel proprio malessere, si associa automaticamente ad un’immagine della tristezza come creatura magra. E non è solo colpa del disturbo alimentare, che suggerisce pensieri malati; ma anche dell’idea diffusa della forma in cui il disagio può prendere corpo, cioè privando il corpo di ogni nutrimento e riducendosi ad un cumulo di ossa. Poetico, per carità, ma poco realistico. E pericoloso.

10 stereotipi e idee errate sui disturbi alimentari

Articolo ispirato ai tanti che ho visto in giro (in inglese, per esempio questo e questo e questo), e che tanto mi piacciono, così concisi, diretti, immediati. Ne avevo scritto uno simile in passato, ma che vi vuoi fa’.

1. Chi soffre di disturbi alimentari è sottopeso

No. Il peso non definisce la malattia. Si può essere normopeso ed essere impantanati fino al collo nella bulimia. Si può perfino essere normopeso ed essere anoressici. I disturbi alimentari sono malattie della mente, che si esprimono attraverso una serie di pensieri distorti ed ossessioni, non solo ed esclusivamente attraverso sintomi fisici.

2. Solo le donne soffrono di disturbi alimentari.

No, i disturbi alimentari non sono discriminatori. Moltissimi uomini soffrono di disturbi alimentari: secondo i più recenti studi, fino al 30% dei malati sono uomini. Il trenta percento. Solo che se ne parla poco, perché queste malattie sono tradizionalmente delle donne.

3. Solo i giovani soffrono di disturbi alimentari.

No, di nuovo, i disturbi alimentari non sono discriminatori. Se è vero che molte persone si ammalano in adolescenza, in molti casi i disturbi alimentari si trascinano per decenni, e possono anche comparire per la prima volta quando si è già raggiunta la maggiore età. Solo adesso si cominciano a raccontare le storie di chi inizia a vomitare a cinquant’anni, o sviluppa l’anoressia dopo essere andato in pensione.

4. Chi soffre di disturbi alimentari vuole perdere peso per essere bello.

Magari. I disturbi alimentari hanno mille forme e mille motivazioni, ma raramente sono soltanto dei disperati desideri di conformarsi a qualche standard di bellezza societario. I disturbi alimentari ti rendono brutto, non soltanto troppo magro ma anche spento, senza capelli e coi denti gialli, e chi ne soffre lo sa: ma la malattia e l’odio per il proprio corpo non hanno niente a che vedere con la bellezza classica o con il modo in cui ci vedono gli altri, solo con il mondo distorto delle nostre sensazioni.

5. Chi soffre di disturbi alimentari lo fa per scelta.

Ehe. No. Nessuno sceglie di avere un disturbo alimentare. Ripeto: nessuno sceglie di avere un disturbo alimentare. Chi dice di voler diventare anoressico, vedi pro-ana, solitamente non diventa anoressico. Più spesso, invece, ci si ammala quasi senza accorgersi: si comincia a rinunciare a qualche cibo che ci appesantiva, o si mangia un pacco di biscotti per calmare un po’ d’ansia. Il disturbo alimentare si infila subdolo nella tua vita quotidiana, distorcendoti i pensieri e diventando la valvola di sfogo ideale a qualsiasi problema.

6. Per guarire dai disturbi alimentari basta ricominciare a mangiare normalmente.

No. Cioè, sarebbe un primo passo, ma per chi soffre di un disturbo alimentare ricominciare a mangiare normalmente è una lotta quotidiana. La malattia annulla qualsiasi istinto naturale: non sai più quando hai mangiato abbastanza, non riesci più a vedere il cibo come un semplice carburante. Per guarire dalla malattia bisogna riuscire a liberarsi dalle mille supposizioni malate e allo stesso tempo slegare il cibo dal proprio senso di sé e dalle proprie emozioni.E non è una cosa che si può fare da un giorno all’altro.

7. Chi soffre di disturbi alimentari è debole e facilmente influenzabile.

Noo. Essere deboli non è mai stato un criterio diagnostico. Anzi, capita spesso che a soffrire di un disturbo alimentare siano le persone più intelligenti, quelle che se ci fai una discussione ti mangiano i risi in testa, come si dice dalle mie parti. Ed infatti il disturbo alimentare non è la conseguenza di una cattiva influenza, ma l’espressione di un disagio che va al di là di qualche modella magra in tivù.

8. I disturbi alimentari sono solo un problema con il cibo.

No. Sono un problema con il cibo, certo, ma non solo. Ripeto: i disturbi alimentari sono l’espressione di un disagio. E questo disagio può avere mille cause diverse, e davvero non credo si possa generalizzare sulle ragioni intime per cui una persona sviluppa la malattia: ma certo non è semplicemente perché gli stavano antipatici i carboidrati.

Allo stesso modo, il decorso del disturbo va a intaccare molto più che gli orari dei pasti. I disturbi alimentari hanno effetti deleteri sul senso del sé, sull’umore, sui rapporti interpersonali, sulla vita scolastica e professionale. Molto più di un semplice problema con il cibo.

9. Anoressia e bulimia sono gli unici due disturbi alimentari.

No, anoressia e bulimia sono quelli di cui si parla. Ci sono la bigoressia, l’ortoressia, il binge, e vari disturbi atipici. Ma soprattutto, sono poche le anoressiche da manuale, o le bulimiche da manuale. La sintomatologia di un disturbo alimentare è raramente stabile e fedele alla propria categoria diagnostica: in molti casi cambia nel tempo, sviluppa ossessioni e rituali propri, modellati sulla persona.

10. Comunque, l’anoressia è l’unico disturbo alimentare serio.

No. Si muore di tanti disturbi alimentari, non solo di anoressia: per esempio, quando vomiti tanto ad un certo punto il tuo cuore può semplicemente decidere di fermarsi, anche se sei normopeso. E a parte questo, non c’è disturbo alimentare che in qualche modo non rovini la vita di una persona e di chi le sta intorno, e che per questo si debba definire terribilmente serio.

Ce ne sono altri, chiaro. Ma per adesso questi.

Disturbi Alimentari oltre i trent’anni

Vagando un po’ alla cazzo su YouTube ho trovato questo splendido documentario della bbc1 intitolato “Desperately Hungry Housewives – uscito nel 2009 ma comunque incredibilmente attuale. Il documentario racconta le storie di quattro donne britanniche, tutte fra i trenta e i sessant’anni, che soffrono di disturbi alimentari. Ripeto: tutte fra i trenta e i sessant’anni. Non ragazzine pre-pubescenti né universitarie sull’orlo di una crisi di nervi – donne normalissime, di una certa età, con figli nipoti e carriere professionali, e una spasmodica ossessione nei confronti del cibo.


Credo che il documentario sia fatto molto bene, a differenza delle schifezze nostrane delle Iene, credo che rappresenti molto onestamente come un disturbo alimentare si possa incanalare per anni e decenni in una vita all’apparenza normalissima. Ma, in particolare, quello che fa questo documentario è sradicare pezzo per pezzo una serie di stereotipi sulle persone che hanno un disturbo alimentare.

Per prima cosa, dimostra che queste persone non sono delle pazze psicotiche da rinchiudere in manicomio – che non passano le loro giornate a piangere di fronte ad un cracker, e che in molti casi fanno qualsiasi cosa pur di condurre una vita normale. E che magari solo dopo aver messo a nanna i figli e aver pulito la cucina si dedicano ad una sessione di binge/purge, senza che nessuno noti o sospetti nulla.

E soprattutto il documentario fa vedere che i disturbi alimentari non sono un problema da ragazzine. E’ vero che nella maggior parte dei casi la malattia compare per la prima volta durante gli anni dell’adolescenza – forse perché sono gli anni in cui una persona è più vulnerabile, credo, boh. Ed è anche vero che molte persone sono abbastanza fortunate da riuscire a curarsi e liberarsi del disturbo alimentare prima che questo compia il suo primo decennio, e magari prima dei trent’anni si possono sentire relativamente guarite. D’altro canto però ci sono molte donne, e probabilmente anche uomini, che sviluppano il disturbo alimentare in età avanzata. Oppure che hanno delle ricadute, o che non riescono affatto a guarire prima dei trent’anni e devono trascinarsi la malattia avanti con gli anni.

Queste persone vengono sempre costantemente ignorate dai media, per cui un’anoressica/bulimica non può che essere una sedicenne dal look emo o con la fissa per la danza classica. Sembra che i disturbi alimentari siano una malattia che si supera col tempo, in inglese si direbbe che si outgrow: come se dopo i trent’anni si fosse troppo maturi per l’anoressia.

E ovviamente non è così. Non solo guarire da un disturbo alimentare richiede uno sforzo immane da parte della persona interessata – ma soprattutto non ha niente a che vedere con la maturità o l’immaturità di una persona. Le malattie mentali possono colpire le sedicenni emo tanto quanto i premi nobel, e nessuna quantità di neuroni iper-geniali sarà mai sufficiente a cancellare i pensieri malati. Anzi, vi dirò, io personalmente mi rendo perfettamente conto di quanto certe mie convinzioni siano assolutamente insensate e di quanto certi comportamenti siano malati e nocivi: non per questo riesco semplicemente a smettere.

E quindi sì, molte persone over-trenta soffrono di disturbi alimentari. E credo onestamente che abbiano una vita ancora più difficile di quanto ce l’ho io: perchè mentre è ancora accettabile che una ragazza della mia età faccia stronzate con il cibo, è assolutamente inconcepibile che una signora adulta con figli si metta le dita in gola.

Ammiro questo documentario perché riesce a raise awareness (aiuto traduzione? aumentare la consapevolezza?) riguardo al problema, in maniera rispettosa verso i diretti interessati e comunque realista. E credo che raise awareness sia l’unica arma per far sì che chi soffre di un disturbo alimentare si vergogni meno della propria malattia, e che chi gli sta vicino non tenda a giudicarlo in maniera sbagliata. Boh, alla fine parlare di un problema è il primo passo per risolverlo, dicono. E viva la bbc.

Yahoo Answers – primo fenomeno

Come noi tutti sappiamo, Yahoo Answers è un tempio di cultura contemporanea. E in cotale tempio, come farci mancare qualche perla di saggezza sui disturbi alimentari. Ecco a voi: tutto ciò che non sapevate sui disturbi alimentari, ma che Yahoo Answers, per vostra fortuna, sa.

Iniziamo col fare bene attenzione a ricordare la distinzione fra anoressia e anoressia nervosa

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La natura dei disturbi alimentari ce la spiega poi questo buon’uomo, lui si che ne sa, dalla vita irregolare alla distribuzione del grasso, senza dimenticare l’alcool. Per la maggiorparte l’alcool.

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Per capire come poi si comporta chi ha un disturbo alimentare ascoltiamo un altro esperto, che spiega come l’anoressia NON sia la malattia delle bugie e delle mezze verità. Gli anoressici sono fieri e spavaldi:

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Segue poi una sezione testimonianze accazzo, come quella assolutamente attendibile di colui che è anoressico da BEN DUE SETTIMANE.

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Oppure quella di colei che forse non è anoressica, ma sicuramente ne ha tutte le credenziali. E perfino un’esatta percentuale di propensione.

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Quindi Yahoo Answers insegna, come se non lo sapessimo già, che le idee in voga sui disturbi alimentari sono svariate e, molte, balorde. Lo so, cosa mi potevo mai aspettare, è Yahoo Answers: c’è gente perfino che chiede se la luna è un pianeta.

Cause dei Disturbi Alimentari

Ecco i motivi per cui io ho sviluppato un disturbo alimentare:

– Ho una madre oppressiva, che mi ha sempre tenuto sotto controllo e così io non ho mai potuto esprimere la mia vera personalità. Io sarei una giuovincella spensierata, ma lei no, mi ha oppresso crudelmente, oh ahi povera me.

– Sono una perfezionista. Volevo sempre prendere i migliori voti a scuola, poi sai com’è, una cosa tira l’altra e ho voluto essere sempre la più magra.

– I miei genitori sono molto esigenti: volevano che io facessi la giornalista-veterinaria-astronauta-presidente-dell’umanità e io avrei fatto qualsiasi cosa pur di dar loro soddisfazione, così ho smesso di mangiare.

– Quando ero piccola, sono stata molestata.

– Mi sono sempre piaciuti la moda e lo shopping, ho visto Kate Moss su una rivista un giorno e ho pensato “focca la bindella, farei qualsiasi cosa pur di essere come lei”

– Ero un po’ ciccia, così ho iniziato una dieta, e poi non sono più riuscita a smettere e così ho continuato la dieta ad aeternum.

– Sono stata vittima di episodi di bullismo: i miei compagni delle elementari mi chiamavano “cicciabombacannnoniere”.

– In Internet ho trovato dei siti che spiegavano come dimagrire e come vomitare, e che la magrezza da un senso alla vita, e allora ho detto “cacchio, questo deve essere il segreto esistenziale che non mi è mai stato rivelato” e ho obbedito alle regole di questi siti.

Piacere a tutti, sono lo stereotipo dell’anoressica/bulimica, una teenager secchiona e cicciottella, con i peggiori genitori del mondo, un prozio che allunga troppo le mani, un’iscrizione biennale a Vogue e TheHouseofThin fra i preferiti su Google Chrome. Piacere a tutti, sono una lunga lista di CAZZATE (e per chi è lento a capire, chiarisco che la lista era ironica, ripeto IRONICA IRONICA IRONICA – che, per chi è ancora più lento a capire, significa che questi NON sono i motivi per cui ho sviluppato un disturbo alimentare, ma una serie di generalizzazioni e stereotipi sul perché qualcuno sviluppa un disturbo alimentare)

Woman-Eating_Fernando-BoteroIo non spunto quasi nessuna di queste caselle. Forse una. Non ho madri oppressive né genitori esigenti: ho una famiglia fin troppo a posto, ho una famiglia lovely, e se davvero credessimo ancora a Freud dopo l’infanzia splendida che ho passato dovrei diventare l’adulto più amabile del mondo. Non sono mai stata molestata. Non sono mai stata sovrappeso, non prima del disturbo alimentare perlomeno, alle elementari ero una sottiletta e l’unico che mi ha chiamato cicciabombacannoniere era sicuramente più cicciabomba di me. Ho sempre strenuamente deriso tutte le mie amiche che compravano Cosmopolitan e che volevano essere magre. E sapete bene come la penso, e come l’ho sempre pensata, sulle pro-ana. Che sia io, la bulimica atipica?

Pensandoci, fra le persone con dca che conosco, molte spuntano diverse di queste caselle. Ma aspetta: tutte le persone che conosco, con o senza dca, spunterebbero diverse di queste caselle. La verità è che questo profilo della bulimica/anoressica tipica includerebbe più o meno metà della popolazione mondiale, per un motivo o per l’altro.

Tutti sono stati presi in giro alle elementari, chiamatelo bullismo o bambini cazzoni. Tutte le ragazzine, la maggior parte, seguono la moda o leggono qualche rivista sull’argomento. Tutto il mondo ha una famiglia un po’ del cazzo, che sia per un madre oppressiva, per genitori esigenti, o semplicemente stupidi: non per questo tutti generano prole con disturbi alimentari. E se tutte le persone studiose e ambiziose dovessero diventare anoressiche, allora Oxford sarebbe la tana degli scheletri viventi.

E l’ultimo punto: sì, molti disturbi alimentari iniziano con una dieta. Ma chi non ha mai iniziato una dieta scagli la prima pietra. Se dovessimo impedire le diete per rischio disturbi alimentari, vivremmo in un mondo di cicciabombacannonieri.

    

Insomma, quello che voglio dire è che sfido chiunque a non spuntare proprio nessuna di queste caselle. La verità è che spuntare una, due, tre di queste caselle non porta necessariamente a sviluppare un disturbo alimentare. Non esiste una bulimica/anoressica tipo: può darsi che esista una predisposizione, ma ancora non si può descrivere in maniera definitiva, stanno ancora facendo molta ricerca al riguardo. E sicuramente non si può ridurre alla comoda lista di fattori che ho indicato qui sopra.

In pratica, dimenticatevi le soluzioni facili. Non esistono delle cause dei disturbi alimentari valide per tutti: ogni persona sviluppa la malattia in maniera diversa, per una complessa serie di ragioni e problemi che finiscono col trovare sfogo nel cibo.

Quali sono queste ragioni? Mi piacerebbe tanto saperlo. Dopo anni che ci vivo dentro, conosco a malapena quelle del mio disturbo alimentari. E non c’è assolutamente nessun modo di generalizzare. E’ come chiedere cosa causa la depressione, o cosa causa l’alcolismo: ci sono millemila possibili risposte. C’è forse una predisposizione, c’è forse un episodio scatenante, ma fondamentalmente c’è qualcosa di più profondo, alla base, che non va.

Ovviamente la ricerca è aperta sull’argomento. Come per le origini dell’omosessualità, alcuni ricercatori che le origini dei disturbi alimentari sono nei geni. Altri dicono che sono il sintomo di un problema nelle secrezioni ormonali. Le teorie si moltiplicano di giorno in giorno.

Io direi, finché non lo sappiamo per certo, evitiamo di generalizzare. Evitiamo di ridurre la massa di persone con dca a teenager secchione e cicciottelle, è un tantino offensivo.

(Potrei farne uno slogan: PERCHé NOI NON SIAMO TEENAGER-SECCHIONE-CICCIOTTELLE). E con questo messaggio all’umanità, chiudo.