Il Caos di una Vita con la Bulimia

Non si può soffrire di Bulimia e comunque vivere una vita tranquilla e serena. Qualche tempo fa parlavo di Bulimiche funzionali, persone che riescono a tenere in piedi una vita normale anche con un disturbo alimentare. Rimango dell’idea che questa Funzionalità esista, io per prima ho convissuto per molti anni con il mio disturbo alimentare; ma è un compromesso fra la Bulimia e la vita vera, nonché una Funzionalità precaria e faticosa.

Precaria, perché potresti prenderci la mano e trovarti in ricovero, come è successo a me. Faticosa, perché la Bulimia riesce talmente a scombinare la vita normale che fingere di averne una diventa una fatica d’Ercole. Non parlo solo di tutte quelle cose a cui devi rinunciare per assecondare il tuo Disturbo Alimentare, come le gite al mare o i fidanzatini innamorati. Parlo della confusione. Il caos. Perché la Bulimia crea caos, e ogni fatto della vita è come tenere in piedi una casa di paglia sotto il vento. Per gli altri, una banalità; per la bulimica, una lotta.

La confusione bulimica nasce per prima cosa nel regime alimentare. Oscilliamo fra restrizione ed eccesso, con abbuffate violente e incontrollate, senza regolarità né abitudine. E visto che il cibo è il primo determinante della salute psico-fisica, quando il nostro regime alimentare è dominato dal caos tutto il resto segue a ruota.

Per prima cosa, il nostro corpo. Il ciclo sonno-veglia è incostante: mangiamo troppo e dormiamo 15 ore, digiuniamo e passiamo notti insonni, non ci addormentiamo mai alla stessa ora, ci svegliamo più volte, sempre con delle occhiaie profonde.

Oltre al sonno, la stessa malnutrizione ci lascia in bilico fra stanchezza cronica e picchi di energia.  Ci sono giorni in cui non riusciamo ad alzarci, perché abbiamo vomitato troppo o perché non abbiamo mangiato abbastanza. Poi ci parte l’adrenalina da digiuno o ci decidiamo a mangiare, e subito siamo iperattive e vorremmo fare seimila cose.

Come accade in tutte le persone malnutrite, il regime alimentare domina anche il nostro umore. Così passiamo dalla depressione alla rabbia ad un’allegria e un’adrenalina inspiegabili. Facciamo difficoltà a capire come sia davvero la nostra personalità, e ci descriviamo semplicemente come persone volubili.

Infine, c’è la confusione pratica e materiale di una vita all’insegna delle abbuffate. Le abbuffate sono più importanti di qualsiasi cosa, e quindi ti fanno cancellare appuntamenti, te ne fanno dimenticare altri. Una persona bulimica è incasinata. E’ come se il casino di quello che si ingerisce non facesse che ricalcare un casino che esiste nel cervello tanto quanto nella routine, o viceversa. Così, una persona bulimica è imprevedibile e inaffidabile. E così, è in perenne lotta con le più semplici banalità.

Mi vengono in mente vari episodi, della mia vita da bulimica funzionale. Tornavo dal lavoro alle 7, mi dicevo “non mi abbuffo” ma poi alle 10 correvo fuori al supermercato e andavo avanti ad abbuffarmi fino a notte fonda. Dormivo 3 ore, tornavo al lavoro, ero sfinita, gonfia, riuscivo a malapena a fare le 8 ore. Anche se la sera avevo un appuntamento lo cancellavo, tornavo a casa a dormire ma finivo coll’abbuffarmi di nuovo. Poi per qualche giorno mi rimettevo in sesto, e ricominciavo la restrizione. Per non abbuffarmi mi costringevo a stare fuori di casa, ero iperattiva: trovavo ragazzi con cui uscire, mi iscrivevo a qualche corso, prendevo un nuovo incarico al lavoro. Fino all’abbuffata seguente, che non si faceva aspettare mai più di una settimana. Allora di nuovo cancellavo ogni impegno, smettevo di rispondere ad amici e ragazzi, e facevo schifo al lavoro. Un eterno tour de force, scandagliato da tentativi di vivere una vita meravigliosa e dalla dolorosa incapacità di farlo. La peggiore incostanza. Un casino.

Dicono che guarendo dalla Bulimia si trovi uno straccio di equilibrio e di ordine. Non si risolvono magicamente tutti gli sbalzi d’umore e non ci si rifugia in un perfetto benessere; dopotutto gli alti e bassi fanno parte della psiche umana, non solo bulimica.

Ma certo se c’è una motivazione che mi spinge a volermi liberare da questo cazzo di disturbo è quella di diventare una persona un po’ più affidabile per chi mi è intorno. E un po’ più stabile per me stessa, anche, così da non dover aver problemi a iscrivermi a un corso di yoga, a fare un’amicizia, ad accettare una promozione, e da poter contare un po’ di più sulla mia capacità di vivere.

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Se non fossi bulimica lo farei? Ricostruire una vita senza la Bulimia

Nei primi tempi del mio disturbo alimentare, le mie crisi bulimiche erano sporadiche e inaspettate, come fulmini nel cielo sereno della mia normale vita di tutti i giorni. Ma poi la bulimia ha iniziato a diventare quotidiana, e le regole e le fobie bulimiche hanno lentamente assorbito quella che prima era la mia vita normale. Con il passare degli anni, ho iniziato a organizzare la mia vita in base alla bulimia.

E’ stata una tecnica spontanea di auto-sopravvivenza. Avendo accettato l’onnipresenza della bulimia nella mia vita, e sapendo che alcune situazioni sarebbero state triggering o difficili da gestire a causa dei miei pensieri bulimici, ho cominciato ad evitarle.

Ho cominciato a non andare in vacanza con amici per lunghi periodi di tempo, perché sapevo che ad un certo punto avrei avuto una crisi e non avrei potuto sfogarla. Poi ho smesso anche di partire per il weekend, perché non sapevo gestire sei pasti di seguito in compagnia. Ho smesso di fare sport di squadra o qualsiasi sport che richiedesse la mia presenza settimanale, perché se mi fossi abbuffata avrei saltato lezione. Ho abbandonato molti hobby, dalla musica alla lettura, perché tanto ogni momento libero del mio tempo era dedicato ad abbuffarsi e vomitare. Mi sono trasferita e, invece di andare a vivere con amici, ho scelto una casa con dei coinquilini che non facessero troppe domande e con un bagno privato a cui accedere. Ho rinunciato al romanticismo, scegliendo storie senza amore e senza impegno, per non dover spiegare il mio disturbo alimentare e non dover costringere qualcuno a convivere con la mia malattia. E anche per non aver qualcuno a cui rendere conto di cosa avevo fatto quel sabato che avevo passato ad abbuffarmi. Ho fatto queste scelte perché se non le avessi fatte avrei dovuto affrontare il disagio di una bulimia scomoda, costruire castelli di bugie, e non sarei riuscita a nascondermi.

L’esperienza mi aveva insegnato che non c’è niente di peggio di abbuffarsi in un giardinetto pubblico e poi tornare a casa dal tuo ragazzo che ti aspetta; e quindi avevo dovuto modellare la mia vita in modo che non risuccedesse mai più.

Ma così facendo, scelta dopo scelta, ho lasciato sempre più spazio alla bulimia, normalizzandola e rendendola un elemento portante. Ho permesso che la bulimia erodesse lentamente la mia vita; e così mi è rimasto così poco ‘altro’ che una vita senza disturbo alimentare ha cominciato a sembrarmi vuota, nonché impossibile. Dopo 10 anni passati a rinunciare e sacrificare alla bulimia, senza bulimia non avrei avuto nulla e non sarei stata nulla. Dopo 10 anni, io ero solo una bulimica. Per questo è così difficile pensare veramente di poter guarire, dopo così tanto tempo, e per questo è così difficile voler veramente guarire. Perché ormai non si riesce più ad immaginare un’alternativa.

Ho capito quindi che per poter iniziare a stare meglio avrei dovuto iniziare a ricostruire la mia vita. Ma sopratutto, avrei dovuto costruire una vita che non ruotasse attorno alla bulimia, di cui avrebbero fatto parte tutte quelle cose che avevo eliminato a causa della mia malattia. E questo significava fare scelte che, all’inizio, mi avrebbero messo terribilmente a disagio e che probabilmente mi avrebbero riportato ad abbuffarmi in qualche giardinetto pubblico. Ma anche scelte che avrebbero lasciato sempre meno terreno alla bulimia, che in qualche occasione pratica mi avrebbero impedito di abbuffarmi, ma soprattutto che mi avrebbero lentamente fatto riscoprire tutte quelle cose a cui avevo rinunciato. E forse mi avrebbero ricondotto ad una vita un po’ più piena e un po’ più vera.

Come diceva il mio psichiatra, ogni volta che dovevo prendere una decisione mi sarei chiesta “Se non fossi bulimica lo farei?” e poi avrei agito di conseguenza, affrontando le difficoltà piuttosto che evitarle. Partendo dalle piccole cose, ovviamente.

Sarei stata a casa da sola a leggere un libro – anche se non riesco a concentrarmi sulla lettura perché poi penso al cibo, e se sono a casa da sola poi sicuro che finisco ad abbuffarmi. Mi sarei iscritta ad un corso di yoga – anche se poi mi sento grassa, e poi l’insegnante ti tocca, e ti guardi allo specchio per due ore, e poi se mi abbuffo non ci vado. Avrei passato un weekend al mare – cioè più di 48 ore circondata di persone, che vogliono che io mangi insieme a loro, e poi devo stare in costume, e poi stiamo in campeggio e non c’è un posto dove vomitare in pace.

E’ stata durissima. Perché se non fossi stata bulimica sarebbero state cose piacevoli; ma io sono ancora bulimica. Così sono stata a casa a leggere e al terzo capitolo del romanzo sono corsa ad abbuffarmi, ho saltato metà delle lezioni del corso di yoga e ho vomitato in una latrina del campeggio.

Però ho anche letto due capitoli di uno splendido romanzo, ho fatto metà lezioni del corso di yoga e ho trascorso un weekend con degli amici meravigliosi. Magari la prossima volta riuscirò a leggere tre capitoli del romanzo, invece che due; e magari non passerò la mia vita con il rimpianto di tutte le cose che non ho mai avuto il coraggio di fare, a causa del mio DCA.

Purtroppo i disturbi alimentari non passano da un giorno all’altro e non passano appena decidi di farli passare; ma, non potendo decidere di guarire, si può decidere di metterli in secondo piano. Trovare altre priorità, nella vita. Ancora non mi è dato sapere se io posso effettivamente guarire del tutto, ma credo di poter relegare la bulimia in un compartimento sempre più piccolo. Che con il tempo le cose che adesso mi mettono molto a disagio diventeranno sempre più facili e sempre più naturali; perché alla fine noi siamo creature abitudinarie, e come mi sono abituata a infilarmi le dita in gola posso abituarmi a leggere un romanzo in pace. E lentamente, un po’ alla volta, riscoprire tutte quelle cose che mi piace fare e ritornare ad essere la persona che sarei senza la bulimia.

Speriamo.

Sentirsi Grassa

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Oh, la cara vecchia Dismorfofobia. O Body Dysmorphic Disorder, Disturbo di Percezione Corporea. Quella che sei uno stecchetto e nello specchio ti vedi obesa, quella che ha nutrito centinaia di grafiche di brochure sui Disturbi Alimentari.

Nelle brochure sull’anoressia, il Disturbo da Percezione Corporea è spesso un modo facile e veloce per spiegare la pulsione alla restrizione e al digiuno. Se davvero ci fosse un corto circuito da qualche parte fra cervello e nervo oculare, e la persona in questione si vedesse davvero sovrappeso anche a 40kg, allora non sarebbe difficile capire perché non mangia. Si vede grassa, indi vuole dimagrire. Ecco spiegata l’anoressia, ecco spiegati i disturbi alimentari. E’ un problema di vista.

Balle. 

Parecchio tempo fa avevo scritto un post sul BDD, sostenendo la tesi che nessuna anoressica-scheletro si vede veramente obesa; solo che non si vede neanche troppo magra. Se si guarda allo specchio sa benissimo di essere un mucchietto di ossa ma, somatizzando il disagio psicologico nel desiderio di dimagrire, pensa di poter perdere ancora un 500g di grasso dai fianchi.

Fermo restando che ogni disturbo alimentare è a sé, e che quindi sì, magari c’è anche chi nello specchio vede un pallone obeso, rimango dell’idea che il BDD non giustifichi indistintamente tutte le pulsioni anoressiche.

Quindi il Body Dysmorphic Disorder sarebbe una cagata? Le anoressiche che si lamentano di essere grasse stanno tutte dicendo balle?

No.

Solo che forse la metafore dello specchio non c’entra. Forse non bisogna chiamarlo Disturbo di Immagine Corporea ma piuttosto Disturbo di Percezione Corporea. Perché, secondo la mia esperienza, le anoressiche e tutti quelli con un disturbo alimentari non si vedono grasse nello specchio, ma invece si sentono grasse.

Sentirsi grasse. Non alla vista, forse più al tatto, ma non esattamente. Sentirsi grasse è come una sensazione interiore, ma non è un’emozione; è come un sesto senso. E’ sentire di avere il viso gonfio, sentire i vestiti che stringono sul corpo, il seno che pesa, uno strato di grasso attorno alla vita; ma non soltanto questo.

Sto cercando un paragone adatto. Diciamo che ci si sente grassi un po’ come si sente di avere la pelle secca: è una sensazione fisica, epiteliale, si ha la percezione fisica che il grasso esista anche quando non c’è. Allo stesso tempo sentirsi grassi ha un impatto psicologico, a differenza della pelle secca. Forse un po’ sentirsi grassi è un po’ come sentirsi stanchi, o avere un forte mal di testa; e così, a partire da quella che è una sensazione puramente fisica, cambia anche lo stato d’animo e il comportamento. Come quando ci si sente stanchi si vuole andare a dormire, quando ci si sente grassi si vuole correre a nascondersi.

Una persona con DCA non si sente grassa come si sente grasso un normo-mangiante dopo il pranzo di Natale; è piuttosto come un normo-mangiante dopo due settimane di stipsi. E’ una sensazione di fastidio costante, un’ossessione che domina ogni aspetto della giornata, che condiziona lo stato d’animo, il modo di comportarsi e di relazionarsi con gli altri. Per una persona con DCA, sentirsi grassa ha molte più implicazioni di quante ne dovrebbe avere una condizione fisica: sentirsi grassa vuol dire essere inadeguata, vergognosa, indecente, non poter uscire di casa, non potersi divertire o essere felice, essere stupida, incapace, antipatica.

Sentirsi grassa, in breve, è una somatizzazione del senso di disagio che è alla base del disturbo alimentare. E’ la metafora corporea di un malessere e di un odio verso se stessi. In pratica, ci sembra di essere inadeguate perché ci sentiamo grasse; invece ci sentiamo grasse perché ci sentiamo inadeguate. Sentirsi grassa è il linguaggio che una persona con DCA usa per vivere le proprie emozioni.

Per questo motivo il peso effettivo conta poco, così come conta poco l’immagine allo specchio, distorta o meno. Ci si può sentire grassi a 70 come a 40kg; ci si può sentire grassi un giorno e poi il giorno dopo sentirsi a posto, pur sapendo di non aver perso 10kg dalla sera alla mattina.

E per questo motivo le pulsioni verso la restrizione e il dimagrimento sono così forti, tanto da farci rischiare la vita pur di perdere peso. Visto che per una persona con DCA sentirsi grassa è molto più che una questione di aspetto fisico, perdere peso è un fattore necessario per sentirsi meglio e ricominciare a vivere la propria vita. D’altronde, se la me-grassa è inadeguata, stupida e asociale, allora la me-magra deve necessariamente essere simpatica, brillante, affascinante; e dimagrendo posso liberarmi del mio disagio e diventare la persona che voglio essere. O almeno quella è l’illusione.

La verità, ovviamente, è tutt’altra.

La verità è che si può essere simpatici, brillanti e affascinanti a qualsiasi peso, e che la grassezza non ha niente a che vedere con la nostra personalità e con il modo in cui ci comportiamo con gli altri; o meglio, se ce l’ha, è solo nella nostra testa.

La verità è che somatizzare il disagio nel proprio corpo lo rende tangibile, e perdere peso sembra un modo facile per gestire le proprie emozioni; ma non è un modo per risolverle e così il disagio continuerà a qualsiasi peso. Che con un DCA si continua a sentirsi grassi fino al giorno in cui si muore per denutrizione.

Personalmente, mi è stato molto utile capire che il sentirmi-grassa non era una percezione ma un by-product del mio disturbo alimentare. La sensazione, vi assicuro, è molto realistica, fisica, e certo l’intestino pigro e il reflusso da bulimia non aiutano; quindi c’è voluto un bel po’ per convincermi che era una fregatura. Non che abbia smesso di sentirmi grassa, al contrario: solo che ora mi ripeto come un mantra che è tutto nella mia testa, che per gli altri sono sempre la stessa persona e cerco di comportarmi come se la sensazione non ci fosse.

Piccole accortezze aiutano, per distogliere l’attenzione dal grasso immaginario. Per primi: i leggings, che invece di comprimere il tuo ventre rigonfio, ti fasciano senza giudizio. Poi bere acqua, farsi la doccia, che per qualche ragione essere fresca e pulita mi ha sempre fatto sentire meglio, stare fuori di casa, passeggiare.

Piccole accortezze, e poi un buon regime alimentare, e poi un buon terapeuta. Che la cosa più importante per superare la sensazione di sentirsi grassa è saper distinguere fra il proprio grasso e le proprie emozioni e la propria identità.

Come dice lo slogano pro-recovery: fat is not a feeling.

E se avessimo solo fame? La Bulimia e la malnutrizione

Un po’ di auto-critica.

Diciamo che la bulimia è l’espressione di un disagio psicologico profondo. Povere noi. Costrette ad ingozzarci nel tentativo di soffocare emozioni che non sappiamo gestire, di sopprimere una nascente depressione, di sfogare quel perenne senso di inadeguatezza, di ansia, di vuoto.

Okay.

Però non raccontiamoci balle. L’abbuffata è soprattutto una reazione fisica. A cosa? Alla malnutrizione.

Ci costringiamo a diete ferree. Rinunciamo agli zuccheri, ai carboidrati, alle proteine; facciamo ore di palestra, ore di jogging, ore di digiuno. Poi la sera, quando ci troviamo di fronte ad un frigorifero, ci stupiamo se ci buttiamo a bomba su qualsiasi cosa di commestibile. E diciamo ‘Beh, è colpa del disagio psicologico’.

Non sto qui a negare che il disagio esiste; ma spesso l’abbuffata non ne è il sintomo diretto. Qualunque essere umano, malnutrito per qualche giorno, si esibirebbe in una straordinaria abbuffata bulimica appena ne avesse l’occasione. L’abbuffata non è solo un sintomo, ma una tecnica di sopravvivenza del nostro corpo che combatte il desiderio malsano della nostra mente di lasciarci morire di fame.

Vi dirò di più. Lo stesso disagio psicologico e l’ossessione con il cibo sono in buona parte conseguenze dirette della nostra malnutrizione. Una persona che non mangia è depressa, incapace di riflettere razionalmente, e non fa che pensare costantemente a quello che potrebbe mangiare.

Vedi il Minnesota Starvation Experiment, caposaldo di tutte le discussioni sulle origini dei disturbi alimentari, di cui ho parlato in questo post. In breve: nel 1944 l’Università del Minnesota prende 36 volontari maschi normopeso e normomangianti, li sottopone a periodi di dieta ferrea e semi-digiuno, e cosa scopre? Che, malnutriti, gli uomini soffrono di depressione, di ansia, e sviluppano una serie di comportamenti che noi oggi assoceremmo ad un disturbo alimentare e che persistono a lungo dopo che l’esperimento si è concluso.

Allo stesso modo, molte di noi hanno cominciato con una stupida dieta.

Io non nego il nostro malessere psichico; anzi, in questo blog non faccio che parlare di malessere psichico. Ma la verità è che noi spesso ci nascondiamo dietro al nostro male di vivere per non dover affrontare la vera causa delle nostre abbuffate: che non vogliamo mangiare. Da quella prima stupida dieta noi siamo ancora a dieta.

Così andiamo da file di psicologi a raccontare i nostri traumi e le nostre fobie. Ma poi quando ci dicono ‘E se cominci a mangiare i carboidrati anche a cena?’, allora abbiamo già meno voglia di guarire, cominciamo a sparare balle, molliamo la terapia. Storia personale, lo ammetto, ma non solo la mia.

Purtroppo per noi, non si guarisce dalla bulimia senza ricominciare a mangiare normalmente, senza un piano alimentare, senza piantarla una volta per tutte di cercare di dimagrire. Senza quelle maledette 2000 kcal al giorno non ci passerà mai la voglia di abbuffarci. E non possiamo che comportarci come dei cani affamati che si ingozzano di qualsiasi cosa, presi dalla paura che domani potrebbero non trovare più da mangiare.

Certo, fosse facile. Ricominciare a mangiare normalmente è un casino.

‘Mangiare i carboidrati anche a cena’ è fonte di fobie primordiali. Per assumere quelle cazzo di 2000 kcal al giorno bisogna riuscire a fare ragionamenti non-bulimici, quali: non mi sento meglio quando dimagrisco, se mangio un panino non devo mangiarmi tutto il panificio, il mio corpo va bene com’è, il cibo è solo nutrimento e non uno sfogo, una colpa, un fetish, una via di fuga. E molti altri. In fondo è proprio dietro la difficoltà di ingerire 2000 kcal, che vanno cercati le vere radici del disturbo alimentare, piuttosto che nel numero di abbuffate.

Però, dai, forza. Inutile che stiamo qui a raccontarci quanto siamo schiave del binge. Inutile che ci lamentiamo delle abbuffate ma continuiamo a saltare la cena, perché allora siamo davvero delle anoressiche fallite. Se cercate aiuto, allora sappiate che state cercando aiuto per riuscire a mangiare le 2000 kcal, non per cancellare le abbuffate dalla vostra eterna dieta.

Penso che con quelle 2000 kcal si risolvano tutti i problemi? No.

Magari. Io mi abbuffo anche in fasi di regime alimentare ideale. Dopo anni l’abbuffata è uno stimolo fisiologico quanto una modalità comportamentale default: sto male, ergo mi abbuffo. Però, però. E’ diecimila volte più facile resistere quando non sono malnutrita. E’ diecimila volte più facile fermarsi a riflettere e capire quale cazzo è il mio problema.

Penso che la malnutrizione sia la causa unica del disturbo alimentare? No.

La malnutrizione è anch’essa un sintomo. Un sintomo-barriera, che domina tutti gli altri. Solo risolvendo la malnutrizione si distinguere il disagio puramente fisiologico e quello psichico, e quindi capire quali sono i meccanismi psicologici del disturbo.

Quindi, bando alle ciance e bando alle ipocrisie. Lo dico più a me che a voi, che guardo quei cazzo di grissini per cena e mi sembra di fare una lotta contro il Minotauro.

 

Il ruolo del medico di base nella terapia per i disturbi alimentari

Secondo voi, quale dovrebbe essere il ruolo del medico di base nella terapia di un disturbo alimentare? Perché nella mia è stato poco o nullo, e questo mi ha fatto riflettere.

Per assurdo, da quando mi sono rivolta ad un centro specialistico per risolvere bulimia e depressione, mi trovo a dover andare dal mio medico di base una volta alla settimana. Non per la terapia in sé, ma per fargli firmare le varie carte che lo specialista mi ordina di fargli firmare.

Lo specialista mi prescrive degli esami; il medico di base mi firma le impegnative. Lo specialista mi prescrive gli anti-depressive; il medico di base mi firma le ricette, e ogni volta che finisco una scatola le firma di nuovo. Lo specialista mi propone il ricovero in struttura; il medico di base mi firma la richiesta. Non me ne voglia, ma il mio medico di base non è più che un inghippo burocratico, uno spreco di tempo, un ragioniere delle malattie.

Ma non è la burocrazia che mi scoccia, né la perdita di tempo.

Nella cura di qualsiasi altra patologia, il medico di base svolge una funzione fondamentale. Quando il paziente gli si presenta con un sintomo, lui è il primo a ipotizzare quale può essere il problema. Prescrive una serie di esami e talvolta di farmaci, indica lo specialista a cui rivolgersi. Dopo la diagnosi, svolge spesso un ruolo importante nel controllare il progresso della malattia.

Per i disturbi alimentari non è così, almeno non lo è stato nel mio caso. Il medico di base può starne fuori, tanto c’è un team di specialisti che se ne occupa – e così firma e guarda e tace.

Ma che cazzo di senso ha, dico io. Ho il sospetto che se lo Stato Italiano vuole che sia proprio il medico di base a firmare tutti i documenti, un motivo ci sia. Piuttosto intuitivo: il medico di base conosce la storia e lo stato fisiologico del paziente, ed è la persona indicata a monitorare la terapia. Dovrebbe comunicare con il paziente, informarsi dei sintomi, conoscere l’eventuale progresso. Cazzo se i disturbi alimentari sono malattie a tutti gli effetti, con sintomi psichici tanto quanto fisiologici, perché diavolo il medico non li può trattare come tutte le altre malattie.

Forse pretendo troppo. Forse è vero, c’è un team di specialisti per qualcosa, e il medico di base bisognerebbe lasciarlo in pace. D’altronde sto poveraccio non può mica occuparsi di tutto. Però, però. Potrei anche passare sopra al disinteresse e non-coinvolgimento; ma temo che questo disinteresse sia dovuto a una profonda ignoranza riguardo a queste malattie. E questo è pericoloso.

Lo dico solo per esperienza personale, sia chiaro. Mi ritrovo con un medico che dubita sottovoce le richieste degli specialisti perché ‘secondo lui non sto così male’, e usa il mio peso come metro del mio benessere. Che non mi ha mai chiesto quali sono i miei sintomi, che non sa nemmeno dove mi ricoverano, ma firma i documenti dicendo ‘ho capito, è uno di quei centri lì’. Certo, dovrei cambiare medico, avete ragione. Ma per tutti gli altri problemi è un dottore coi controcazzi. E sinceramente io certe cose me le faccio anche scorrere addosso, tanto ormai mi sono affidata ad un team di esperti, e tanto lui alla fine deve solo firmare.

Non mi preoccupo troppo per me, veterana della bulimia, ma mi preoccupo di chi in un disturbi alimentari ci sta appena entrando o sta appena iniziando a cercare aiuto. L’altro giorno stavo parlando con una ragazza che soffre di binge eating, anche piuttosto grave: a lei il medico di base aveva detto che, invece di andare da uno psicologo, doveva mettersi a dieta e mangiare meno. E queste sono cose che a me fanno incazzare da matti.

Il medico di base dovrebbe essere la prima persona a cui ci si rivolge, quello che dovrebbe presagire il problema e saperci indicare dalla parte giusta. Capire di avere un problema e poi orientarsi nella galassia di possibili cure per i disturbi alimentari è un’impresa difficile per chi è malato: indi, il medico di base dovrebbe accompagnare questo processo, così come fa con tutte le altre malattie.

Io voglio che i medici di base di tutta Italia facciano un cazzo di corso di aggiornamento in cui gli spiegano come comportarsi di fronte ad un paziente con disturbi alimentari.

medico di base disturbi alimentari

Chiedo troppo?

Perfezionismo e Disturbi Alimentari

Nella mitologia – le persone con disturbi alimentari sono le perfezioniste, le over-achievers, quelle che fanno bene tutto. Che prendono il massimo dei voti a scuola, all’Università, poi danno il massimo al lavoro. E intanto non mangiano, o mangiano e vomitano.

E’ una generalizzazione. E’ il mito perduto che i disturbi alimentari sono il risultato di pressioni familiari e sociali. Ti vogliono perfetta in tutto? Bam! Ti viene l’anoressia. Come se cercare di prendere 10 in matematica sia indirettamente proporzionato a lasciarsi morire di fame.

Non dico che questo discorso sia completamente sbagliato. In fondo ancora non si ha idea di cosa veramente scateni un disturbo alimentare. Io so solo che all’anoressia e alla bulimia ci si arriva da mille strade diverse. All’Università mi dicevano sempre che “correlation is not causation“: solo perché molte persone con dca sono perfezioniste, non significa che il perfezionismo causa i dca.

Questa prefazione andava fatta. Anche se, onestamente, io sarei una di quelle. Una di quelle persone che prendevano il massimo dei voti a scuola, il massimo dei voti all’Università, che hanno un curriculum impeccabile, e poi un dirty little secret chiamato bulimia.

Dico sempre che la mia vita on paper è una vita da favola. La Borsa di Studio, il trasferimento all’estero, il lavoro con un salario invidiabile. Non solo quello: anche un gruppo di amici, pochi ma buoni, e i viaggi con lo zaino in spalla, le serate da ricordare, e una lista di fidanzati da una notte di cui vantarsi.

La mia vita on paper è meravigliosa. Sorrido mentre la descrivo. La persona che sembro, a raccontarla, è una figa. E’ perfezionismo, o solo una vita felice? Cosa c’entrano i viaggi e la lista di fidanzati con il perfezionismo? C’entrano. C’entrano con l’essere perfetta. C’entrano con il vivere una vita d’immagine.

Le pressioni alla ‘devi essere la prima della classe’ non le ho mai subite. Non ho mai voluto essere perfetta per qualcun altro; non è quello il perfezionismo di cui parlo.

Il mio perfezionismo era tutto nella mia testa. Avevo un’idea molto specifica di quale fosse la vita perfetta. Era un ideale astratto, programmato, costruito a tavolino; un modo per diventare una super-donna, almeno secondo i miei parametri. E questo non teneva in conto dei casi della vita, né tantomeno delle mie debolezze, irrazionalità, o emozioni.

A 13 anni ho stilato mentalmente la prima serie di regole su come dovevo comportarmi e cosa dovevo fare, con delle deadlines molto precise. “Avere sempre la risposta pronta”, “Scopare entro i 16 anni”, “Avere la media del 9”. Cazzate da adolescente, certo, che poi con il tempo si sono evolute, diventando: “Essere sempre socievole e intrigante”, “Scopare con almeno X persone entro i 25 anni”,”Diventare Manager entro i 25 anni”.

Tutti hanno un piano mentale della propria vita; ma cazzo, c’è un limite.

E’ un perfezionismo alla lontana, lo so; non quello tradizionale, della ragazzina che rende fieri i genitori. E’ un perfezionismo talmente internalizzato che si basa su un sistema di parametri auto-imposti, una self-discipline alla Foucault. Io avevo immaginato la mia vita come un romanzo e sapevo esattamente quali capitoli ci volevo dentro. La spontaneità non era prevista; la debolezza non era prevista; essere semplicemente se stessi era, e tuttora rimane, un concetto a me alieno.

Il problema è che un romanzo lo si scrive per il lettore, non per il protagonista; lo si legge, non lo si vive. Io vivevo come guardandomi attraverso una telecamera: chissenefrega di cosa sento dentro, l’importante è come sembro da fuori. On paper.

Off paper, poi, era tutta un’altra storia.  Off paper mi sentivo inadeguata, vuota, mi chiudevo in camera per settimane, facevo un lavoro che non mi piaceva, scopavo con gente di cui non me ne fregava niente. Ovviamente, off paper ero anche Miss Bulimia. Il romanzo della mia vita era meraviglioso, la realtà della mia vita faceva cagare.

Non so se il perfezionismo ha causato il mio disturbo alimentare; della serie ‘giovane donzella deve scaricare la tensione della sua smania di perfezione, e vomita l’anima’. Meh. E’ una chiave di lettura. O magari la stessa cosa che ha causato il perfezionismo ha causato anche il disturbo alimentare. Più probabile.

Comunque, cercando di uscire dalla bulimia sono costretta ad affrontare lo scisma fra on paper off paper. Sono costretta ad ammettere che tutta la storia avvincente della mia biografia era in realtà una merda sotto molti aspetti.

E quindi fare uno shift epocale: essere presente nel presente. Che suona così New Age. O come Nene commentava a un mio post qualche tempo fa, “concentrarsi sullo stare bene e non sulla prestazione”. L’abbandono del perfezionismo sta nel rinunciare all’ideale di se stessi per focalizzarsi su quello che veramente ci fa sentire bene, sulle proprie emozioni, sul presente appunto. Smetterla di guardare la vita attraverso una cazzo di telecamera e cominciare a viverla.

Mi hanno spiegato una volta che una vita non programmata può non sembrare altrettanto avvincente, ed è piena di debolezze, e momenti di noia, e momenti che sembrano sprecati. Ma bisogna avere pazienza, lasciare che la vita faccia la sua strada e andare un po’ dove ti porta, cogliendo le occasioni che ti arrivano. Che poi qualcosa di avvincente succede sempre comunque. Che il perfezionismo, alla fine, è sempre meno divertente della vita vera.

7 pensieri che mi aiutano a stare un po’ meglio

Mi ci sono voluti dieci anni di disturbi alimentari per trovare una serie di pensieri a cui aggrapparmi quando sto male. Dopo un’abbuffata, per esempio, o in un periodo di terribile ricaduta. Sono un po’ il mio decalogo magico della terapia cognitivo-comportamentale. Non funzionano sempre e non mi hanno fatto guarire dalla bulimia; ma spesso mi aiutano, nella vita di tutti i giorni, a gestire la mia malattia senza farmi ingoiare da questa.

Soprattutto, disclaimer, non sono pensieri adatti a tutti. Non sono adatti a chi soffre di anoressia, credo; quindi leggeteli con un po’ di sale in zucca e vedete cosa può essere giusto per voi, e cosa no.

Spero che questa lista di allunghi, con questa cazzo di cura che sto facendo.

  1. UN’ABBUFFATA NON E’ LA FINE DEL MONDO E SI DIMENTICA IN 24 ORE.

Ti sei abbuffata? Pirla. Ma lasciarsi a macerare nei sensi di colpa è completamente inutile; anzi, ti dirò, più rimugini sui sensi di colpa più è probabile che da qui a domani ti abbufferai di nuovo. Quello che devi fare è combattere attivamente il pensiero che sei una merda, grassa e inutile, perché è quello che ti fa mettere le mani dentro il frigorifero, o in gola.

Ma come? Bevi un bicchiere d’acqua. Fuma una sigaretta, a meno che tu non fumi e allora non sta cominciare che poi ti ammazza anche quello. Poi appena puoi mettiti sotto le coperte, guardati un film al computer, rimani sotto quelle cazzo di coperte fino a che non ti addormenti.

Domani è un altro giorno. Fidati, l’ho provato millemila volte, un’abbuffata si risolve in meno di 24 ore, anche senza vomitare. Domani ti alzi, ti fai una doccia, e anche se ti senti pesante e brutta come un babbuino obeso ti pettini, ti metti quella maglia che è anche carina e un po’ ti copre la pancia gonfia, ti trucchi. Fai una colazione leggera: fai quella cazzo di colazione leggera. E poi vai a scuola, al lavoro, fai quello che devi fare e distraiti. Se riesci, prima di sera, trova un momento per fare un’oretta di esercizio fisico. Io in palestra da post-abbuffata non ci vado neanche morta; ma mi piace camminare, e cammino.

Ti prometto che in 24 ore ti sarai dimenticata di esserti abbuffata. Non c’è bisogno di sentirsi una merda e mandare tutto a puttane, continuando ad abbuffarsi.

2. NEANCHE INGRASSARE E’ LA FINE DEL MONDO.

Sono ingrassata e dimagrita più di una dozzina di volte. E parlo di uno stacco di quasi 40kg, e quando ingrassi di 40kg non è facile convincersi che stai bene uguale e non è la fine del mondo.

Ma ti giuro, ce la si può fare. Vedi, tu pensi: sono ingrassata e quindi mi sento una merda. La conseguenza logica di questo pensiero è che l’unico modo per sentirti meglio è perdere peso, e finché non riesci a perdere peso continuerai a sentirti una merda. Ora invece prova a fare uno sforzo titanico e invertire il pensiero: mi sento una merda e quindi sono ingrassata. E vedi come cambiano le conseguenze logiche. L’unico modo per dimagrire è stare meglio, e finché non riesci a stare meglio continuerai a essere grassa. Quindi cerca di curarti e cerca di essere felice perché, te lo prometto, quando starai meglio avrai una vita che vorrai vivere, non avrai voglia né tempo di stare ad abbuffarti tutto il giorno, ed essere sana ti verrà molto più facile.

3. AGLI ALTRI NON GLIENE FREGA UN CAZZO DEL TUO PESO

Qualcuno ti ha detto ‘Oh, ti trovo ingrassata’ oppure ‘Oh, ti trovo dimagrita’? Mettetevi in testa che loro hanno dedicato circa otto secondi a pensare, formulare e poi dimenticare quell’osservazione. Davvero, al 98% delle persone che vi stanno intorno non gliene frega davvero un cazzo se portate una 40 o una 52.

Io per molto tempo mi sono giudicata in base al mio peso. Da magra: interessante, simpatica, socievole, maliziosa. Da grassa: noiosa, stupida, introversa, e vagamente repellente. Sappiate che questo tipo di processo mentale appartiene solo ed esclusivamente a noi che soffriamo di disturbi alimentari. Per gli altri rimaniamo la stessa identica persona indipendentemente dal nostro peso.

Qualcuno dirà: ma che dici, in questa società superficiale fatta d’immagine? Già, questa è la mia esperienza. Alla gente con cui devi lavorare, convivere, andare a bere una cosa, soprattutto a quelle persone che possono farti stare bene, non gliene frega un cazzo del tuo peso. Poi ovviamente scegli tu di chi vuoi circondarti.

4. TU ACCETTI I DIFETTI DEGLI ALTRI, GLI ALTRI ACCETTANO I TUOI

Pensa a come giudichi le persone che ti stanno intorno, in particolare i tuoi amici. Alcuni sono egocentrici, ti parlano sempre di sé e non sanno ascoltare. Altri sono un po’ lenti di cervello e non ci puoi fare un discorso serio. Altri ancora fanno la fiera della lunaticità, a volte sono intrattabili, litigano per cazzate, dicono cazzate. Pensa a questa caterva di difetti e pensa che sono tutti, comunque, tuoi amici.

Se tu sopporti gli altri, perché gli altri non dovrebbero sopportare te? Ti assicuro che non sei peggio di nessuno, che c’è gente di merda a questo mondo che è circondata di persone che gli vogliono bene. I peggiori serial killer si sposano in carcere. Quindi se sei piena di difetti e disturbi alimentari non succede niente. Hai anche il diritto di parlarne ogni tanto, così come i tuoi amici ti parlano dei loro casini con fidanzati e lavoro, di cui a te te ne frega solo perché gli vuoi bene. Stessa cosa per loro: ti vogliono bene anche se hai un disturbo alimentare.

5. PERIODO DI MERDA ≠ VITA DI MERDA ≠ PERSONA DI MERDA

Oggi stai male. Sei al massimo del tuo peso. Tutto ad un certo punto è andato a puttane: fai un lavoro del cazzo che odi, sei sola come un cane, hai perso tutti gli amici e anche quell’unico tizio che veniva a letto con te si è trovato un’altra. Oppure magari il tuo cervello ha deciso che era il momento di avere una crisi depressiva, e quindi nonostante tutto vada come al solito avresti tanta voglia di buttarti di fronte alla metropolitana.

E’ un periodo di merda. Lo so, è difficile riuscire ad essere razionali. Ma ti assicuro che il periodo di merda non è che un passaggio inevitabile di ogni vita umana; che non equivale ad avere tutta una vita di merda o essere una persona di merda. Smettila di confondere la tua identità con le tue sensazioni, cristo santo.

6. E NON TI PREOCCUPARE, IL TEMPO PASSA

Ci vuole tempo per superare i periodi di merda, indi per cui bisogna armarsi di pazienza e spirito di sopportazione. E proprio quando ci vuole tempo sembra che invece il tempo si sia fermato, che il periodo di merda duri da sempre e durerà per sempre. Ma ti assicuro che il tempo passa. Sembra relativo ma passa e presto potrai tirare un sospiro di sollievo.

Panta fucking rei.

7. CI SONO GIORNI CHE VANNO VISSUTI E GIORNI CHE VANNO SOPRAVVISSUTI

Per tanto tempo ho avuto paura di sprecare la mia vita, perché non vivevo ‘ogni giorno come se fosse l’ultimo’ e non mi godevo ogni istante della mia vita. Pensare di dover fare più cose, provare più emozioni, vivere vivere vivere. Invece finivo a casa ad abbuffarmi e vomitare. Non dico di aver superato completamente questo stile di pensiero. Ma ho capito una cosa: la vita intensamente vissuta è una cagata. E’ fisicamente e filosoficamente impossibile che la tua vita sia sempre interessante, piena di significato, valida.

Ci sono giorni che metterai nell’album dei ricordi della tua vita. Poi ci sono giorni del cazzo in cui fai fatica ad alzarti dal letto, vuoi passare tutto il pomeriggio a giocare alla play-station, e anche se è sabato sera preferisci rimanere a casa a giocare con il tuo cane. Ci sono intere settimane in cui passi la sera a casa a giocare con il tuo cane. Credimi, questo va bene. Non c’è niente di male. Hai uno splendido cane. Chissenefrega se non lo metterai nell’album dei ricordi. Pensa al presente, preoccupati di quello che ti serve in quel momento e fregatene di tutto il resto. Ci sono giorni in cui davvero devi essere fiera di te solo perché sei arrivata viva a sera.

 

Bene, concludo così questo post che inaugura ufficialmente il mio ingresso nel magico mondo degli sdolcinati blog pro-recovery. Presto, purtroppo per voi, ce ne saranno altri.